Varie, 29 maggio 2007
BILOSLAVO
BILOSLAVO Fausto Trieste 13 novembre 1961. Giornalista. Inviato di guerra • «Per Fausto Biloslavo, il Medio Oriente, ”è il primo amore, perché ho iniziato questo mestiere in Libano nel 1982. Ricordo che Yasser Arafat era stato costretto a ritirarsi da Beirut circondata dagli israeliani. Molti giornalisti lo inseguivano per vederlo salpare verso Tunisi, ma prima del porto vennero fermati dai mitra spianati. Nei momenti di panico che seguirono, aprii la portiera di un’autovettura che scortava il leader dell’Olp e mi trovai di fronte alla canna di un kalashnikov. Provai a sbiascicare che ero un bravo ragazzo, un onesto giornalista, e soprattutto italiano. Il palestinese che imbracciava il fucile mitragliatore aveva studiato a Bologna e adorava il nostro paese. Mi fecero salire in macchina e mi scaricarono davanti ad Arafat, che mi guardò stupito. Così fui l’unico giornalista ad assistere da vicino alla sua partenza. Questo per dire che l’inviato di guerra ha sempre bisogno di un pizzico di fortuna e una buona dose di spregiudicatezza se vuole portare a casa il lavoro e soprattutto la pelle”. [...] Come si fa ad arrivare nelle zone di conflitto e a muoversi in prima linea? ”I contatti sono fondamentali ed è importante poterli attivare in poche ore, tempo di fare i bagagli e partire. Per contatto intendo anche un autista sveglio, che sappia come trattare con i soldati a un posto di blocco per farti passare. Poi ho imparato, soprattutto dall’Afghanistan, che è importante sapersi mimetizzare. Nello Yemen sono riuscito a raggiungere il capo dei rapitori di alcuni turisti italiani, solo perché ero travestito da beduino. Anche [...] in Libano mi sono lasciato crescere la barba, secondo i precetti del Corano, e ho utilizzato una macchina simile a quella degli hezbollah per girare nelle zone, al confine con Israele, controllate dai guerriglieri islamici.” Bastano tecniche avventurose per realizzare un buon servizio? ”No, bisogna avere anche un’ottima preparazione di fondo. Mai partire senza un buon archivio di ritagli e pure libri sul luogo del reportage. La forza dell’inviato è vivere nel paese dove si trova, raccontandolo dal profondo. Purtroppo il problema è che i quotidiani ti chiedono spesso pezzi di giornata, facilmente realizzabili in redazione con le agenzie. O, ancora peggio, le notizie di ogni giorno, che hanno tutti, e gli spazi angusti costringono il reportage-racconto, di per se stesso esclusivo, in poche righe, se non all’attesa per la pubblicazione, dimenticato in un cassetto [...]In Bosnia ho dovuto stringere la mano al ricercato per crimini di guerra Radovan Karadzic prima di parlargli, mi sono fatto scortare dai guerriglieri kashmiri che gli americani bollano come ”terroristi’, dopo averli bombardati in Afghanistan nei campi di Bin Laden [...] Quando scrissi per primo sul Giornale che l’Italia inviava un ambasciatore nella Corea del Nord, qualche collega disse che avevo ricevuto la dritta dalla Cia. In realtà la soffiata era arrivata da un amico diplomatico della Farnesina. Le storie oscure di manipolazioni dei Servizi sono spesso una bufala. invece fondamentale sapere sempre chi hai di fronte, tenendo conto che le spie non si presentano con il tesserino. I giornalisti sarebbero capaci di vendersi la madre per uno scoop ma l’importante è evitare manipolazioni. Talvolta è semplice: basta far finta di prender nota delle inutili frasi di propaganda contro il ”nemico sionista’ o il ”terrorista palestinese’ e ottieni il permesso, l’intervista o il via libera a un posto di blocco per arrivare a un telefono e dettare l’articolo”» (’Il Foglio” 20/10/2000).