Varie, 31 maggio 2007
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Spaccino Roberto
• Marsciano (Perugia) 15 luglio 1970. Camionista. Rappresentante di mangini. Accusato di aver ucciso la moglie Barbara Cicioni (33 anni, era incinta di otto mesi), morta il 24 maggio 2007 a Vocabolo Montestradello di Compignano, venti chilometri da Perugia. In un primo momento si pensò che gli assassini fossero dei rapinatori • «L’ho conosciuta che lei aveva quattordici anni e io diciotto, eravamo fidanzati da allora, la storia d’amore della mia vita, ci siamo sposati nel ”98: litigavamo tutti i giorni perché lei aveva un carattere forte [...]» (Alessandro Capponi, ”Corriere della Sera” 26/5/2007) • «Poteva uccidere anche i figli, li minacciava, anche per questo l’hanno arrestato. Del resto, Roberto Spaccino aveva picchiato sua moglie Barbara anche quando lei aspettava il primo figlio, nel gennaio ”99: allora, era al settimo mese. Stavolta era all’ottavo, e, secondo l’accusa, l’ha uccisa volontariamente: l’ha picchiata, ma stavolta non si è limitato a colpirla. L’ha uccisa soffocandola. Secondo l’ordinanza che porta in carcere Spaccino, la storia si ripete, identica, fin dal fidanzamento: la picchia perché non trova le calze, perché lei si fa i buchi all’orecchio, perché lavora poco. Tanto che il figlio più piccolo disegna quello che poi è in realtà accaduto: nel disegno ci sono le case, la loro e quella dei familiari di lui, e nel mezzo c’è la madre in una pozza di sangue. Secondo i testimoni lo ha disegnato prima di sapere che la madre era morta, ma in Procura sospettano che il bimbo abbia assistito all’omicidio. Una vita matrimoniale, quella di Barbara, piena di violenze, offese, minacce di morte: per fare un esempio, una volta l’ha costretta al silenzio puntandole una forca sulla gola. Anche il suocero l’ha minacciata: una volta, le ha puntato una roncola. Quando lui ha saputo che sarebbe arrivato il terzo figlio, Viola, la bimba mai nata, ha insultato la moglie, cercato di farla abortire. Le violenze avvenivano davanti ai figli: il più piccolo, una volta, è anche intervenuto per difendere la madre, ha colpito il padre con la scopa. [...] Barbara è stata uccisa perché – a venti giorni dal parto, le gambe gonfie e il diabete – non voleva alzarsi alle sei per andare a lavorare il giorno seguente. Lui la colpisce, la soffoca e poi simula il furto: per l’accusa, è omicidio volontario ”con crudeltà verso la vittima”. Il giallo di Compignano, venti chilometri da Perugia, sembra chiuso. L’ha fatto da sempre, picchiarla: sua cugina Chiara - che conosce Barbara fin dalla nascita, ed è la sua confidente - riferisce un episodio che risale ai primi tempi del fidanzamento: ”Barbara aveva deciso di farsi il secondo buco all’orecchio, ma doveva nascondere il fatto sotto ai capelli. Quando Roberto se n’è accorto, l’ha immediatamente punita con uno schiaffo”. Sempre la cugina, racconta agli inquirenti che Barbara è stata picchiata quando aspettava il suo primo figlio, al settimo mese di gravidanza, ”perché lui non trovava un paio di calzini”. Questo episodio è confermato anche dal racconto della zia di Barbara, Elisa Cicioni. E poi dice, Chiara, che ”Roberto da sempre, e fino al tragico epilogo, ha costretto Barbara a vivere violenze di ogni tipo. Non mi ha detto se usava sempre le mani o anche altro, ma certamente il marito non lasciava segni”. Una specie di stile [...] quando usa il cuscino, non lo fa per caso. Secondo Chiara, poi, la insultava continuamente: ”Le diceva che era un cesso, che faceva schifo”. Eppure, secondo le testimonianze, è stato proprio Roberto a dare a un giornale la foto di lei il giorno delle nozze, ”così tutti potevano vedere quant’era bella”. Ma Roberto diceva anche di peggio a Barbara, molto di peggio: come testimonia anche la zia della ragazza, Elisa, le diceva che era ”una nullafacente, che non era ordinata, e che era una mignotta come la madre”. Glielo diceva di continuo, racconta zia Elisa: ”In alcune occasioni frasi analoghe mi furono riportate anche dal primogenito, il quale avendo più volte sentito tali affermazioni si sentì autorizzato a ripeterle”. Il papà di Barbara ha anche cercato di farlo smettere: ”Gli disse che lo avrebbe menato se avesse continuato a picchiare sua figlia”. Invece, Roberto non ha smesso: né di picchiarla, né di insultarla. Il padre di lei, Paolo, conferma al magistrato che la figlia è stata picchiata mentre aspettava il primo figlio: e poi sempre, a ”calci e pugni”. Lui, racconta il padre, le diceva che ”era oziosa. Ma mia figlia si alzava alle sei del mattino...”. Una volta la incontrò, lei aveva ”evidenti ecchimosi al volto” [...] Quando seppe che era di nuovo incinta, ”lui - dice Chiara al pm- subito la insultò dicendole che doveva far riconoscere quel figlio da suo padre, che quel figlio non era il suo e che avrebbe dovuto abortire”. Lo ammette lui stesso, Roberto, durante un interrogatorio: ”Pensai di farla abortire ma lei non volle saperne”. [...] Barbara Spaccino dice di non volere andare a lavorare il giorno seguente, visto il suo stato: lui, per l’accusa, ”reiterando il rituale delle ingiurie di ozio, l’ha colpita violentemente”. Secondo quanto stabilito dall’autopsia, la morte sopraggiunge per, scrive il dottor Luca Lalli, ”meccanismo combinato di natura asfittica, soffocamento, e neurologico, inibizione da compressione del nodo del seno con conseguente bradicardia-arresto cardiaco”. Lei ha anche un ematoma sul gomito sinistro, una ”lesione da difesa”. Il dottore scopre anche altro. Le macchie ipostatiche smentiscono il racconto dell’accusato, e, soprattutto, ”lorario della morte: non è quello raccontato dal marito. Lei non ha ancora digerito, prova che non è morta poco prima o poco dopo mezzanotte: quell’orario, è ”incompatibile”. Roberto Spaccino, dopo aver ucciso, simula il furto, ma male: per l’accusa è ”una sceneggiata, posta in essere cinicamente”. Apre i cassetti in modo da incastrarli, e rendere così impossibile rovistare, lascia alcuni indumenti piegati, in camera da letto apre solo i cassetti dov’è la cassaforte, non apre l’armadio e il comodino; nella casa, poi, ci sono oggetti d’oro, d’argento, un telefonino, gioielli, una carta di credito. Stando al suo racconto, con i figli e la moglie in casa, lui esce e non mette né il gancio alla portafinestra, né gli allarmi. Nel ricostruire l’accaduto, Spaccino racconta ciò che poi viene smentito dai sopralluoghi degli investigatori. Si contraddice quasi su tutto, ”tace le violenze, inquina il dato probatorio”. Insomma ”mistifica la realtà”, ha ucciso volontariamente, e ”poteva uccidere ancora”. I figli, Nicolò e Filippo, che hanno otto e quattro anni» (Alessandro Capponi, ”Corriere della Sera” 30/5/2007).