Ferdinando Camon, La Stampa 29/9/2007, 29 settembre 2007
Ferdinando Camon Il Chievo torna in B, e il suo sito si riempie di lamenti: «Tutto come previsto»
Ferdinando Camon Il Chievo torna in B, e il suo sito si riempie di lamenti: «Tutto come previsto». In «tutto previsto» non c’è un’accusa all’arbitro: sarebbe un’accusa minore, qualcuno non vuole una piccola squadra in serie A. In «tutto previsto» c’è un’idea più larga: «tutto» lavora perché una piccola squadra di un piccolo borgo non resti in A. A Verona vive uno scrittore inglese di buon nome, Tim Parks: è andato a vedere il Chievo e ha scritto: «Ma può giocare a così alto livello una squadra che si allena tra cani e gatti randagi?». Una piccola squadra non sta bene in serie A per le stesse ragioni per cui un piccolo scrittore non può vincere un grande premio, o il film di un esordiente non può sbancare Venezia o Cannes. Visconti voleva il Leone d’Oro per Rocco e i suoi fratelli. Era troppo presto. Lo meritava, ma non glielo diedero. Qualche anno dopo gli promisero il leone a scatola chiusa. Si presentò con Vaghe stelle dell’Orsa. Vinse, ma era uno dei suoi film peggiori. Lanterne rosse di Zhang Yimou non vinse. Se ne pentirono. Lo premiarono pochi anni dopo, per un’opera infelice. Bocciare un autore con il capolavoro e premiarlo con l’opera mediocre vuol dire danneggiarlo due volte: lo nascondi nel buio quando dice qualcosa di potente, lo illumini con un faro quando balbetta. Perché le cose vanno così? Perché ogni grande premio, premiando, vuol premiare se stesso. Anche il Nobel. Vuole avere un ritorno. Non premia il merito, premia il successo. Non direi queste cose a proposito del Chievo se non le avesse già dette il critico sportivo Giorgio Tosatti: quando il Chievo andava in trasferta a Milano, giocava in modo tale che quando si ripresentava gli spettatori crescevano di alcune migliaia. Ci fu un anno in cui per parecchie domeniche fu in testa al campionato. Ma quando si spartiva la torta degli introiti televisivi, non otteneva la fetta che gli spettava per il posto in classifica, ma una fettina minuscola, calcolata con un giudizio che non aveva a che fare col merito, ma con la tradizione, col potere stabilito. Era tutto legale, tutto palese. Quindi, tutto giusto. Ma tutto cooperava affinché chi era piccolo restasse piccolo. Tosatti scriveva sul suo giornale, e dichiarava alla Domenica Sportiva, che se c’era qualche piccolo torto nell’arbitraggio, era spesso a sfavore del Chievo. Nessuna malafede dell’arbitro. Assurdo accusare. Anzi, e vengo al nodo, era l’applicazione di un passo del Vangelo (Marco, 4, 24), che non ho mai capito bene (o forse non l’ho mai accettato): «A chi ha, sarà dato; a chi non ha, sarà tolto». Il Chievo non ha. Alla fine, gli è stata tolta la serie A. C’è un film su questo, un bellissimo film, ed è Million dollar baby: racconta di una pugile, che più sale in alto più viene ostacolata, dalla mafia e dagli organizzatori, e quando arriva a combattere per il titolo mondiale, viene semplicemente uccisa sul ring: dalla campionessa in carica, con un colpo alla nuca, inferto molto dopo che è suonato il gong, quando le due pugili vanno allo sgabello. Il film spiega che finché ti barcameni con la tua carrierina, tutto fila liscio; se punti in alto (cattedra universitaria, consulenza, direzione), i boicottaggi crescono; se miri al vertice (deputato, ministro, presidente), devi aspettarti che ti ammazzino, moralmente o fisicamente. Se vent’anni prima avevi un’amante, la tirano fuori, e, c.!, hanno anche le fotografie. Il Chievo era troppo piccolo per diventare grande. tornato piccolo. Il mondo ritrova l’equilibrio. Adesso, tra i cani randagi, è al suo posto. (fercamon@alice.it) Stampa Articolo