Jacopo Jacoboni, La Stampa 29/9/2007, 29 settembre 2007
JACOPO IACOBONI
LA sorpresa è che non è un anticapitalista tout court. Anzi. Serge Latouche, il teorico della decrescita già amatissimo dall’universo altermondialiste, nel nuovo libro dice: «Si tratta semplicemente di rifondare... la democrazia». Saranno contenti i suoi estimatori italiani, a cominciare dal candidato dei candidati, Walter Veltroni.
Dietro i tatticismi esasperanti che segnano la nascita del Partito democratico spunta di tanto in tanto, persino nella politica italiana, la vera questione: quale sia e come possa esser eventualmente ridisegnata negli anni duemila un’identità «di sinistra». Per farlo la sinistra che c’è non trova di meglio che cercare modelli, l’ultimo dei quali Nicolas Sarkozy. Solo che di solito i modelli culturali poco hanno a che fare con la tradizione post-marxista. A Firenze, assise programmatiche dei Ds nel dicembre 2005, Piero Fassino aveva sul tavolo in edizione inglese la nuova Bibbia di un economista liberal, Thomas Friedman, The World is Flat; raccontano gliel’abbia suggerita un ragazzo del suo entourage. A Firenze un mese fa, al congresso di scioglimento del partito, D’Alema ha confidato «io Zygmunt Bauman l’ho letto tanti anni fa», insofferente dell’ultima moda ”di sinistra”, adagiarsi sugli allori della «società liquida», ma ovviamente interessato ai concetti del sociologo ebreo polacco. Nel mezzo, la sinistra del Pd sfoggia tanti e variopinti riferimenti ideali, un sincretismo culturale nel quale spiccano i romanzieri, per esempio Khaled Hosseini (quello del Cacciatore di aquiloni, edito da Piemme) o l’ultimo, affascinante Mohsin Hamid, quello de Il fondamentalista riluttante (Einaudi). Il primo citatissimo da Anna Finocchiaro, il secondo da Giovanna Melandri.
Ecco. Bisognerà aspettare molto, ci si chiedeva in quei giorni, perché il nuovo partito inserisca o menzioni, o almeno tragga stimoli, da qualche intellettuale proveniente dall’album di famiglia post-socialista? Dicono l’abbia fatto Veltroni, quando ha consigliato: «Puoi non essere d’accordo con Latouche, ma una riflessioni sugli stili di vita occidentali va fatta». E forse la chiave è qui.
Nel nuovo saggio che Feltrinelli manda in libreria, La scommessa della decrescita, Latouche, professore emerito a Paris-sud Orsay, animatore della rivista Mauss, torna a sostenere la sua tesi ormai classica: quella che punta anziché sullo sviluppo potenzialmente indefinito dell’economia, su un suo arresto e una progressiva, virtuosa decrescita. Le risorse del pianeta non sono infinite, non può esserlo la crescita. «La nostra società, da almeno una cinquantina d’anni a questa parte, è stata totalmente fagocitata da un’economia che ha per unico fine la crescita per la crescita. Il punto è che crescere per crescere è una cosa stupida. Per questo ho cercato di articolare l’idea della decrescita in un programma politico concreto, anzi, meglio, in un percorso le cui tappe fondamentali sono costituite da quelle che io chiamo le otto ”r”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. In fondo dietro l’idea di una società della decrescita ritroviamo un progetto molto più antico, quello di una società autonoma, una società che si dà le proprie leggi e non è eterodiretta dalle leggi del mercato». Una società vagheggiata - e sarebbe ovvio - dai vecchi Ivan Illich e Cornelius Castoriadis. Ma anche, ricorda Latouche, dai padri dell’economia classica, Smith e Ricardo: la teoria dello «stato stazionario» - l’idea che a un certo punto della vita del pianeta lo sviluppo economico si sarebbe dovuto per forza arrestare - appartiene proprio a loro, e a un altro liberale come John Stuart Mill.
Si possono citare diversi dati a sostegno di questa tesi, che spiegano perché affascini Nicholas Stern, ex economista della Banca Mondiale, e attraverso di lui Tony Blair, ma anche certa destra angloamericana alla Schwarzenegger: i cinque metri cubi di foresta amazzonica che servono per smaltire l’anidride carbonica prodotta da un solo litro di benzina bruciata; l’impronta ecologica sostenibile di ciascun abitante, che il Wwf calcola in 2,2 ettari e invece sale a 9,6 per un americano medio (gli italiani sono al 3,8); la progressione insostenibile del Pil mondiale se procediamo a questi ritmi (dai 6000 miliardi di dollari del 1950 siamo passati ai 43mila del duemila, è possibile arrivare nel 2050 a 172mila miliardi senza spaccare tutto?). Altrettante potrebbero essere le obiezioni a Latouche: per dirne una, le previsioni dell’esaurimento delle risorse energetiche nell’arco di un trentennio, sviluppate dal «Club di Roma» nel 1972, non si sono rivelate esatte. Per fortuna, si potrebbe aggiungere. Di nuovo, allora, che cos’è ”di sinistra”, crescere, decrescere, crescere più saggiamente?
Ciò che resta di sicuro del discorso di Latouche è quello che più affascina i neo-democrat all’italiana di oggi: non una riscrittura del capitalismo, ma una modifica degli stili di vita. «Rifondare la democrazia»: non due lavatrici ma una; non quattro televisori, ma magari due; la riduzione, poniamo, di qualcuno degli arroganti Suv delle nostre città. Latouche in questi anni è diventato interlocutore fisso non di Casarini e Caruso, ma di uomini che siedono adesso nel Comitato per il Pd. Con Carlìn Petrini si scambia mail di frequente; di Gad Lerner è stato più volte ospite in tv. E ha dialogato con uomini certo non esagitati come Luciano Gallino; il quale, pur non condividendone tutte le ricette, gli ha detto: «La tua è un’opzione ideale che ha un forte contenuto politico, etico ed economico». Va almeno discussa.
Tanto più se il Latouche di oggi scrive: «Il rifiuto radicale della ”democrazia” è eccessivo. Lo si voglia o meno, fa parte ormai della nostra tradizione, e non è l’incarnazione del male». Domanda Latouche, e sembrano parole scritte nei giorni del dibattito italiano sulla «crisi della politica»: « forse meno democratico essere rappresentato dagli eletti che lasciare per pigrizia o indifferenza i notabili o i demagoghi dirigere gli affari della città?». La «democrazia ecologica», come la chiama lui, avrà bisogno della politica, non dell’antipolitica.