Varie, 28 maggio 2007
LUCCHINI
LUCCHINI Giuseppe Brescia 2 luglio 1952. Industriale. Presidente della Lucchini Spa. Consigliere d’amministrazione Tim. Figlio di Luigi • «Ha [...] riportato a casa un pezzo del polo siderurgico legato alla sua famiglia e oggi controllato dalla Severstal del miliardario russo Alexei Mordashow [...] Figlio del cavalier Luigi, per lunghi anni leader dei ”tondinari” di Brescia e presidente di Confindustria e della Montedison del dopo-Ferruzzi disegnata da Enrico Cuccia, si è trovato a gestire la crisi del gruppo coincisa con l’autunno del patriarca. A dire il vero non sembravano molti quelli disposti a concedergli credito. ”Invece ho dimostrato che il gruppo Lucchini, al di là di una difficile congiuntura finanziaria, era industrialmente sano. Tanto che oggi la nostra quota del 20% nell’azienda controllata da Severstal vale di più della quota di controllo che avevamo all’inizio. E senza aver dovuto svendere il nostro pacchetto di partecipazioni finanziarie in Pirelli, Mediobanca, Rcs, Kme e Banca Lombarda”. Un pacchetto, detto per inciso, valutato almeno 200 milioni di euro e che consente ai Lucchini di essere presenti negli snodi più importanti del capitalismo tricolore. Brutalmente: ma chi glielo ha fatto fare di tornare all’industria ricomprandosi la Sidermeccanica di Lovere vicino a Bergamo? Come tanti altri imprenditori, lei e le sue sorelle Silvana e Gabriella avreste potuto continuare a staccare ricche cedole... ”Le origini non si possono cancellare. Siamo una famiglia di imprenditori: per noi la finanza non è un mestiere. Serve per rafforzare l’industria, non il contrario”. Come è nato il riacquisto di Sidermeccanica? ”Severstal ha deciso di concentrare la Lucchini nei prodotti lunghi. Lovere è oggettivamente estranea al core business, pur essendo una raltà interessante: 250 milioni di euro di fatturato, un migliaio di dipendenti, stabilimenti anche in Svezia, Polonia e Inghilterra. Nel momento in cui si è deciso di venderla, ci siamo fatti sotto noi. [...] Ognuno è libero di dire ciò che vuole, poi il tempo è galantuomo: si vede chi è onesto e chi no. In altre situazioni, anche se non sta a me giudicare, nel momento delle difficoltà sono saltate fuori cose poco edificanti. La nostra onestà e integrità, oltre alla compattezza della famiglia, anche nei momenti più bui, non sono state minimamente scalfite. Di questo, sì, sono orgoglioso [...] avrei potuto fare a pezzi l’azienda, vendere qualcosa e concentrarmi su una Lucchini più piccola. Ho preferito passare la mano a un gruppo più grande e forte che ha mantenuto il disegno industriale delineato. Ho incrementato il patrimonio familiare e ora ricomincio: una nuova storia con una nuova azienda [...] per quanto riguarda Gemina, ho venduto bene. E poi che cosa ci stavo a fare in una società dove comandano solo 2 o 3 azionisti? [...]» (Teodoro Chiarelli, ”La Stampa” 16/6/2007).