Fabrizio Roncone, Corriere della Sera 29/9/2007, 29 settembre 2007
LATINA
Il risultato, qui, alle 2 della notte, è questo: Vincenzo Zaccheo (An) candidato della Cdl sostenuto anche da Fiamma tricolore e da Alessandra Mussolini, al 50,6%. Maurizio Mansutti (Ds, Margherita, Rifondazione e Verdi) al 22,5%. Fabrizio Cirilli (ex An, appoggiato però da Italia dei valori e Udeur) al 21,6%.
«E allora? Guardi, lasci stare i numeri. Tanto io, ballottaggio o no, avevo già deciso che, qualunque fosse stato il risultato, per Vincenzo Zaccheo sarei diventato il peggiore degli incubi. Gli scatenerò contro la più formidabile campagna stampa che si ricordi. La mattina deve svegliarsi con un solo pensiero: cosa avrà scritto, quello, contro di me? Io non so scrivere al computer, ma alla mia stenografa detto che è una meraviglia. Prendo il sole in barca, e detto. Sto in macchina, e detto. Detterò sempre. E adesso lei non si metta a dire che Zaccheo è il candidato di Alleanza nazionale: lo so benissimo. Ma so pure che è stato un sindaco comico, indegno per Latina. Una città che io, in un posto segreto dentro di me, continuo a chiamare Littoria...».
Trema un poco la voce, a Giuseppe Ciarrapico, al grande vecchio «Ciarra», ex presidente della Roma, ex re delle acque minerali e attuale sovrano di molte cliniche e di molti altri affari, che è venuto a seguire lo spoglio nella redazione del suo quotidiano locale, Latina Oggi, in giacca blu e senza cravatta, da editore militante, che – piuttosto in linea con le sue recenti frequentazioni progressiste – avrebbe persino tirato la volata al candidato del centrosinistra, Maurizio Mansutti, avvocato, ex Dc, ora nella Margherita.
«Non ho capito, scusi, l’ultimo concetto: come sarebbero le mie recenti frequentazioni?». Progressiste. Lei, presidente, ha partecipato alla convention che il senatore Goffredo Bettini, gran capo dei Ds romani, organizzò al teatro Eliseo per lanciare il Partito democratico... «Senta... Goffredo è solo un carissimo amico. Quanto invece alle mie idee: beh, io ero, sono e resto molto, molto fascista. E no, non guardi me, ma si guardi, piuttosto, intorno».
Studio scarno, essenziale. Lui seduto su una poltrona di finta pelle, poi una scrivania modesta, un piccolo televisore acceso. Ma alle pareti, in effetti, due quadri eloquenti. Una fotografia di Benito Mussolini in divisa bianca e un poster a colori, su cui è scritto: «Per l’onore d’Italia, i combattenti della Rsi».
Così, tira la volata ai candidati del centrosinistra, ma resta fascista. «Faccio quello che mi ordina il cuore. Questo Zaccheo è stato un disastro. Ha fatto cento annunci: vi regalo il porto! Vi costruisco il nuovo palazzo di giustizia! Ma poi sa quale è l’unica cosa che ha costruito?». No. «La pista ciclabile. Storta, per giunta». Dicono che lei ce l’abbia così tanto con lui per una storia riconducibile alla sua attività di imprenditore nel campo della sanità. «Guardi, io e altri soci siamo il terzo o quarto gruppo nella sanità italiana. Ma abbiamo tutto, o quasi, a Roma. Qui, giuro, nemmeno un laboratorio di analisi». Quindi la sua discesa in campo è stata solo un fatto di... «Allora, mi ascolti bene: siamo nel ’40, io ero un giovane balilla, e sa dove ci portarono nel nostro primo viaggio?». Facile: qui, a Littoria. «Esatto. Fu un’esperienza indimenticabile. C’era il mito del Duce che aveva lavorato, personalmente, alla bonifica della zona. C’era questa città bellissima e nuovissima. Ricordo che ci dettero pane e marmellata e un bicchiere di limonata. E noi felici, esaltati... Per questo, quando poi vedo Zaccheo, in questa città che è di destra da sempre, mi si rivolta lo stomaco». Il piccolo balilla... «Guardi, ad essere sincero, conclusi la carriera da balilla-moschettiere. Saggio ginnico allo Stadio dei Marmi». Lei è fascista dentro, presidente. «Dentro, ha detto bene. E quando vedo questi qui, come Zaccheo, appunto... pensi che, un tempo, quando veniva Almirante, la gente restava in coda sulla via Pontina. L’altro giorno, invece, quando si è presentato Fini, per trovare mille persone che gli battessero le mani, sono dovuti andare a bussare casa per casa». Lei è stato molto legato a Giorgio Almirante. «Io guidavo il gruppo di 250 camerati che costituiva il suo formidabile servizio d’ordine. Lo seguivamo ovunque, in Italia. E io, per ottenere lo sconto dalle ferrovie, avevo creato la cosiddetta Filodrammatica romana». Molto, molto fascista. «Lo ripeta, mi fa un complimento. Anzi, le dico un’altra cosa: si ricorda quando il calciatore della Lazio, Paolo Di Canio, andò sotto la curva e fece il saluto romano?». Purtroppo, sì. «Beh, fu multato. E sa chi poi pagò la multa?». Lei? «Eh eh...».
E pensare che uno così, qualcuno se lo aspettava potesse comparire anche a Firenze, al congresso dei Ds. «Sembra che Reichlin fosse molto turbato da questa possibilità. Perciò Bettini gli ha detto: scusa, ma perché non ne parli con il principe Caracciolo, che è suo socio in affari? Ecco, vede... La verità è che nella vita bisogna avere molta, molta pazienza». E lei ne ha? «Io sono di scuola andreottiana. Non so se mi sono spiegato...».