Simonetta Robiony, La Stampa 31/5/2007, pagina 47., 31 maggio 2007
Enrico Lucherini. La Stampa, giovedì 31 maggio Il Premio del Sindacato Giornalisti cinematografici intitolato a Pietro Bianchi, verrà dato quest’anno a uno che non né critico né giornalista: Enrico Lucherini, importatore suo malgrado del mestiere di press-agent in Italia nonché inconsapevole potenziatore della stampa popolare
Enrico Lucherini. La Stampa, giovedì 31 maggio Il Premio del Sindacato Giornalisti cinematografici intitolato a Pietro Bianchi, verrà dato quest’anno a uno che non né critico né giornalista: Enrico Lucherini, importatore suo malgrado del mestiere di press-agent in Italia nonché inconsapevole potenziatore della stampa popolare. «Ne sono orgoglioso. Non vorrei, però, me l’avessero dato perché sono finiti i grandi nomi», dice ironico lui. La ragione, comunque, è un’altra. Lucherini è nato 36 ore dopo l’inaugurazione, 75 anni fa, della prima Mostra Internazionalee di Arte cinematografica di Venezia, il festival più vecchio del mondo che quest’anno lo festeggerà proclamandolo suo gemello con un documentario di Antonello Sarno, Enrico LXXV e creato in coppia con l’altro suo documentario, Venezia 75. Attore nella Compagnia dei Giovani, la più importante degli Anni 50, quella di De Lullo-Falk-Valli, scoprì la sua vera vocazione durante una lunghissima tournée in America Latina, dove, per necessità, ciascuno di loro faceva mille cose. «A me che ero ragazzo toccò affiancare Romolo Valli nel lavoro di comunicazione: preparavo le conferenze stampa, i ricevimenti in ambasciata. Mi son fatto le ossa viaggiando da Caracas a Rio». Era il 1958. Tornato in Italia, mentre recita in D’amore si muore di Patroni-Griffi, inventa il racconto quotidiano del «dietro le quinte» dello spettacolo: chiacchiere, incidenti, liti, amori. C’era un ristorantino, allora, sopra il teatro, Le stanze dell’Eliseo, che frequentavano tutti, da Stoppa a Visconti, da Bolognini a la Martinelli e tutti erano incantati dalla fantasia di questo ragazzo. «Altri tempi! Una foto al caffè Florian, in San Marco a Venezia, di Stoppa Morelli e Visconti davanti alla piazza vuota fu pubblicata dall’Espresso. Un successone. E visto che come attore ero un cane, ritenni che poteva essere il mio futuro». Il primo ufficio è un bar di via Veneto dove passavano Flajano e Francesco Rosi, Gassman e De Feo, la Valeri e Talarico pronti ad ascoltare l’ultima storiella su questo e su quello. Fellini non c’era? «Fellini era come Moretti: annusava l’aria, sfogliava i giornali, non presenziava: creava». Più tardi arriverà il famoso ufficio dei Parioli, regalo di suo padre, lieto che questo figlio scapestrato avesse cominciato a guadagnare due lire; poi la società fondata con Matteo Spinola e Margherita Rossetti, altri due miti del mestiere; infine l’attuale gruppo di lavoro formato dal suo braccio destro GianLuca Pignatelli, più Alessandro Russo, Cristian Giovannetti, la nipote Benedetta e la capo delle segretarie Adele. Il primo film glielo affida Bolognini: «E’ La notte brava con Antonella Lualdi, Schiaffino, la Martinelli, Annamaria Ferrero, Mylène Demongeot, ragazze in fiore da far finire sui giornali. Le buttai in acqua e le feci fotografare con i vestiti attaccati al corpo. Il massimo della sensualità». Acqua e fuoco, sostiene infatti Lucherini, funzionano sempre. E cita, come caso del passato, il falso incendio dei capelli di Sandra Milo, davanti a un candeliere, sul set di Vanina Vanini di Rossellini. E, come caso del presente, l’altrettanto falso incendio di una villa, con rovinosa caduta da cavallo in fuga per Elena Sofia Ricci in Orgoglio. «Dopo tanti anni di onorato lavoro, ancora mi domando se i giornali comprino quelle foto per abbindolare i lettori o perché loro stessi le credono autentiche. Mistero!» La prima stellina da imporre fu Catherine Spaak, affidata a lui da Carlo Ponti su segnalazione di Sofia Loren, ancora non moglie del famoso produttore: era nipote di un ministro belga, scendeva in Italia per fare I dolci inganni di Lattuada, incarnava il mito della Lolita: «In realtà Ponti con la Spaak voleva sperimentarmi prima di affidarmi Sofia che tornava dagli Stati Uniti carica di gloria e mi ha insegnato a mettere un pizzico di zucchero nella salsa di pomodoro. Purtroppo, anche se ero pazzo di lei, non ho mai avuto il tempo di imparare l’inglese, quindi Sofia dovetti cederla a Matteo Spinola che l’ha seguita per anni diventando il suo confidente». L’attrice più bella? «Non ce n’è una sola. Mi colpì molto la pelle luminosa di Anita Eckberg. Spettacolare». E tra gli uomini? «Mastroianni. Fu complicatissimo imporlo come un impotente ne Il bell’Antonio dopo che era stato fascinosissimo ne La dolce vita». Qual’è la qualità più importante in un lavoro come il suo? «La fantasia, anche se oggi serve meno perché tutto è blindato, controllato, monitorato. E la buona salute». Le sue bugie hanno fatto mai male a qualcuno? «Niente a che vedere con Vallettopoli. Io inventavo cose legate al film. Che so, giocando sul titolo Sepolta viva, mi inventai che Agostina Belli stava annegando in una piscina e la obbligai a farsi portar via da una ambulanza vera e farsi fare una fiala di Valium. Sciocchezze, insomma. Una sola volta ho calcato la mano e l’ho pagata cara». Quando? «Dovevo far uscire sui giornali Florida Bolkan scelta per Metti una sera a cena. Era una brasiliana elegante ma ignota. A una festa organizzata da Marina Cicogna che finanziava il film la feci fotografare mentre ballava con Richard Burton, ma tenni la foto in un cassetto. La diedi ai giornali solo quando Liz Taylor fu portata in clinica per un mal di pancia sostenendo che aveva tentato il suicidio perché Burton voleva lasciarla per la Bolkan. La Taylor mi scrisse due righe amareggiata e da allora non mi ha più rivolto la parola». Simonetta Robiony