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 2007  maggio 20 Domenica calendario

Huysmans: confessioni alla sartina. Il Sole 24 Ore 20 maggio 2007. Perché il sofisticato, nevrotico autore della bibbia del decadentismo, A ritroso, aveva deciso di firmare questa finta intervista a se stesso - che pubblichiamo a fianco - col nome di un’ex-amante, Anna Meunier? Certo, nella vita reale Joris-Karl Huysmans, del quale ricorre in questi giorni il centenario della morte, non era un aristocratico come il suo perverso eroe, Des Esseintes

Huysmans: confessioni alla sartina. Il Sole 24 Ore 20 maggio 2007. Perché il sofisticato, nevrotico autore della bibbia del decadentismo, A ritroso, aveva deciso di firmare questa finta intervista a se stesso - che pubblichiamo a fianco - col nome di un’ex-amante, Anna Meunier? Certo, nella vita reale Joris-Karl Huysmans, del quale ricorre in questi giorni il centenario della morte, non era un aristocratico come il suo perverso eroe, Des Esseintes. Si guadagnava la vita lavorando in un ministero. Anche Anna, del resto, non aveva nulla di eccentrico. Era una sartina che lavorava in una manifattura. Aveva la vita sottile, il nasino all’insù, i capelli biondi, braccia deliziose, piedi affusolati, mani carine, ma l’insieme era di «una bruttezza provocante». La prima volta erano stati insieme solo qualche mese. La seconda, cinque anni dopo, era durata più a lungo. La Meunier, che aveva ormai due figlie, veniva a trovarlo la domenica e a volte passava le vacanze con lui. Lo scrittore apprezzava la tenerezza con cui sopportava le sue bizzarrie. Nessuno però era meno letterario di quella fragile figura e scegliere il suo nome come pseudonimo rivelava la disillusa consapevolezza di Huysmans. Con quello stratagemma, sembrava voler ribadire che l’unico specchio in cui ci si poteva ormai guardare era proprio quella società di massa che aveva tentato di esorcizzare in A ritroso. Certo lo attraeva il gioco vertiginoso dell’autointervista. Era sempre stato di una lucidità straordinaria. In un libro, si era spietatamente descritto come se si vedesse dall’esterno. Senza omettere i pantaloni troppo larghi e corti sulle tibie sottili, la schiena curva e la strana maniera di camminare a scatti, fregandosi le mani senza motivo. Anche negli Hommes d’Aujourd’hui si era chinato su se stesso con una spietatezza che non precludeva intenerimenti e soprassalti. Come quando, dopo avere denigrato equamente le sue prime opere, aveva esaltato la rabbia di A ritroso. «Non credo - faceva dire alla Meunier - che l’odio e il disprezzo per un secolo siano stati espressi più rabbiosamente che in quello strano romanzo». Non si faceva però illusioni su di sé. Sapeva fin troppo quanto assomigliava ai suoi protagonisti, uomini deboli, inquieti, capaci solo di torturarsi e di fare la diagnosi del male che li rode. Come Folantin, il burocrate di Alla deriva, (appena riedito dalle palermitane edizioni Duepunti, pagg. 96, ? 9,00): «ebbro di nulla, straziato e consumato dalla routine del lavoro», secondo il curatore Marco Dotti. Il pessimismo di Joris-Karl era celebre. Per lui tutto era vano, le donne erano deludenti e la superiorità intellettuale serviva solo a soffrire di più. «In fondo - aveva scritto a Emile Zola -, se non si è pessimisti, si può essere solo cristiani o anarchici». Huysmans che nascondeva accuratamente la sua bontà sotto un cipiglio insofferente aveva seguito con preoccupazione l’evoluzione dei sintomi di Anna. I medici, non riuscendo a spiegare i terribili dolori della donna, avevano provato di tutto, dai salassi alle cauterizzazioni. Guardando quella figuretta elegante, sempre più pallida ed esangue, lo scrittore vedeva già in trasparenza la morte. Soffriva nel vederla declinare rapidamente. Inoltre, pur essendo povero, manteneva la famiglia dell’amata e pagava le spese mediche. Per giunta la sua cameriera, per distrarlo dalle preoccupazioni, mimava con inquietante realismo il suicidio per impiccagione di suo marito. La vita stava assomigliando sempre più ai suoi incubi e Huysmans, sempre più misogino, si consolava immergendosi nell’occultismo. Un campo insidioso, in cui aveva incontrato Henriette, una collezionista di scrittori che sarebbe diventata anche lei un’amante. Talmente esigente da indurlo a tornare nelle case chiuse, dove una certa Fernande esercitava su di lui uno strano fascino. Lo scrittore cercava di resistere, ma poi cedeva, correva da lei e ne usciva demoralizzato e disgustato di se stesso. Diventata un pericolo per se stessa e per gli altri, Anna era stata internata in un ospedale. Per lo scrittore era una tortura cercare di rasserenare la donna caduta in un rimbambimento precoce. Si accusava di avere accelerato la sua follia avvicinando quella «piccola operaia dal cervello allegro e leggero» al satanismo e all’occultismo. «Ah, le donne! Quando penso alla mia! Il male avanza. Un passo dopo l’altro l’orribile si accentua... che epilogo! La demenza! La demenza! Ah, se avessi la fede!», si era confidato con un amico. Poco a poco stava trovando un senso alla sofferenza e in questa delicata operazione lo aiutava un singolare personaggio, l’abate Mugnier, idolatrato dalle dame dell’alta società per la sua cultura, la sua ironia e la sua eccezionale spregiudicatezza. Era la persona ideale perché lo scrittore si accaniva a raccontargli le più inedite esperienze erotiche. «Huysmans ha il disgusto ma non il pentimento», notava l’abate. Poi un giorno Joris-Karl si era deciso: «Venticinque anni di sozzure! Mi spurgherò l’anima». Giuseppe Scaraffia