Il Sole 24 Ore 27/05/2007, pag.46 Italo Zannier, 27 maggio 2007
Il fotocolor con le patate. Il Sole 24 Ore 27 maggio 2007. Anche la storia della fotografia ha i suoi anniversari e quest’anno ricorre quello della prima dimostrazione pubblica della fotografia a colori "diretta", ossia eseguita con un semplice e unico scatto dell’otturatore
Il fotocolor con le patate. Il Sole 24 Ore 27 maggio 2007. Anche la storia della fotografia ha i suoi anniversari e quest’anno ricorre quello della prima dimostrazione pubblica della fotografia a colori "diretta", ossia eseguita con un semplice e unico scatto dell’otturatore. Il procedimento venne chiamato Autochrome dagli inesauribili inventori di Lione Auguste e Louis Lumi, quelli del Cinématographe, che avevano proposto con successo nel 1895, nonostante le geniali esperienze di Edison e del connazionale Marey, meno pratiche e efficaci a livello popolare, e quindi commerciale. La fotografia, avevano sentenziato i primi cronisti all’annuncio di Daguerre e di Talbot, dell’invenzione «maravigliosa», nel gennaio 1839, «ha tutto meno che il colore», tranquillizzando pittori e miniaturisti, che temevano una concorrenza, che oltretutto sapeva di magia e pareva imbattibile. «Da oggi la pittura è morta», aveva detto il pittore Paul Delaroche nel vedere i lucenti dagherrotipi, nitidi nei dettagli e rigorosi nel chiaroscuro, da far pensare che quelle immagini fossero «un’altra specie di fantasmi», come aveva profeticamente scritto il fantascientifico Tiphaigne, nel romanzo settecentesco Giphantie, quando la fotografia non era ancora stata concepita, se non nella mente di qualche immaginifico alchimista, come l’olandese Torrentius, che nei primi anni del Seicento quasi finì sul rogo per i suoi azzardi pittorici, così nitidi nei particolari da sembrare opera del diavolo. «Una rivoluzione nelle Arti del disegno», fu un’altra riflessione degli stupefatti cronisti, nel riportare le notizie che giungevano soprattutto da Parigi, dove Daguerre era celebrato nelle Accademie delle scienze e delle arti, come un protagonista del secolo. Certamente lo fu, in attesa del cinematografo, della televisione e di Internet, nell’itinerario che caratterizza la nostra Era dell’iconismo, in bene e in male, ma inevitabilmente. «Non havvi ne’ quadri, nelle copie del Daguerre - informava il Maffei nel Ricognitore di cognizioni utili di Bologna del marzo 1839, ossia soltanto due mesi dopo l’annuncio parigino -, che il bianco, nero, griggio, ossia che luce, oscurità e mezze tinte. Il metodo di Daguerre crea de’ disegni non già de’ quadri coloriti». E così via! La sperimentazione per ottenere immagini "a colori", comunque, si avviò subito (ci provò anche Daguerre con polveri colorate e fosforescenti, ma senza successo, nel 1851, l’anno in cui morì), ma l’unica prassi continuò a essere la dipintura manuale delle immagini, con aniline e tempere, a volte di grande delicatezza esecutiva, specialmente nelle fotografie giapponesi dei Beato, Stillfried, Farsari, alle cui dipendenze operavano vecchi acquarellisti dall’eccezionale virtuosismo nipponico. A New York un ex sacerdote, Levi Hill, nel 1850 annunciò di aver inventato un procedimento per la dagherrotipia a colori. Nell’attesa di verificarne l’attendibilità, per una settimana i laboratori dagherrotipici di Broadway, circa centocinquanta (erano più numerosi che in tutta Europa), smisero di produrre quelli in bianco-nero. Si rivelò invece una truffa, giustificata solo dalla vendita di un opuscolo che andò a ruba, ma recenti ricerche tendono a rivalutare quelle sperimentazioni, in parte conservate in una collezione americana. La fotografia continuò a essere monocromatica, semmai offrendo lavoro a molti miniaturisti e pittori, nel frattempo disoccupati proprio a causa del «nuovo trovato». Un grande scienziato inglese, Clerk Maxwell, nel maggio 1861, per dimostrare la validità delle teorie sulla tricromia avanzate da Newton e Young, ottenne finalmente un’immagine "a colori", usando tre filtri colorati (erano brocche di vetro trasparente riempite d’acqua e aniline) in rosso, verde e blu, ottenendo altrettante immagini, però in bianco-nero, che, proiettate in sovrimpressione con i rispettivi filtri, offrivano una sensazione realistica di colore, valida soprattutto a confermare la validità della teoria tricromica. Per la fotografia a colori "diretta", ossia ottenuta con un unico click, si dovette attendere ancora parecchio. Il percorso della fotografia pretendeva specificamente l’aggiunta del colore al bianco-nero, perché è così che noi vediamo la cosiddetta realtà. Il suo "grado zero", ossia il monocromatismo, resistette però a lungo, com’ccaduto per il cinematografo (l’aggiunta del colore e del sonoro) e per la televisione. E non c’erano motivi estetici, che hanno spesso fatto banalmente esclamare: «Che bello il bianco-nero, iù artistico», ma semplicemente tecnici, gli stessi che ci hanno ragalato effetti tridimensionali (la olografia), virtuali, e poi il computer, Internet e non sappiamo che cosa ci riserva il futuro. Lo scienziato Gabriel Lippmann, professore alla Sorbona e poi Premio Nobel, nel 1891 ottenne finalmente fotografie a colori con un unico scatto dell’otturatore, ma il procedimento, definito interferenziale, risultò poco pratico e di interesse soprattutto scientifico. Nel frattempo gli intraprendenti industriali della fotografia e del cinématographe, i fratelli Lumière di Lione, superando con la semplicità, le sperimentazioni degli irlandesi McDonough e Joly, ottennero spettacolari risultati con l’invenzione dell’Autochromie, che realizzò finalmente il sogno della fotografia a colori alla portata di tutti. Una tecnica ingegnosa e in effetti abbastanza semplice: sopra una lastrina di vetro, le stesse usate per la fotografia in bianco-nero alla gelatina-sali d’argento, viene disteso un sottilissimo strato di miscuglio di fecola di patate colorate nei tre fondamentali colori, il rosso, il verde, il blu. Questo strato diventa un filtro tricromo, ossia ogni granellino di fecola colorata, la cui dimensione è di due-tre micron, lascia passare al momento dello scatto dell’otturatore soltanto la luce di colore coerente al suo, trasmessa dal soggetto attraverso l’obiettivo dell’apparecchio fotografico. La lastra è però fotosensibile oltre lo strato tricromo e quindi viene stimolata in proporzione ai colori reali, filtrati dalla fecola colorata. In un millimetro quadro ne esistono circa novemila, di granellini microscopici. Dopo lo sviluppo e l’inversione dell’immagine da negativa a diapositiva, il fotogramma, guardato, visto attraverso una fonte luminosa, rivela i colori del soggetto fotografato, con grande fedeltà cromatica, poi perfezionata dai Lumière. Il tempo di posa, però, era estenuante, anche qualche minuto, riproponendo per molti aspetti gli stessi problemi della fotografia delle origini, quando Niépce doveva addirittura esporre la sua lastra per una decina di ore e Daguerre e Talbot oltre un’ora, all’inizio, passando ai minuti e ai secondi, dopo insistenti prove fotochimiche e ottiche. Il 17 ottobre 1903 i Lumière brevettarono l’Autochrome, ma lo resero pratico soltanto nel 1907, quando, il 10 giugno, la prima dimostrazione pubblica avvenne nella sede dell’«Illustration» di Parigi. Una data significativa, che dopo un secolo trova il percorso tecnologico della fotografia talmente avanzato sui terminali di tutto il mondo, in movimento e a colori, simultaneo e invasivo, personalizzato e interattivo, addirittura già in grado di costruire oggetti concreti, clonati a piacere dalle immagini con un computer, da far credere ancora una volta che queste «immagini si impongono agli occhi, all’udito, al tatto e a tutti i sensi in una volta», come profetizzava Tiphiagne de La Roche nel 1760, facendo dubitare «se ciò che si chiama realtà non sia altro che un’altra specie di fantasmi». Italo Zannier