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 2007  maggio 19 Sabato calendario

Quella firma che fu rubata a Mario Soldati. Libero 19 maggio 2007. Su "Libero" di ieri Vittorio Feltri è tornato sull’omicidio Calabresi e sull’infame manifesto sottoscritto, tra gli altri, da Bobbio, Moravia, Eco, Pasolini, Guttuso, Carlo e Primo Levi, Inge Feltrinelli (moglie di Giangiacomo, eroe del traliccio dell’alta tensione) e Mario Soldati

Quella firma che fu rubata a Mario Soldati. Libero 19 maggio 2007. Su "Libero" di ieri Vittorio Feltri è tornato sull’omicidio Calabresi e sull’infame manifesto sottoscritto, tra gli altri, da Bobbio, Moravia, Eco, Pasolini, Guttuso, Carlo e Primo Levi, Inge Feltrinelli (moglie di Giangiacomo, eroe del traliccio dell’alta tensione) e Mario Soldati. Ho assistito personalmente alle telefonate intercorse tra Soldati, Moravia, Bobbio in occasione della raccolta delle firme attorno a quel manifesto. Ero ospite di Soldati a Tellaro, in provincia di La Spezia perché in quell’epoca Soldati presiedeva il centro "Pannunzio" ed io ne ero il direttore. Ma tra Mario e me, malgrado la forte differenza di età, ci fu sempre un rapporto molto amichevole che andava ben oltre le questioni del "Pannunzio". Una mattina Soldati ricevette una telefonata di Moravia che si limitò a chiedere la firma ad un manifesto contro il fascismo di cui quasi sicuramente non aveva sotto mano il testo perché alla richiesta di Soldati di dargliene lettura, evitò di farlo e consigliò Soldati, se proprio voleva, di rivolgersi a Bobbio. Aggiunse che si trattava di quel fascista del commissario responsabile del suicidio di Pinelli. Malgrado Soldati fosse più anziano di Moravia ed avesse maggiore notorietà (a distanza di tanti anni, in occasione del centenario soldatiano, tutti hanno parlato e scritto di Soldati, mentre quest’anno, centenario di Moravia, quasi nessuno si è ricordato dell’autore degli "Indifferenti"), Moravia incuteva a Soldati un rispetto quasi reverenziale che non sono mai riuscito a capire. Addirittura ad uno dei primi saloni del libro a Torino Soldati mi obbligò ad accompagnarlo a sentire Moravia perché mi disse "Moravia non si può non andare a sentire". Quindi Soldati avrebbe quasi certamente subito anche in quella occasione la presunta autorevolezza di Moravia ed avrebbe quasi sicuramente firmato, se Moravia non avesse parlato di quel Commissario che "Lotta Continua" aveva definito "assassino". "Caro Norberto come stai". Soldati non si è mai occupato di politica, per lui valevano i sentimenti e non le ideologie. Nel ’44 conobbe a pranzo a Napoli, insieme a Malaparte, Togliatti e così commentò, tanti anni dopo, quell’incontro: l’aver conosciuto Togliatti mi preservò per sempre dal diventare comunista. Malgrado Longanesi fosse in disgrazia e fosse considerato un fascista, Soldati rimase sempre suo amico e contribuì ad attenuare le conseguenze di una possibile epurazione. Soldati negli ultimi anni simpatizzò per Craxi soprattutto per il suo anticomuni- smo, ma va detto che a Soldati interessavano la letteratura, il cinema, le donne, il buon vino, la gastronomia, non certo l’impegno politico. Ma il nome di Calabresi non consentì a Soldati di cedere alle pressioni di Moravia. Allora, me presente, telefonò al vecchio amico torinese Norberto Bobbio il quale gli disse che gli avevano letto il testo altri amici, ma lui si era limitato ad ascoltarlo. Aggiunse che di fronte al fascismo montante l’obbligo di tutti i democratici era quello di fare fronte comune. La conversazione fu brevissima perché Bobbio disse che stava scrivendo un articolo che doveva spedire in giornata. Sta di fatto che Soldati disse a Bobbio che non avrebbe firmato. Dopo la telefonata, che avvenne nello studio di Soldati nella villa sul mare dove ormai abitava stabilmente, Soldati mi fece vedere che sul suo tavolo teneva da sempre un bronzetto raffigurante un carabiniere e mi disse scherzando, com’era nel suo stile: "Sai, lo tengo qui sul tavolo perché mi indica il dovere. Specie d’estate Tellaro è piena i donne bellissime e la tentazione di smettere di scrivere e fare un salto in spiaggia è forte. Lui mi richiama all’ordine". Poi,facendosi serio,aggiunse: "Ho scritto i "Racconti del Maresciallo" perché io ho sempre amato l’Arma, la famiglia di mia madre era una famiglia di militari". .Dopo un attimo di silenzio, mi disse : "Io non ho letto quasi nulla di quella vicenda di cui parlava Moravia, ma di questi tempi un uomo come me non può stare dalla parte della sovversione, deve scegliere le istituzioni". Dopo ci mettemmo a tavola, pranzammo e bevemmo in abbondanza e parlammo di tutto ma non di politica. Verso sera, telefonò un altro personaggio (a quella te- lefonata io non ho assistito) che sollecitò ulteriormente, anche a nome di Argan e di Primo Levi (se ricordo bene), l’adesione di Soldati al manifesto. Soldati mi disse che era scocciato dall’insistenza fastidiosa di questo signore a cui ribadì che non avrebbe firmato. Due giorni dopo comparve sui giornali il manifesto con tutta una serie di firme, compresa quella di Soldati. Io nel frattempo ero partito per Torino, ma quando ci sentimmo mi disse di aver letto con stupore il suo nome e di aver telefonato a Moravia il quale gli chiese in nome dell’antica amicizia di non ritirare la firma dal manifesto. E Soldati commise l’errore di cedere. Questa storia non ha tanto importanza perché contribuisce a farci conoscere un Soldati diverso dal cliché progressista. Ha significato invece perché ci racconta il modo superficiale con cui venivano raccolte le firme attorno a quei manifesti che spesso sono stati motivo di disonore per la nostra cultura. Mobilitazione democratica. Firme date al telefono sulla base di una catena di Sant’Antonio del tutto incompatibile con quello spirito libero che -secondo lor signori avrebbe caratterizzato il loro impegno civile dall’antifascismo in poi. Antifascismo che molti di quei personaggi conobbero solo dopo il 25 luglio 1943. Quei manifesti, riletti oggi, evidenziano la pochezza morale e culturale di una casta di sedicenti intellettuali del tutto autoreferenziali che sono i primi responsabili del fatto che in questo Paese abbiamo vissuto un devastante ’68 durato oltre vent’anni che ha distrutto l’Università, la scuola, la cultura. Pier Franco Quaglieni *********** Ma lo scrittore non fece nulla per smascherarli. Libero 19 maggio 2007. Mi permetto di replicare a Pier Franco Quaglieni, direttore del Centro Pannunzio, in nome di una antica colleganza. Già, perché anche io, in tempi remoti e indimenticabili, ho fatto parte del Circolo amici del Mondo, il settimanale diretto dal grande Mario. L’articolo di Quaglieni svela una trama viscida ai danni di Mario Soldati, il quale trovò la sua firma - senza aver dato l’autorizzazione a riprodurla - sotto il manifesto contro Luigi Calabresi, definito dagli ottocento sottoscrittori "commissario torturatore". Non ho difficoltà a credere che Soldati sia stato turlupinato da Alberto Moravia e dalla sua cricca. Stupisce però che egli, costatato l’imbroglio, non abbia reagito come in certi casi conviene. Moravia mi ha ingannato strappandomi un sì che era un no? Ritiro la mia adesione. Senza dubbio la ritiro dopo aver letto il manifesto ignobile pubblicato non dal bollettino parrocchiale bensì dall’Espresso, all’epoca il più diffuso e il più autorevole periodico in Italia (secondo la valutazione degli intellettuali di sinistra, i soli che avessero diritto di cittadinanza nel paesello della cultura italiana). Soldati merita un’attenuante in quanto aveva poca dimestichezza col politichese? No. Non la merita. Anzi, gli affibbierei un’aggravante. Perché un uomo di lettere come lui non poteva e non doveva rimanere indifferente davanti alla prosa violenta del comunicato-sentenza di morte, la morte di un poliziotto gratuitamente accusato senza prove - di aver torturato e scaraventato dal terzo piano l’anarchico Pinelli. La mia impressione è che lo squisito narratore piemontese, in quegli anni di perversione ideologica, fosse stato contagiato dal conformismo e abbia pensato che non valesse la pena di smentire un amico sguazzante nelle torbide acque del comunismo patrio. Massì, una firma, cosa vuoi che sia. In tutto questo non vedo calcolo né cinismo, ma sbadataggine colposa da attribuirsi all’offuscamento della coscienza. In quel periodo di sbandamento collettivo, furono molte le coscienze intossicate dall’odio verso un nemico inesistente: il fascismo. Che non era montante: esalava gli ultimi respiri in alcuni nostalgici, una minoranza schiacciata dalla moltitudine di compagni padroni delle piazze, delle università, dell’informazione, del cinema, dell’editoria, perfino della pubblicità, poi anche del Parlamento. Lotta continua, Maoisti, Potere operaio, Autonomi, giovani rossi di ogni tipo, extragrammaticali di sinistra: ecco chi aveva preso il sopravvento sulla democrazia e sulle sue istituzioni. Altro che fascismo montante nelle mani e nella testa di quattro assassini bischeri. Tutto questo sarà stato noto a Mario Soldati, il quale non aveva cento anni ma 66 e quindi ancora lucido e in grado di esercitare il suo spirito critico. Chiunque abbia firmato quel comunicato era ed è responsabile di quanto vi era scritto, parole di una brutale chiarezza con un significato inequivocabile: Calabresi è un essere immondo, va eliminato. E fu eliminato. Né Soldati né altri - salvo rare eccezioni sentirono la necessità, ad esecuzione avvenuta, di fare ammenda, di dire apertis verbis: abbiamo sbagliato, invochiamo perdono. Fecero finta di nulla. Poliziotto più poliziotto meno, amen. Mario Pannunzio, anima risorgimentale, mai si sarebbe accodato, per opportunismo o per assecondare un amico, a gente simile capace di condannare un povero commissario innocente senza motivi che non fossero di bassa bottega politica. Vittorio Feltri