Ennio Caretto, Corriere della Sera 30/5/2007, 30 maggio 2007
ROMA – Per molte donne è una vergogna, un segreto che resta chiuso in famiglia. Non sanno che il problema si può risolvere anche se con una soluzione finora piuttosto impegnativa e non soddisfacente
ROMA – Per molte donne è una vergogna, un segreto che resta chiuso in famiglia. Non sanno che il problema si può risolvere anche se con una soluzione finora piuttosto impegnativa e non soddisfacente. E spalanca prospettive del tutto diverse la nuova tecnica messa a punto da un gruppo di ricercatori del Policlinico Umberto I. Una vagina biotecnologica per chi ne è priva dalla nascita, ricostruita utilizzando tessuto ricavato da cellule staminali prelevate dalla paziente e coltivate in laboratorio. E’ la prima volta al mondo. Sono state già curate due donne. La prima un anno fa, 27 anni. L’altra, 17, sta per uscire dall’ospedale. Avevano una malformazione determinata dalla sindrome Mayer Von Rokitansky Hauser, un caso ogni 3-4 mila. I dettagli, sull’ultimo numero di Human Reproduction a firma di Pierluigi Benedetti Panici, Filippo Bellati, Terenzio Boni, Federica Francescangeli, Luigi Frati e Cinzia Marchese. «Tra le candidate alle prossime operazioni, pazienti danneggiate da tumori o traumi – dice Benedetti Panici ”. Le tecniche finora disponibili erano molto invasive e poco efficaci. Si utilizzavano tratti di intestino o colon, tessuti poco adatti». Adesso la mucosa mancante viene ricostruita seguendo la procedura per grandi ustionati. Cinzia Marchese, dipartimento di medicina sperimentale, ha coltivato le staminali a partire da cellule dell’imene: «Abbiamo ottenuto sottili lembi poi trasferiti nel loro habitat naturale». Frati, pro rettore dell’università La Sapienza, elenca i vantaggi della neovagina: «Niente cicatrici, rischio di rigetto azzerato, rapidi tempi di recupero».