Il Sole 24 Ore 18/05/2007, pagg.1-2 Orazio Carabini, 18 maggio 2007
Gli effetti a cascata della cura Draghi. Il Sole 24 Ore 18 maggio 2007. Sei grandi operazioni tra banche italiane e due importanti acquisizioni da parte di gruppi stranieri
Gli effetti a cascata della cura Draghi. Il Sole 24 Ore 18 maggio 2007. Sei grandi operazioni tra banche italiane e due importanti acquisizioni da parte di gruppi stranieri. Tutto in 17 mesi. Quelli trascorsi da quando Mario Draghi ha assunto la guida della Banca d’Italia. Domenica, una decina di giorni prima delle Considerazioni finali, i consigli di amministrazione delle banche coinvolte daranno il via libera alla fusione tra UniCredit e Capitalia e a quella tra le Popolari di Milano e dell’Emilia-Romagna. Nei mesi scorsi sono nate Intesa Sanpaolo (che sta per rilevare Carifirenze), Ubi Banca e Banco Popolare. Sono sbarcate in Italia Bpn, con Bnl, e Abn Amro, con AntonVeneta. Ma anche il Crédit Agricole, che ha rilevato gli sportelli "di troppo" in Intesa Sanpaolo. E non è escluso che il Santander possa fare altrettanto con UniCredit-Capitalia. L’appello di Draghi a rafforzare il sistema aumentando le dimensioni medie attraverso aggregazioni è stato raccolto dai banchieri con solerzia. La risposta è stata quasi un overshooting, come direbbero i banchieri centrali: il risultato è andato persino al di là dell’obiettivo. Per il sistema italiano la rivoluzione di questi mesi è molto probabilmente un bene. Soprattutto alla luce di quanto sta accadendo sui mercati internazionali, dove le banche sono sotto attacco e il settore sembra contagiato da una vera e propria mergermania. Senza le fusioni "nazionali" oggi il SanPaolo potrebbe essere in mano al Santander, Intesa al Crédit Agricole e Capitalia ad Abn Amro o a Barclays. Invece sono nate due grandi banche, italiane ma di dimensioni europee: Intesa SanPaolo e UniCredit, che manterrà il nome dopo la fusione. Ed è curioso notare che esse si sono sviluppate partendo dalle strutture della Banca Commerciale e del Credito italiano che erano le due più grandi banche italiane già nel 1920. Gli occhi di tutti sono puntati sull’asse Milano-Roma e su quel formidabile concentrato di potere che scaturirà dall’integrazione tra UniCredit e Capitalia. Alessandro Profumo non ha spiegato, almeno per ora, in maniera convincente perché ha cambiato idea sulla banca romana e ora è disposto a pagarla più di 8 euro per azione. stato il governatore a convincerlo che bisognava "sistemare" Capitalia? Sono stati i politici più vicini al presidente Cesare Geronzi, come Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, a favorire il rafforzamento di UniCredit in contrapposizione a Intesa SanPaolo, considerata la "banca di Prodi"? Oppure l’ondata di merger ha fatto cambiare idea a Profumo sulla possibilità di "creare valore" con Capitalia? «Scegli il consulente giusto e troverà il modo di dimostrare che hai creato valore», spiega un navigato banchiere. Secondo il quale non è questo il problema. Tuttavia Profumo sarà costretto ad affrontare subito la questione delle sovrapposizioni e degli esuberi affondando il bisturi: nuovi sacrifici attendono la sede centrale di Capitalia a Roma, già ridimensionata negli ultimi anni, che dovrà pagare un prezzo elevato all’obiettivo dell’efficienza. Per valutare l’operazione bisognerà attendere i dettagli. Secondo le prime indiscrezioni Profumo e Geronzi avrebbero rinunciato a quella governance duale che invece è stata indispensabile per concludere tutte le altre operazioni. Certo, i rapporti di forza in questo caso sono squilibrati a favore di UniCredit e difficilmente Capitalia avrebbe potuto pretendere di più. Ma la scelta di mantenere soltanto il consiglio di amministrazione sarebbe un ottimo segnale: la governance, più che a bilanciare i rapporti di forza tra due gruppi di azionisti, serve a far funzionare un’impresa in modo efficiente e trasparente. Troppi fronzoli barocchi, come quelli che stanno infiocchettando il settore bancario, non sono ben visti all’estero. Dove i banchieri italiani sono, da subito, chiamati a cimentarsi. Ci vorrà del tempo per capire come si assesteranno tutte le società "a valle" in cui UniCredit e Capitalia uniscono le forze. Come si ripartirà, per esempio, la quota in Mediobanca che, sulla base dello statuto, dovrà essere ceduta? Sono previste delle contropartite per i soci francesi? Come sarà regolato il conflitto d’interessi con Ubm e Mediocredito centrale? A cascata saranno da valutare gli effetti su Generali (che guaio quella presenza di Antoine Bernheim nel consiglio di sorveglianza di Intesa SanPaolo) e su Rcs dove, comunque vada, il socio UniCredit-Capitalia sarà più pesante della somma dei due soci UniCredit e Capitalia. Ora che il consolidamento sul fronte interno si può considerare quasi concluso (anche se tra le Popolari sono ancora possibili aggregazioni) è auspicabile che i banchieri italiani puntino a due obiettivi altrettanto importanti: l’espansione sui mercati internazionali e una maggiore concorrenza sul mercato domestico. Intesa SanPaolo e soprattutto UniCapitalia hanno già una discreta presenza in Europa dove peraltro c’è ancora molto spazio per crescere. All’Est ma anche all’Ovest come dimostra l’attivismo delle banche inglesi (Barclays e Royal Bank of Scotaland su Abn Amro), tedesche (Deutsche Bank su Julius Baer), francesi (Société Générale e i suoi otto pretendenti), spagnole (Santander e Bbva sempre in movimento). Sarebbe quindi opportuno che Intesa SanPaolo e UniCredit-Capitalia evitassero schermaglie interne (come si spiega quel 2% di UniCredit saltato fuori all’improvviso dalla pancia di Intesa SanPaolo?) e si misurassero sui mercati internazionali, a caccia di prede. I banchieri italiani devono inoltre dimostrare che una maggiore concentrazione non implica necessariamente meno concorrenza. E quindi un danno ai consumatori. vero che tocca al legislatore e alle autorità (Banca d’Italia, Antitrust e Consob) garantire un quadro normativo e una vigilanza che scoraggino la collusione tra gli operatori ma altrettanto determinante è il comportamento dei manager. Sotto questo profilo i segnali che giungono dal mercato sono incoraggianti: i margini sono in calo, segno di una efficace pressione concorrenziale, ma la redditività tiene grazie al controllo dei costi e all’offerta di nuovi prodotti. Orazio Carabini