Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  maggio 30 Mercoledì calendario

BIGON

BIGON Albertino Padova 31 ottobre 1947. Ex calciatore. Col Milan vinse lo scudetto del ”79 (quello della stella) e la coppa delle Coppe del 1973. Allenatore, nel ”90 vinse lo scudetto col Napoli, col Sion ha vinto in Svizzera campionato (’97) e coppa (2007) • «Mezzala-centravanti [...] un giocatore di buona classe, forse non sufficientemente coraggioso e potente per fare il centravanti puro, ma abile nello svariare e nell’aprire il gioco: oggi sarebbe una perfetta seconda punta. Da allenatore, nonostante molti dicano sia succube dei giocatori, si prende le sue soddisfazioni [...]» (Dizionario del Calcio Italiano, a cura di Marco Sappino, Baldini&Castoldi 2000) • «’Sa che cosa mi dispiace? Che, nonostante abbia segnato più di 180 reti, ci si ricordi di me soltanto per un gol di polpaccio in un lontano derby milanese e, da allenatore, per lo scudetto vinto con Maradona: meriterebbero di più le due salvezze di Cesena con Rizzitelli, Bianchi e Sebastiano Rossi”. La storia di Alberto Bigon incomincia dalla fine. Da quando, vinto il campionato a Napoli (1990) al culmine di una rapida ascesa professionale (Reggina in C1, due anni a Cesena in serie A), un declino altrettanto improvviso lo catapulta ad Atene, sponda Olympiacos, dopo avere fatto tappa a Lecce (B), Udine (A), Ascoli (B), fino all’esilio svizzero di Sion (accoppiata scudetto e Coppa nel ”97) e alla fugace esperienza perugina (B). ”Arrivai ad Atene nel 1999 e fui esonerato senza un motivo nell’aprile del 2000 a 7 giornate dalla fine. Ero primo con il record di punti fatti e di gol segnati, in pratica avevo già vinto il campionato e sarei stato l’unico allenatore a farlo in tre nazioni diverse. Ci è riuscito il Trap, ma dopo. Non ho mai capito i motivi di quella scelta, non mi furono date giustificazioni ufficiali. Quella vicenda mi nauseò a tal punto che decisi di smettere. Così mi sono messo a giocare a golf, dedicandomi anche ai nipotini. Nel febbraio 2007, all’improvviso, mi telefona Christian Costantin, il mio vecchio presidente a Sion, chiedendomi di tornare. Dopo 10 anni. Siccome tutti i bei giochi, golf incluso stancano, ho accettato. La squadra, ovviamente, aveva dei problemi, io ero il quinto allenatore in 7 mesi, ma sono riuscita a portarla al terzo posto e in Coppa Uefa. Ricomincia il campionato e a dicembre il presidente, convinto che con questo organico si possa fare di più, mi solleva dall’incarico: troviamo comunque un’intesa, divento dirigente e faccio il consulente di mercato. La squadra però va come va e il giorno di Pasqua Costantin mi telefona di nuovo per riportarmi in panchina. Eccomi qua”. Alberto Bigon (Albertino per l’anagrafe) è un pezzo importante della nostra storia calcistica. Nelle sue 9 stagioni milaniste ha vinto lo scudetto della stella (’Da capitano”) ma era in campo anche il 20 maggio 1973, la domenica della fatal Verona (’Eravamo finiti, ridotti al lumicino: altro che festini dopo la vittoria di Salonicco!”) ed era capitano quando l’Italscommesse travolse l’onorabilità rossonera (’Io non ebbi sentore di nulla. La mia debolezza era anche la mia forza, nessuno trovò il coraggio di avvicinarmi”). Da allenatore del Napoli era in panchina a Bergamo, l’8 aprile del 1990, la domenica della monetina di Alemao che scatenò tante polemiche (’Ma il campionato lo avremmo vinto comunque. All’epoca le regole erano quelle”). Bigon ha conosciuto Rocco, Maestrelli (a Foggia), Liedholm, il primo Trap. Ha avuto come compagni di squadra Rivera, Capello, Baresi, Novellino (’Ma ho giocato anche con Sivori e Altafini e con il grande Oscar Massei nella Spal”), ha allenato Maradona, Ferrara, Careca, Bierhoff (ad Ascoli) quando era considerato un brocco. Oggi il suo mondo è la casa in legno di Verbier, enclave inglese nelle alpi del Vallese, e il campo d’allenamento chiuso tra la cantonale per il Gran San Bernardo e un rumoroso ruscello. Alberto Bigon trasmette la sua sapienza calcistica ad un gruppo che è un piccolo Arsenal (’Tra giocatori e staff siamo di 20 nazionalità diverse”) avendo come sfondo picchi innevati e distese di vigne ancora sonnecchianti. C’erano una volta il paron Rocco e il fenomenale Diego Armando Maradona... Qui la qualità della vita (’Ottima, in paese sono diventato amico del giornalaio, del benzinaio e della pizzaiola”) gli consente di non perdersi nei ricordi. ”Credo di essere una persona fortunata. Ho conosciuto personaggi irripetibili. Rocco incominciò nel 1960 a darmi i primi calci nel sedere, quando iniziavo nel Padova. Dieci anni dopo me lo ritrovai al Milan. Mi chiamava el dotor per quel detto che fa: venessiani gran signori, padovani gran dotori, veronesi tuti mati, vicentini magnagati. Rocco era un filosofo, un filosofo contadino. Tommaso Maestrelli è stato invece il mio secondo papà. A Foggia ero giovanissimo e solo. Lui mi ha aiutato a crescere. Tommaso morì di tumore: mi chiamava spesso dalla sua stanza d’ospedale parlando piano e stavamo ore al telefono. Quando la telefonata finiva, io mi chiudevo in camera e mi mettevo a piangere. Liedholm è quello che mi è servito davvero per diventare allenatore. Il suo distacco, la sua intelligenza ma anche la sua fermezza, sono stati punti di riferimento. Trapattoni invece era giovanissimo quando, Rocco malato e fuori uso Cesare Maldini, si ritrovò in panchina. Prima della finale di Coppa delle Coppe perduta a Rotterdam con il Magdeburgo venne in camera da me e Schnellinger e ci chiese consiglio in milanese: se fem? Cosa facciamo?”. Sui suoi compagni più illustri, ovviamente el dotor Bigon potrebbe aggiungere un nuovo volume alla Treccani: ”Capello? Un predestinato. Sapeva già tutto quando eravamo assieme nella nazionale juniores. Ti insegnava a giocare a biliardo e a qualsiasi altra cosa. Al Milan insegnava anche ai portieri. Grande personalità, Fabio: se dovevi comperare un frigorifero potevi rivolgerti a lui. La mia amicizia con Rivera nasce invece da una affinità elettiva. Siamo sempre stati sulla stessa lunghezza d’onda in tante cose. Quando andavamo a Milanello in macchina trovavamo sempre qualcosa di cui parlare”. Dei giocatori che gli sono sfilati davanti nella sua oscillante carriera di allenatore, Bigon non può ovviamente prescindere da Maradona: ”I compagni da lui accettavano tutto, l’allenatore faceva un po’ più di fatica. A me i giocatori dicevano: mister, lei alleni noi come una squadra normale che al resto ci pensa Diego... Nell’anno dello scudetto Maradona fu quasi impeccabile, poi però successe di tutto, anche perché le sue condizioni peggioravano. Con lui la società le ha tentate tutte, lo faceva seguire, aveva preparato dei dossier”. Se Maradona era il Re Sole, l’Oliver Bierhoff di Ascoli, in B, era un oggetto misterioso: ”Mi chiedeva sempre: lei che è stato centravanti del Milan pensa che io potrò mai diventare centravanti del Milan? Era la sua fissazione”. Traguardati i 60 anni, Albertino Bigon vive con leggerezza, a pieni polmoni, la sua dimensione calcistica e montana. In fondo i rimpianti sono ormai scoloriti dal tempo: ”Ho sbagliato a scegliere Lecce dopo le stagioni di Napoli. Mi avevano convinto che la squadra sarebbe subito risalita in A. Da calciatore la vera amarezza è la sconfitta di Verona”. [...]» (Alberto Costa, ”Corriere della Sera” 4/4/2008).