Cristopher Hitchens, Corriere della Sera 29/9/2007, 29 settembre 2007
In un nuovo libro sulla co-presidenza Nixon-Kissinger ( Nixon and Kissinger: Partners in Power), firmato da Robert Dallek, a un certo punto un giornalista domanda al capo del mondo libero a cosa pensi quando si sveglia
In un nuovo libro sulla co-presidenza Nixon-Kissinger ( Nixon and Kissinger: Partners in Power), firmato da Robert Dallek, a un certo punto un giornalista domanda al capo del mondo libero a cosa pensi quando si sveglia. Nixon, allora presidente degli Stati Uniti, risponde solenne di essere solito riflettere sulla pace mondiale. Più tardi, ridacchiando, confiderà che invece avrebbe voluto dire: «Penso ad andare in bagno». Questo particolare mi fa ricordare un lavoro di Fawn Brodie, un’accademica tra i fondatori della scuola psico-storica. In uno dei primi studi su Nixon pubblicato nel 1981, Brodie riporta che un amico del presidente disse che questi, segretamente, avrebbe desiderato «che il mondo intero stesse a guardarlo mentre andava in bagno». Quando si scorrono le pagine del libro di Dallek, è difficile liberarsi di un pensiero tanto repellente. Quale abissale resoconto di meschinità, malignità e cattiveria rivelano queste pagine. Nessuno di noi, se i nostri momenti più intimi venissero registrati e riportati ne verrebbe fuori senza pecche; ma è pur sempre un essere umano spregevole (e ben al di sotto dell’americano medio) quello che reagirebbe all’annuncio del massacro di My Lai in Vietnam attribuendone la responsabilità a «quei luridi ebrei di New York». L’ex segretario di Stato, Henry Kissinger, ebreo di corte e maestro di servilismo, si prende da parte sua delle piccole volgari rivincite su questi momenti di abiezione: durante alcuni incontri con giornalisti off the record (o almeno così crede) chiama il suo capo un «fesso», il «nostro amico ubriacone» oppure (e in modo più appropriato) «quel pazzo». Gli Stati Uniti erano in quegli anni un’autentica repubblica delle banane governata da mascalzoni. Avevano allora un leader capace di dichiarare una guerra per distrarre l’opinione pubblica da una crisi interna, che cercava di boicottare i suoi oppositori usando metodi polizieschi e che sponsorizzava il terrorismo in Paesi limitrofi: era un leader i cui demoni personali incutevano terrore anche ai suoi caporioni. Alla fine i capi militari erano così preoccupati da discutere su come disobbedire a un ordine del presidente sull’emergenza nucleare, nell’ipotesi che l’ordine potesse venire da una personalità disturbata. Un breve segmento di un nastro registrato, reso pubblico recentemente, può fare luce, come in un flash, su un’intera epoca. Qui abbiamo per esempio Nixon che risponde a Kissinger subito dopo il colpo di Stato in Cile che aveva posto fine al governo di Salvador Allende nel 1973 e portato al potere il generale Pinochet e i suoi briganti: a un Kissinger piagnucoloso che dice che l’amministrazione non può accollarsi pubblicamente la responsabilità di quell’atrocità, il suo capo, quasi a volere aggiungere una nota di realismo risponde: «Beh, non siamo mica stati noi, come sai, lì la nostra mano non si vede». Un bel caso di rimozione, anche per chi continua a credere che la Casa Bianca non abbia avuto alcuna parte nel colpo di Pinochet. Allargandosi come una grande ombra scura su tutti gli episodi di paranoia, bigottismo e corruzione, abbiamo il grande interrogativo: Nixon e Kissinger hanno forse prolungato la guerra in Indocina per salvare la loro posizione politica? Ecco la risposta di Dallek: «Nixon aveva programmato di ritirare tutte le truppe per la fine del 1971, ma Henry lo aveva avvertito che se poi il Vietnam del Nord avesse destabilizzato Saigon nel 1972, ciò avrebbe potuto giocare a sfavore nella rielezione del presidente. Kissinger raccomandò piuttosto che le truppe fossero richiamate nell’autunno del 1972, così, anche in caso di conseguenze negative, sarebbe stato comunque troppo tardi per compromettere il risultato delle elezioni. Tutto questo senza una parola sulla vita che tanti americani avrebbero perso per rendere un servizio alla rielezione di Nixon». E qui però, si dovrebbe aggiungere, neanche Dallek dedica un cenno alla vita di tanti vietnamiti. Kissinger ha a volte suggerito surrettiziamente di avere avuto un effetto moderatore sul suo allucinato capo, effetto senza il quale le cose sarebbero andate molto peggio. Questo libro dimostra con puntiglio che, al contrario, Kissinger invariabilmente incoraggiava le peggiori inclinazioni di Nixon, e le lusinghe erano il male minore. «Li abbiamo smossi un po’», diceva Nixon, con aria autoironica dopo uno dei suoi discorsi più demagogici. Oh no, mio signore, replicava il suo tirapiedi: « stato un discorso assolutamente spettacolare! L’aspetto più interessante del suo stile di leadership è proprio quello di non fare mai notizia in tono minore, lei fa notizia in modo strepitoso, le sue sono mosse portentose». Si pensi piuttosto a quante brave persone sono morte a causa di questo odioso sodalizio e a quanti imbroglioni, e a quanti fascisti questa coppia abbia invece prolungato vita e carriera. Finito questo libro, anche io sento l’urgente bisogno di andare in bagno, e per una ragione altrettanto impellente: farmi una lunga doccia purificante. © Christopher Hitchens, 2007. Distribuito dal New York Times Syndicate Traduzione di Francesca Santovetti