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 2007  settembre 29 Sabato calendario

BOLLE ATTACCA LA FRACCI, LA FRACCI IL GIORNO DOPO RISPONDE

MILANO – Le mille Bolle blu, anzi azzurro- verde. La perfezione fisica e tecnica dell’étoile scaligero-internazionale sembra, salendo pian piano fino agli occhi, diventare spirituale. E quando l’apollineo Roberto parla della «necessità di coltivare, di portare bellezza nella vita, attraverso il proprio lavoro» rivela i suoi valori. Non potrà percepire tutto questo il pubblico del Metropolitan che attende febbrilmente il ballerino 31enne dall’11 giugno ne L’histoire de Manon
e il 23 nel Giulietta e Romeo, dopo il galà dell’1 all’Istituto di cultura italiano di New York. La comunità della danza è impaziente di ammirarne il volo, la geometria classica dei movimenti, l’elasticità, la potenza.
E’ il primo italiano invitato su quel palcoscenico. «Ho ballato alla Scala, per dieci anni al Covent Garden di Londra, al Bolscioi di Mosca, al Marinskij di San Pietroburgo, all’Opéra di Parigi, ma al Met di New York come protagonista mai. Con me è l’Italia che vince. Come con Luna Rossa». la sua consacrazione mondiale. «Sì, il Metropolitan con l’American Ballet è davvero il numero uno dei teatri per questa forma d’arte. Purtroppo, dico con amarezza e rabbia io che la "vivo" da 20 anni, non lo è la Scala. Lo è per l’opera lirica, non per la danza. E per tante ragioni...». Serafico, ne sottolinea due di ragioni: «In Italia per la danza siamo fermi a una tradizione culturale chiusa su se stessa, mentre gli altri Paesi si sono rinnovati...». Ironico: «Quello che abbiamo cambiato è stata l’età pensionabile dei ballerini: alzata a 47 anni per le donne e a 52 per gli uomini! Siamo poco più di un centinaio di professionisti nei 5 Corpi di ballo, fare regole più mirate non sbilancerebbe certo i conti».
Poi, come quando parla dei suoi viaggi in Sudan in veste di ambasciatore Unicef o di Madre Teresa di Calcutta cui è devoto, si accende: «Questo sistema frena il ricambio generazionale, la possibilità di carriera per i giovani, condiziona la resa coreografica, il ritmo... trovo che sia umano ma egoistico da parte di un’artista come Carla Fracci restare in organico, non solo per l’economia dell’Opera di Roma, ma nei confronti dell’arte».
Toccare il discorso delle partner lo rende triste. Delle sue preferite, infatti, l’inglese Darcey Bussell con cui ha danzato per otto anni al Covent, ha appena dato il «farewell», l’addio alle scene, proprio con lui al fianco. E tra 15 giorni a New York farà lo stesso Alessandra Ferri, la «sua» Giulietta. «Hanno una decina d’anni più di me entrambe, le ammiro per la maturità scenica che mi hanno trasmesso con generosità, ma soprattutto per l’eleganza di saper chiudere una carriera nel massimo della presenza in scena, della luce».
Due «madrine», un unico grande «maestro»: Nureyev. «Avevo 15 anni e, a metà dei miei studi scaligeri, mi diede certezza, mi confermò nella mia vocazione, e fui Romeo a 20 anni, primo ballerino della Scala a 21. Il suo carisma è rimasto intatto fino all’ultimo». La voglia irresistibile di ballare Roberto Bolle la sentiva però già a cinque anni, quando cominciava a frequentare la scuola a Casale Monferrato, assieme al fratello gemello, sportivo come lui ma che ha scelto la strada della finanza. Sembra di vedere una scena del film Billy Elliot...
«Anch’io danzavo a ogni occasione, alle musiche della radio, guardando gli show tv, ma nessuno mi ostacolò in famiglia. Anzi, fu mia madre Maria a portarmi alle selezioni a Milano, alla Scala. Il brutto venne dopo... la solitudine, vivevo da solo presso una signora anziana, il desiderio bruciante di prendere quel treno del sabato che mi riportava a casa. Tanti sacrifici, tanti; niente sere al bar o in discoteca, solo danza: scoprire che diventavo più bravo, gradino dopo gradino mi bastava, mi dà ancora l’energia emotiva. E, prima di uno spettacolo, accendo una candela... se (ride) in quel teatro hanno buoni sistemi antincendio».
Sbarra, centro, salti... per un’ora e mezzo, la cosiddetta lezione: la mattina di Roberto Bolle comincia ancora oggi così, ogni giorno. Poi, le prove.
«Il rigore permette di trovare la forma, fino alla perfezione». Forse è questo «sacrificio» dell’artista in scena, che lo fa sembrare superiore, vicino al divino, a piacere al pubblico...
«Perlomeno nella danza classica. Quella contemporanea è meno esigente, più liberatoria. L’ho conquistata e mi ha conquistato di recente, altri ruoli da quello del danseur noble, del Principe: tra i miei modelli tecnici, ad esempio, ora c’è il cubano Carlos Acosta, e ascolto Justin Timberlake, non solo Ciaikovskij. Amo entrare di più nel mondo del personaggio, che sia Des Grieux o Romeo, affrontare parti teatrali forti, essere un po’ attore, insomma. sempre emozione la cosa che si trasmette al pubblico, e crea un’unione magica».
SACRIFICIO D’ARTISTA
Qui a fianco, Roberto Bolle durante un recente spettacolo al Teatro Massimo di Palermo. Nella foto a sinistra, il ballerino mentre si esercita alla sbarra: «Il rigore – spiega – permette di trovare la forma, fino alla perfezione»

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Valerio Cappelli, Corriere della Sera. 30/5/2007 ROMA – Carla Fracci, l’icona della danza, e Roberto Bolle, il divo del momento alla vigilia del debutto – primo ballerino italiano – al Metropolitan di New York. Bolle ieri in un’intervista al Corriere ha detto che la Fracci dovrebbe essere meno egoista, mettersi da parte e lasciare la direzione del corpo di ballo all’Opera di Roma: un discorso generazionale, ma anche un attacco molto forte. Un polverone che sorprende.
La Signora della danza non ci sta: «Io non devo rendere conto a lui della mia carriera, ho ancora molto da insegnare, e quando ballo mi ritaglio ruoli adatti a me; se interpreto la Regina Madre nel
Lago dei Cigni non porto via niente a nessuno». Bolle cita Nureyev come maestro. Lei lo conosceva bene: «Rudy, e lo dico con amore, era il più grande egoista, ballava tutto, voleva morire sul palcoscenico».
Che può essere un atto d’amore e non un gesto egoistico... «Appunto. Rudy poi non era mai avido, certi teatri gli dicevano: posso pagarti solo questo. Lui accettava, era la sua vita. Bolle vorrebbe tornare a ballare all’Opera di Roma, mi manda saette e vituperi perché non lo invito più. Gli avevamo chiesto di fare delle creazioni e non ha mai tempo. Non posso più permettermelo, col suo cachet esorbitante mi pago tre spettacoli di lusso».
«Io non voglio mettermi in polemica con lui – continua – sono entrata alla Scala a 9 anni. Lui studia, è un danzatore bellissimo, però non è cresciuto artisticamente, gliel’ho anche detto di persona. Penso che sia mal consigliato. L’equilibrio per un danzatore è di non sentirsi mai arrivato. Lui ha perso equilibrio. così difficile avere credibilità. tanto tempo che non vado alla Scala, ma sono cresciuta lì, la rappresento, è logico, la considero casa mia. E il pubblico lo sa. Bolle è un bravo ballerino, ma per diventare un danzatore artista ci vuole qualcosa in più, la coscienza in ordine e non guardarsi in maniera ossessiva allo specchio. Io sono antica, anzi antichissima. C’è sempre da imparare dai vecchi. Voglio vedere se alla mia età arriverà con un fisico come il mio. Questo è un momento difficile per la danza in Italia, non ha la posizione che merita e sono ancora qui che lotto». In effetti all’Opera di Roma gli spettacoli più amati sono quelli di danza, sotto il segno di Carla Fracci. E quando d’estate lei entra all’Arena di Verona, in 15 mila si alzano ad applaudirla. «Una delle emozioni più forti della mia vita».
«Il bel Roberto – conclude – dovrebbe consigliare alla stupenda Darcey Bussel e alla nostra insostituibile Alessandra Ferri di trovare la forza di continuare: ricordi loro che a 41-42 anni si può sempre incontrare un giovane danzatore di 23-24 anni che si chiami Nureyev, con cui intraprendere il partneraggio
più emblematico come fu quello che capitò alla mia adorata madre artistica Margot Fonteyn».