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 2007  maggio 27 Domenica calendario

Bankitalia, va risolta la questione proprietà. Il Sole 24 Ore 27 maggio 2007. Le fusioni tra le grandi banche ripropongono il problema della partecipazione al capitale di Banca d’Italia

Bankitalia, va risolta la questione proprietà. Il Sole 24 Ore 27 maggio 2007. Le fusioni tra le grandi banche ripropongono il problema della partecipazione al capitale di Banca d’Italia. Le prime due banche italiane e le loro controllate ora possiedono più della metà del capitale della banca centrale. Sebbene i diritti di voto in assemblea non crescano in proporzione alle quote, è giunto il momento di affrontare una volta per tutte il nodo della proprietà di Banca d’Italia. Non è solo una questione simbolica. I partecipanti al capitale nominano il Consiglio superiore di Banca d’Italia, che a sua volta ha voce in capitolo sulle nomine del direttorio e sull’amministrazione dell’istituto centrale. E, guarda caso, le nomine e l’amministrazione interna sembrano essere rimaste immuni alla svolta che invece il Governatore Mario Draghi ha impresso alle decisioni di policy. Nell’anno e mezzo che ha trascorso in Banca d’Italia, Draghi ha contribuito a rivoluzionare il sistema bancario italiano. Eppure, la gestione del personale e dei vertici della Banca d’Italia ha mantenuto una forte continuità con la tradizione. Le occasioni di rinnovamento non sono mancate: tre su quattro dei componenti del direttorio (oltre al Governatore) sono stati nominati dopo l’uscita di Antonio Fazio. Ma le occasioni non sono state colte. Tutti i membri del direttorio hanno straordinarie capacità professionali. Ma, salvo alcune importanti esperienze in prestigiose istituzioni internazionali, essi hanno trascorso quasi tutta la loro lunga carriera in Banca d’Italia (escludendo il Governatore, l’età media del direttorio è di quasi 64 anni). Promozioni interne di funzionari anziani non sono la prassi nelle banche centrali moderne. Ad esempio, tutti i membri del Board of Governors della Fed tranne uno vengono dall’esterno, la loro età media è di 51 anni, il più giovane ne ha 45. L’inserimento di professionalità acquisite in realtà diverse dalla banca centrale porta prospettive nuove e facilita il rinnovamento dell’istituzione; e di questo la Banca d’Italia avrebbe avuto bisogno. Anche ai livelli inferiori l’organizzazione del personale è cambiata molto poco. Una volta il Servizio studi era il fiore all’occhiello dell’Istituto e aveva un’eccezionale capacità di influire con la forza delle idee e la capacità di analisi su tutte le principali questioni di politica economica italiana. La gestione del Governatore Antonio Fazio, improntata all’immobilismo, aveva ingessato e demotivato la struttura perché non era riuscita a selezionare e premiare le forze migliori. Finora è stato fatto poco o nulla per rimediare alla situazione. Anziché reclutare le giovani leve sui mercati internazionali, come ormai tutti fanno, per entrare in Banca d’Italia bisogna continuare a fare un arcaico concorso. Anche la riforma del Servizio studi, che sta per essere varata, pare più preoccupata di non infrangere equilibri consolidati piuttosto che di portare nuove energie o affidare il controllo nelle mani dei migliori talenti. Il mancato rinnovamento della struttura interna ha conseguenze importanti. Nel lungo periodo, le istituzioni contano più dei singoli individui che le guidano. La svolta impressa alla politica del credito potrebbe rivelarsi effimera e non sopravvivere alla successione del Governatore, se non fosse accompagnata da un rinnovamento di tutta l’istituzione.  possibile che la decisione di non rompere con la tradizione sia attribuibile alla volontà del Governatore, più che all’influenza del Consiglio superiore. Ma anche questo sarebbe un sintomo di un problema di governance e quindi alla fine di assetto proprietario. Un’istituzione completamente autoreferenziale non può funzionare bene. Il Consiglio superiore avrebbe dovuto porsi comunque il problema di come ammodernare l’istituzione, e spingere il Governatore su questa strada. Forse, se il Consiglio fosse nominato da una fondazione, anziché da banche in palese conflitto di interessi, questo sarebbe successo. Ma che cosa possiamo aspettarci da un Consiglio che in passato si era arroccato in difesa di uno status quo indifendibile? Dal punto di vista tecnico, vi è più di un modo per trasferire di fatto la proprietà della Banca d’Italia (e i poteri di nomina sul Consiglio superiore) dalle grandi banche allo Stato o a una fondazione indipendente dalla politica. Il modo più semplice, che consentirebbe di aggirare l’ostacolo di come valutare le partecipazioni oggi iscritte nel bilancio delle banche private, è stato suggerito sul Sole-24 Ore il 10 ottobre 2005 in un articolo scritto con Pietro Garibaldi. Basterebbe decidere un aumento di capitale riservato e interamente sottoscritto dallo Stato al valore nominale. Poiché il valore del capitale sociale della Banca d’Italia è di soli 156mila euro, l’onere per lo Stato sarebbe irrisorio. L’aumento di capitale diluirebbe la partecipazione degli attuali azionisti e trasferirebbe di fatto la proprietà e i poteri di nomina allo Stato. L’ostacolo principale a questa operazione è che costringerebbe le banche a svalutare le partecipazioni attualmente iscritte nel loro bilancio. Ma i valori di quelle partecipazioni sono spesso privi di fondamento economico e comunque riflettono diritti di signoraggio che appartengono a tutti i cittadini e non alle banche. In queste settimane, alcuni banchieri hanno sdegnosamente smentito l’esistenza di intrecci tra banche e politica. Ecco un’occasione per verificare se davvero la politica ha la forza per imporsi sugli interessi delle banche e risolvere una volta per tutte la questione. Guido Tabellini