Alessandra Farkas, Corriere della Sera 29/9/2007, 29 settembre 2007
DAWSON
(New Mexico) – Il cimitero, completamente abbandonato, è battuto dal sole impietoso ai piedi delle montagne dal singolare nome: «Il sangue di Cristo». Superate le sterpaglie e l’erba alta dove si annidano scorpioni e serpenti a sonagli, ci si imbatte in una fila di lapidi e croci segnate dalle intemperie ma sulle quali è ancora possibile leggere dozzine di cognomi di inequivocabile origine italiana: Antonelli, Bruno, Caldarelli, Corazzi, Sarzanillo.
Sono le ultime testimonianze tangibili di Dawson, la cittadina a 35 chilometri dal confine col Colorado, oggi fantasma, ma un tempo abitata da una foltissima comunità italiana impiegata nella locale miniera di carbone. A riportarla alla luce è stato Alessandro Trojani, docente dell’Università di Firenze e direttore del progetto multimediale «Italians in the Gold Rush and beyond», per la ricerca degli italiani nel West Americano, co-finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e dal Consolato Generale d’Italia di Los Angeles per volontà del console Diego Brasioli. Nel 1999 Trojani cominciò la sua avventura volta a ricostruire la storia, dimenticata, dell’emigrazione italiana negli Stati dell’Ovest. «Iniziai dai cimiteri, per scoprire l’eventuale presenza di lapidi che riportassero cognomi italiani» – racconta ”. Ne individuammo 2000, che rispondevano ai nostri parametri: 400 solo in New Mexico». Uno di questi era il cimitero di Dawson. Una città mineraria modello, nata ai primi del ’900 in un luogo lontano dal mondo, con scuole, chiese, teatro, hotel, piscina.
Ma il 22 ottobre 1913 tutto ciò era destinato a cambiare. Un’esplosione dava origine ad una tragedia: solo 23 dei 286 minatori che quel giorno erano scesi nelle viscere della terra avrebbero rivisto la luce. Le vittime italiane furono 146. Per gravità e perdite di vite umane tra gli emigrati italiani, la sciagura è seconda solo allo scoppio della miniera di Monongah, in West Virginia che, il 6 dicembre 1907, causò 171 vittime. Ed è superiore persino a quella di Marcinelle, in Belgio dove, l’8 agosto 1956, perirono 136 italiani. Ma non bastò. Un’altra esplosione sopraggiunse nel 1923, ed altri venti italiani perirono. Nel 1950 la miniera fu chiusa e la città morì. La memoria del disastro era destinata a restare sepolta anch’essa sotto un cumulo di polvere. Dopo aver perso tutti gli uomini adulti (sono stati contati 11 morti in una sola famiglia nell’esplosione del 1913), i congiunti si dispersero nel resto degli States. Il che giustificherebbe l’oblio della tragedia. Ma non tutti hanno dimenticato. «Scoprii che alcuni discendenti delle vittime si ritrovano ogni due anni al cimitero – racconta Trojani ”. Per una giornata in onore dei loro antenati. Uno di essi, molto anziano, mi ha ringraziato dicendomi che, grazie al nostro lavoro, ora può morire contento». Ma Dawson non è che un tassello di una scoperta ben più ampia. Documenti inediti dissotterrati da Trojani gettano luce sul ruolo degli esuli piemontesi, lombardi e toscani del Risorgimento nella leggendaria «corsa all’oro» in California. «Questi pionieri fondarono nel West quelle che ora sono delle "ghost town" e miniere con nomi di eroi risorgimentali – racconta il docente ”. Intanto mandavano i soldi in patria attraverso una rete di contatti organizzata da società segrete».
Dopo la battaglia del Volturno molti ufficiali borbonici si recarono in America per partecipare alla guerra civile a fianco dei sudisti, mentre i garibaldini scesero in campo per i nordisti. «La Battaglia di Gettysburg vide la partecipazione massiccia di entrambi – racconta Trojani ”. Così come in quella di Little Bighorn vi furono italiani». La sorte volle che il messaggio disperato del generale Custer per chiedere soccorsi, arrivati troppo tardi, fosse recapitato dal trombettiere John Martin, alias Giovanni Martini, un garibaldino reduce dalla battaglia di Mentana. Altro inedito: lo stretto rapporto tra italiani e nativi. L’esploratore Alessandro Malaspina, nato a Massa Carrara nel 1754, compì il periplo del globo per conto della Spagna e, quando giunse sulle coste californiane, i nativi Chumash lo considerarono una divinità. Un secolo più tardi toccò a Carlo Gentile, fotografo napoletano che girava il West per fotografare nativi indiani. «Adottò un bambino e divenne un grande medico ricordato come Carlo Montezuma. Poco tempo fa ho incontrato un capo Apache che mi parlava con grande dovizia di Rinascimento, mentre percorrevamo un Canyon dell’Arizona dove furono massacrati molti suoi fratelli».
FOTO DI FAMIGLIA
In un’immagine d’epoca una famiglia italiana a Dawson CERCATORI D’ORO
Una foto storica ritrae un gruppo di cercatori d’oro nel West. Sotto, le croci nel cimitero di Dawson