Vittorio Sabadin, La Stampa 31/5/2007, pagina 46., 31 maggio 2007
La Cina spara alle nuvole. La Stampa, giovedì 31 maggio Alle ore 8 del giorno 8 del mese numero 8 dell’anno 8 di questo secolo, a Pechino si accenderà il braciere delle Olimpiadi più ricche e fastose della storia
La Cina spara alle nuvole. La Stampa, giovedì 31 maggio Alle ore 8 del giorno 8 del mese numero 8 dell’anno 8 di questo secolo, a Pechino si accenderà il braciere delle Olimpiadi più ricche e fastose della storia. «E’ solo una coincidenza - dice Shao Shiwei, vice direttore del dipartimento di comunicazione del comitato organizzatore -. La data l’ha scelta il Comitato olimpico internazionale e l’ora è quella ideale per le trasmissioni tv». Se è davvero solo una coincidenza, è la migliore possibile. Nella tradizione cinese il numero 8 porta infatti fortuna, una cosa della quale ci sarà un tremendo bisogno, fra poco più di un anno, durante i Giochi. Per la prima volta dopo le riforme e la politica di apertura del 1979, la più grande delle manifestazioni sportive attirerà a Pechino 600 mila visitatori e 20 mila giornalisti stranieri e tutti dovranno restare a bocca aperta, esattamente come Marco Polo davanti al Kubilai Khan. A qualunque costo, la Cina non vuole rinunciare al suo impulso imperiale di stupire il mondo e utilizzerà l’evento come una esposizione universale del suo straordinario successo economico. Per riuscirci, le cose da fare erano davvero tante, un elenco impressionante che non sarebbe stato alla portata di nessun altro paese. Bisognava ripulire l’aria di Pechino, una città dove non si vede mai il sole, decongestionare le strade dal traffico, costruirne di nuove, realizzare i più stupefacenti impianti sportivi mai visti, costruire 200 nuovi hotel a quattro-cinque stelle, sterminare topi, scarafaggi e milioni di altri insetti infestanti che alloggiano nelle case e negli alberghi, fino all’insegnare alla gente a non urlare e a non sputare per terra. Tutto fatto, o quasi. «L’unica opera in ritardo è lo stadio olimpico, che sarà terminato nel marzo del 2008 - dice Shao Shiwei - ma gli altri 130 milioni di metri quadrati di costruzioni procedono come previsto. Tutte le opere che stiamo realizzando serviranno per il futuro della città e la renderanno migliore, così come le iniziative prese per ridurre l’inquinamento». Sembra impossibile, respirando la caligine asfissiante di Pechino, che fra un anno questa città grande come il Belgio possa finalmente rivedere il cielo azzurro. Secondo Shao Shiwei, la colpa è anche dei cantieri olimpici, che sollevano migliaia di tonnellate di polvere e che saranno chiusi in anticipo proprio per permettere alla polvere di depositarsi. Nel frattempo, Pechino ha chiuso 680 miniere, trasferito 190 fabbriche di cemento, acciaio e prodotti chimici inquinanti, sostituito 1400 impianti di riscaldamento a carbone, rottamato 3926 vecchi autobus e 30 mila vecchi taxi, piantato 300 milioni di arbusti e alberi anche sui tetti delle case e trasferito a 80 chilometri di distanza l’acciaieria del Shougang Group che si trovava dal 1919 a soli 17 chilometri dalla piazza Tienanmen e occupava 15 mila persone. Anche un altro gigante dell’acciaio, la Capital Iron & Steel, ha trasferito molti impianti e ridurrà la produzione durante le Olimpiadi. Se non basterà, verrà vietata la circolazione a centinaia di migliaia di auto e, se non bastasse ancora, verranno bombardate le nuvole con sali e ghiaccio secco per fare piovere. Davanti alle telecamere del mondo, tutto dovrà essere perfetto perché la Cina non vuole fare brutte figure. Per le Olimpiadi di Atene, tre anni fa, furono spesi circa 7 miliardi di dollari; i cinesi ne spenderanno complessivamente 40 e sembrano avere previsto tutto, compreso un nuovo aeroporto di riserva a Hohhot nel caso quello di Pechino sia inagibile. C’è un solo incubo dal quale non riescono a liberarsi: quello che le Olimpiadi si trasformino anche in un palcoscenico dei difensori dei diritti umani o dell’indipendenza del Tibet. «Abbiamo fatto molti passi avanti in questo campo - dice Cheng Hong, vicedirettore della China Central Television, un colosso statale con 16 canali tematici di cui due internazionali - e sono sicuro che le Olimpiadi diventeranno uno stimolo per accelerare le riforme, perché ci saranno più opportunità per la popolazione di avere scambi con il resto del mondo. Una nuova legge consentirà ai giornalisti stranieri di muoversi liberamente e di parlare con chi vogliono. Avrà efficacia fino all’ottobre del 2008, ma io spero che sia prorogata». Nei pochi antichi hutong dalle tegole grigie rimasti a Pechino e nei palazzi popolari, butterati da migliaia di condizionatori d’aria, nessuno sembra essere troppo interessato alle olimpiadi, ma la classe media dei commercianti ha già capito come farne soldi. In attesa dei turisti, si può cominciare dagli abitanti locali. I ristoranti dove mangiano i campioni cinesi si autopromuovono con le loro fotografie in vetrina e i parrucchieri di Liu Xiang (oro nel 110 ostacoli) e della stella del basket Usa Yao Ming sono presi d’assalto da cinesi che vogliono farsi pettinare come loro. Al ristorante di Yu Qiao, frequentato dalla nazionale di pallavolo, si ordina ormai solo il pollo Kung-Pao, il piatto preferito dalla squadra e le vendite di magliette, cappellini e gadget, ufficiali e contraffatti, già vanno molto bene. C’è un clima allegro, di ottimismo e partecipazione. Molti pensano che come le olimpiadi di Seoul del 1988, che contribuirono alla democratizzazione della Corea del Sud, quelle di Pechino potranno aiutare la Cina a uscire da 5000 anni di dittatura. Lo deve pensare anche il presidente del Comitato Olimpico Internazionale Jacques Rogge. Quando gli chiesero perché appoggiava la candidatura cinese, rispose che aveva 1,3 miliardi di ragioni per farlo: il numero degli abitanti del paese. Vittorio Sabadin