Libero 26/05/2007, Barbara Romano, 26 maggio 2007
«Ci metto niente a far saltare Prodi». Libero 26 maggio 2007. ROMA Poteva mai mancare il rospo sulla scrivania di Lamberto Dini? Appollaiato a fianco al portapenne, fa le veci di un accendino, con due occhi grossi così
«Ci metto niente a far saltare Prodi». Libero 26 maggio 2007. ROMA Poteva mai mancare il rospo sulla scrivania di Lamberto Dini? Appollaiato a fianco al portapenne, fa le veci di un accendino, con due occhi grossi così. Ne schiacci uno e l’altro sputa una fiamma di mezzo metro gracchiando a ritmo dance, che "Lambertow" asseconda ancheggiando e svettando gli indici verso l’alto, tipo Village People. C’è da aspettarsi questo e altro da un figlio di fruttivendoli che è arrivato a Palazzo Chigi passando per il Fondo monetario internazionale, il Tesoro e la Farnesina, non prima di aver sfiorato il sommo vertice della Banca d’Italia. E a 76 anni è più tonico che mai. Jolly sempreverde che Berlusconi (e non solo lui) è pronto a ripescare per candidarlo a Palazzo Chigi appena il coma del governo Prodi dovesse diventare irreversibile. E lui ben contento di rimettersi in gioco, soprattutto adesso che il "rospo" si è trasformato in "grillo parlante" della sinistra. Come ha fatto da un negozio di frutta a diventare premier, pluriministro e quasi governatore? «La risposta è nel titolo di un tema che un ragazzo di scuola media scrisse su di me: "Si sono fatti da sé"». E lei che tipo era da ragazzino? «Non è che avessi molta voglia di studiare, facevo lo sforzo minimo per non essere rimandato». vero che preferiva Salgari e i romanzi gialli al sussidiario? «Ah sì sì, certo». Quand’è che è diventato un secchione? «La passione per lo studio è iniziata a 15-16 anni». Dicono che da piccolo lei fosse uno scavezzacollo. «Mia madre diceva sempre che avevo l’argento vivo addosso». Per questo suonava il violino? «Ho cominciato a studiare violino a otto anni. Poi è arrivata la guerra e io, che abitavo a Firenze Firenze, non nella periferia, vicino la stazione centrale, ebbi la casa distrutta dai bombardamenti. Fortunatamente non c’era nessuno in quel momento, né io né mia sorella Liliana, né i miei genitori. Rimanemmo senza niente». E dove andaste? «Mia sorella fu ospitata da certi amici, io da altri e i miei genitori andarono in una casa di campagna». Fin quando siete rimasti divisi? «Parecchi mesi, fin quando trovammo un appartamento a Firenze, vicino a Borgognissanti, lasciato da persone che temevano i bombardamenti». Andava d’accordo con sua sorella? «Molto...», pausa di commozione. Risolleva lo sguardo lucido: «Mia sorella era bravissima a scuola, non una secchiona, ma aveva un’attitudine allo studio molto più spiccata di me». Per forza, lei era sempre preso dal calcio. «Già. A 16 anni giocavo da mediano sinistro in una squadra di dilettanti, "Caligaris"». Tifava già Fiorentina? «Come no. Quando posso vado allo stadio. Ci andrò anche domani per l’ultima partita di campionato». Si dice che quando lei va allo stadio la Fiorentina perda. «Al contrario. Anzi, vogliono che vada. Non ricordo che abbia perso una partita...». Da ragazzo faceva anche teatro dialettale. «In parrocchia mi divertivo a montare delle commedie in vernacolo fiorentino». Che ruolo interpretava? «Pulcinella». Ma lei ha avuto la barba? «Quando ero assistente universitario. Certi look sono sempre legati a un amore...». L’ha fatto per una donna? «Per una mia vecchia fiamma di Roma». Ricorda il suo primo amore? «Come si fa non ricordare il primo amore? Poi si passa al secondo, al terzo, al quarto. Il primo fu a Firenze, all’università, avevo 19 anni». Come faceva a conquistare una donna? «Ai miei tempi non c’erano le automobili. Quando andavo in bici, portavo le ragazze in canna. Poi, a 19 anni, i miei mi regalarono una Vespa ed era carino andare in giro con una donna dietro che ti abbraccia per non cadere». A chi regalò il primo anello? «A una compagna dell’università». Cosa fece dopo la laurea? «Partecipai a concorsi per borse di studio. La più importante era la "Fulbright" del governo americano. Poi vinsi la prestigiosissima borsa di studio della Banca d’Italia dedicata a Bonaldo Stringher, che mi permise di fare un secondo anno in America. Io studiavo per fare il professore universitario». Ma finì al Fondo monetario. «Stranamente qualcuno da Roma fece il mio nome al Fmi, che cercava un economista italiano». Non si presentò mica al Fmi con la barba... «Sì, e non la presero per niente bene. Allora i giovani americani avevano tutti il "crewcut" (capelli tagliati col rasoio, ndr) e un italiano con la barba era un animale strano». Dovette tagliarla? «Alcuni colleghi mi dissero: "Ma sei proprio sicuro di voler tenere la barba?" Allora capii che il segnale veniva dall’alto. Però anche all’università ricordo che la mia barba aveva molto successo». Con la barba si rimorchia meglio? «Sì, c’era molta curiosità» ridacchia. Presidente, ma quanti amori ha avuto? «Non molti, ma importanti. Gli amici dicevano: "Non so come fai che te tu hai sempre le più belle ragazze che ci sono in giro"». Eppure lei non è Marlon Brando, le hanno persino affibbiato il soprannome "Rospo"... « venuto fuori quando mi fu chiesto di formare un governo tecnico, alla fine del ’94, dopo essere stato ministro del Tesoro del governo Berlusconi. L’allora presidente Scalfaro disse all’opposizione: "Mi sa che vi tocca ingoiare il "rospo"». Che sensazione dà essere il "rospo" della politica? «Non mi dà per niente fastidio, ormai mi sono affezionato». In America incontrò la sua prima moglie. «Sì, Solange, da lei ho avuto mia figlia Paola». Lei rientrò in patria dalla porta principale della Banca d’Italia. «Arrivai lì quando il dottor Ciampi divenne governatore e chiamarono una persona esterna per fare il direttore generale». Il governatore successivo sarebbe stato lei, se Ciampi non avesse scelto Antonio Fazio. «Non andò così. Quella di un governatore è una scelta politica che fanno i politici». Resta il fatto che Ciampi designò al suo posto il numero tre dell’istituto invece del numero due, che era lei. Perché? «Ci fu un assalto democristiano alla Banca d’Italia, che era sempre stato un bastione della laicità. Doveva essere per forza un governatore molto Opus Dei e io non ero abbastanza cattolico. Ma rimasi lì un anno e con Fazio lavorammo bene assieme». Ma i suoi rapporti con Ciampi sono rimasti freddi. «Non direi». Ma se la signora Franca bandì sua moglie Donatella dal salotto del Quirinale... «Non ho avvertito questa freddezza. Io e Ciampi avevamo visioni diverse, però lui è stato un ottimo governatore». Chissà quanto avrà goduto delle disgrazie dei "furbetti del quartierino"... «Proprio per niente. Io e Fazio abbiamo sempre mantenuto ottimi rapporti e lui per molti anni è stato un ottimo governatore. Poi c’è stata una degenerazione che l’ha portato a scelte sbagliate». Vero che Ciampi pensava anche a Tommaso Padoa Schioppa come suo successore? «Sì, assolutamente». E lei se l’è legata al dito: ha fatto a pezzi la Finanziaria di Tps. «Ho criticato la Finanziaria perché non rispecchia il Dpef. Aumenta le tasse e non riduce la spesa. Cedendo al ricatto della sinistra massimalista, Padoa Schioppa ha dovuto aumentare le imposte per far correggere lo squilibrio di bilancio. E resta molto poco per lo sviluppo dell’economia in questa manovra, che però ha il merito di far riequilibrare i conti. Ma continua a non piacermi e agli italiani è piaciuta ancora meno. Proprio sulla Finanziaria il governo ha perso tanti consensi, che non è più riuscito a recuperare». Bello scherzetto che ha giocato a Padoa Schioppa facendo declassare l’Italia alla serie "b" nel mondo finanziario. «Intanto, io difendo l’Italia. E poi non sono stato io a declassarla». Scusi, ma lei non è consulente dell’agenzia di "rating" Fitch che bocciò l’Italia? «Io faccio parte di un advisory board che non ha nulla a che fare con la gestione della società di "rating", che è molto indipendente». Lei ha picchiato duro il governo anche sulle pensioni, difendendo lo "scalone" di Maroni. «Se non si possono trovare le intese necessarie per un innalzamento graduale dell’età pensionabile, in modo da creare risorse per gli ammortizzatori sociali e aumentare le pensioni minime, allora meglio tenerci lo "scalone", che produce risparmi». Lei ha assunto un po’ il ruolo di "grillo parlante" nell’Unione. «Se ci fosse più unità nella coalizione e si rispettasse la linea che porta avanti la maggioranza non ci sarebbe bisogno di voti critici. Il problema è che abbiamo una sinistra estrema che vuole a tutti i costi far prevalere le sue posizioni, altrimenti minaccia di far cadere il governo. Ma a questi signori io dico: attenzione, non siete voi i soli che possono far cadere il governo. Ci sono forze nella maggioranza che, se il governo assume decisioni inaccettabili, possono anch’esse decidere di distaccarsi». Lei compreso? «Ci sono io, ma ci sono tanti altri. Guardi, è facilissimo mettere insieme 20 senatori, sa?». E lei è pronto a farlo? «Sarebbe una misura estrema, mi auguro che non si arrivi a tanto, perché sarebbe una lacerazione». Cosa potrebbe indurla a rompere con Prodi? «Solo se vengono adottate misure che danneggiano l’Italia nell’Europa, se non si fa abbastanza per accrescere la competitività della nostra economia, io mi devo dissociare, perché il futuro del Paese è nell’Europa e nel mondo globalizzato. Questo non vuol dire insensibilità nei confronti del tema sociale, ma non è con una ridistribuzione della ricchezza che si progredisce, bensì facendo crescere l’economia. Non c’è misura sociale più giusta che creare posti di lavoro per i nostri giovani». Dica la verità: questo governo non le piace molto. «Questo governo è il risultato di una legge elettorale che ha dato una grande forza ai piccoli partiti e i risultati si sono visti. Nella scorsa legislatura, i senatori del Prc erano tre, ora sono 27. una forte rappresentanza che porta in Parlamento le istanze di una base pacifista, contraria al mercato e all’impresa». Secondo lei, Prodi si è fatto troppo condizionare dalla sinistra massimalista anche sul "tesoretto"? «Il fatto è che tutti vogliono utilizzarlo per misure di spesa permanente. Ma se è un "tesoretto", una volta che l’hai speso, non c’è più. Il governo deve stare molto attento a usare queste risorse una tantum. Domani basta che, per ragioni esterne, cresca un po’ meno l’economia e ci ritroviamo un buco». Padoa Schioppa lo esclude. «Nella Finanziaria la realizzazione del totale delle entrate non è mica garantito da qui alla fine dell’anno. Ci sono 7 milioni di recupero dall’evasione, 5 milioni che devono venire dal trasferimento del Tfr all’Inps, ma bisogna vedere se questo si verifica». In questi mesi le entrate fiscali sono state superiori alle aspettative. «Vediamo di non sperperarle, altrimenti ci indeboliamo di nuovo finanziariamente. Quelle risorse utilizziamole per ridurre il debito pubblico». Non ha risposto: le piace o no questo governo? «Perché non dovrebbe piacermi?». Intanto, perché lei non ne fa parte. «Io ho fatto una scelta. Poiché si era detto che i senatori che entrano nel governo devono lasciare il Parlamento, essendo io stato vicepresidente del Senato, ho preferito rimanere qui. Anche il dodecalogo di Prodi prevede le dimissioni di chi ha il doppio incarico e io sono deluso che lui non lo porti avanti». Alcuni ministri, come la Turco, ci hanno provato, ma le dimissioni sono state respinte dal Senato. «E allora dovrebbero dimettersi dal governo». Non è seccato che ci sia Padoa Schioppa al "suo" ministero? «No, io sono molto amico di Tommaso». Neanche Visco le è molto simpatico, lo ha criticato spesso per le sue «misure vessatorie». «Sì, ma non solo io, molti italiani lo criticano. Lui, però, è solo il numero due dell’Economia». Nel ’98, quando Bertinotti fece cadere il governo, lei disse: «Morto un Prodi se ne fa un altro». Lo pensa ancora? «Perché no? Romano Prodi ha detto che lui si ritirerà dalla politica nel 2011. Bene, se dovesse esserci un altro "Prodi" prima del 2011, l’approveremo». Potrebbe essere lei il "nuovo Prodi"? «Non facciamo le Cassandre, il governo è lì e deve andare avanti». Non ha nostalgia di Palazzo Chigi? «No». Ma è vero che ogni 17 gennaio il governo Dini si ritrova al ristorante, con tanto di sottosegretari? «Effettivamente sì. Ma quel governo fu un’esperienza per certi aspetti irripetibile. Fu una scelta che mi richiese coraggio. Fui bastonato durante il mio governo da continue richieste di voto di sfiducia». Una volta, però, fu lei a fare il "kamikaze" chiedendo la fiducia sulla Finanziaria. «E D’Alema mi disse: "Tu sei pazzo". Ma la fiducia alla fine passò, tra le lacrime, con 5 voti». Durante la votazione decisiva le scappò una parolaccia in Parlamento. «Ascoltai per due giorni interi tutti i partiti. Quando toccò a me replicare, alcuni esponenti della destra tentavano di interrompermi e allora, forse, aggiunsi una parola che iniziava per "c" e finiva per "o"». Se il governo cadesse e le si chiedesse di guidare un esecutivo tecnico fino alle elezioni, accetterebbe? «Diverse sono le persone, oltre me, considerate capaci di condurre un governo transitorio. In primo luogo, il presidente del Senato, Franco Marini». E Lamberto Dini? «Certo non sono io che posso fare il mio nome». Ma se gli opposti schieramenti la chiedessero nuovamente "in prestito" a Palazzo Chigi, lei accetterebbe o si considera ormai fuori dai giochi? «...Diciamo che ne dovrei parlare con mia moglie». Dove vi siete conosciuti? «A Roma». Leggenda narra che la conquistò con una canzone della Vanoni e un’anatra al pepe verde. «C’è del vero, sì sì. Sono abbastanza intonato e quando lei non c’era, perché ha molte attività nel centro America, le cantavo al telefono delle canzoni. Poi, quando tornava, le cucinavo il canard au poivre vert che avevo imparato da un grande cuoco francese. Mi piace cucinare». Qual è la sua specialità? «So fare un pesce al forno fantastico e a casa di mia moglie, in centro America, alle cuoche ho insegnato una salsa per fare degli ottimi spaghetti al ragù, che porta il mio nome». Salsa Lamberto? «Esattamente». Non ha sposato sua moglie per interesse? «Assolutamente no. Sono cose che nascono così, ero divorziato quando l’ho incontrata attraverso amici. C’è la separazione dei beni tra noi. Io sono fi- nanziariamente indipendente, sto bene come sto». E grazie. Lei vanta una delle pensioni più ricche d’Italia. «Non è vero. Abito da 25 anni nell’appartamento di servizio della Banca d’Italia, in piazza Borghese, che prima pagavo con una parte del mio stipendio. Presto l’affitto supererà la mia pensione». Quando era ministro degli Esteri subì ripercussioni dalle vicende giudiziarie di sua moglie? «Per niente. Tant’è che sono stato confermato agli Esteri dei tre governi di centrosinistra dal ’96 al 2001. Mia moglie è stata vittima di attacchi ingiustificati che erano diretti a me». La storia dei paradisi fiscali alle Cayman era tutta una strumentalizzazione politica? «Assolutamente sì. In un processo di Lucca in cui era stata accusata è stata assolta perché il fatto non sussiste». Crede che anche il caso Telekom Serbia fosse un complotto contro di lei? «Non solo contro di me, ma anche contro Prodi e Fassino. Sono stati anche stupidi. Se avessero detto che avevamo intascato 50 milioni ciascuno, qualcuno ci poteva anche credere. Ma come si fa a sparare cifre come 150 milardi a Prodi, 150 a Fassino e 100 a me? Per scherzare gli dicevo a Piero: guarda che io sono geloso». Tornando a oggi, è vero che lei mira a scindersi dalla Margherita, come Cinzia Dato? «No. Io ho grande stima di Cinzia, ma ho una visione diversa sul Partito democratico». contento di far parte del comitato promotore del Pd, da cui sono stati esclusi in molti? «Ho accettato volentieri. Speriamo che il Pd vada bene. Il suo successo è legato a quello del governo. Al momento siamo bassini: si dice al 25%. Se si pensa che puntavamo al 35%...». L’alletta di più l’idea di una grande casa centrista con Casini e Mastella? «Ho portato Rinnovamento italiano nel centrosinistra e lì rimango. Ma se dovessero esserci grandi cambiamenti a seguito di una nuova legge elettorale, si potrebbero formare altre maggioranze». La danno in netto riavvicinamento a Berlusconi. «Ho sempre mantenuto rapporti di grande cordialità con Berlusconi. stato l’atteggiamento del resto del Polo ad allontanarmi dal centrodestra». Se un domani fosse Luca Cordero di Montezemolo a guidare il centrodestra, lei tornerebbe di là? «Lui è molto critico con il governo, ma se fosse chiamato a formare un suo esecutivo mi sorprenderebbe che si appoggiasse solo al centrodestra. Forse vorrebbe un po’ dell’uno, un po’ dell’altro». E lei lo seguirebbe? «Se il mio amico Montezemolo mi dice che è interessato a fare il presidente del Consiglio, a quel punto le rispondo». Barbara Romano