Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  maggio 26 Sabato calendario

La finanza italiana si è sviluppata in modi talmente distorti e bizzarri che nonostante le fusioni, le concentrazioni e i mutamenti continua a presentare un profilo un po´ confuso e difficile da decifrare

La finanza italiana si è sviluppata in modi talmente distorti e bizzarri che nonostante le fusioni, le concentrazioni e i mutamenti continua a presentare un profilo un po´ confuso e difficile da decifrare. In una parola, non è semplice capire chi comanda e su che cosa. Ci si riferisce, tanto per cambiare, al benedetto crocevia Mediobanca- Generali (la prima possiede circa il 15 per cento della seconda e ne è quindi il maggior azionista). Da tempo immemorabile si usa dire che questo è il vero cuore (e la cassaforte) della finanza italiana. E questo perché Generali ha potenti mezzi finanziari (è la seconda compagnia assicuratrice europea), mentre Mediobanca (che povera certo non è) ha intelligenza operativa e, soprattutto, è sempre stata l´incrocio di tutti gli affari. Il combinato disposto di queste due società rappresenta dunque (o dovrebbe rappresentare) una sorta di dipanatore o di arbitro di ultima istanza per la vicende finanziarie italiane. In passato le cose hanno sempre funzionato così. Ma il passato è appunto passato. Una volta Mediobanca era posseduta dallo Stato, attraverso l´Iri, ma lo Stato lasciava fare tutto a Cuccia, che di Mediobanca era l´inventore e il "patron". Poi Mediobanca è stata privatizzata, le banche si sono fuse e accorpate e sono cambiate molte cose. La realtà di oggi è che il nuovo Unicredit (fuso con Capitalia) possiede poco meno del 20 per cento di Mediobanca. I capi della nuova banca (Profumo e Geronzi) hanno giurato che venderanno metà di questa quota, in modo da essere alla pari con gli altri grandi soci (francesi e industriali). E, allo stato dei fatti, bisogna credere loro. Anche così, comunque, Unicredit avrà il 9 per cento e, si suppone, un peso rilevante dentro Mediobanca (si parla infatti di Geronzi come presidente del Consiglio di sorveglianza, e l´uomo è troppo abile e intelligente per starsene lì solo a leggere il giornale). Tutto questo, ovviamente, solleva le proteste dell´altra grande banca italiana (Intesa) che in Mediobanca non è presente. Anche perché le Generali sono uno dei più importanti azionisti della stessa Intesa. Insomma: Geronzi e Profumo sono grandi (e influenti) azionisti di Mediobanca, Mediobanca è la "padrona" di Generali e Generali è grande azionista di Intesa (che non è in Mediobanca). Insomma, una specie di giro dell´oca, alla fine della quale l´oca sembra essere il presidente di Intesa, Bazoli, pronto per essere cucinato dagli altri due. Questi ultimi, che oltre al 15 per cento di Mediobanca in Generali, possiedono poi un altro sei per cento, hanno già dichiarato che venderanno queste quote eccedenti. Ma sembra che fra amici e conoscenti in realtà possano disporre di un altro 10-15 per cento della compagnia assicuratrice di Trieste. O, meglio, sembra che l´influenza di Mediobanca arrivi al 30 per cento di Generali. Anche Bazoli e i suoi amici, per la verità, hanno un po´ di Generali in portafoglio, ma in misura molto inferiore. E quindi, ripeto, Bazoli si sente non troppo tranquillo con i suoi concorrenti che controllano uno dei suoi maggiori azionisti. E quindi ecco che Banca Intesa annuncia di aver comprato il 4 per cento di Unicredit (così, direttamente). E qui le interpretazioni si sprecano: si tratta di un messaggio? Si tratta di una mossa di scacchi (mollate la presa e me ne vado anch´io)? Si tratta di niente (Intesa giura che entro venti giorni venderà tutto, è solo trading)? E´ presto per rispondere a queste domande. Quello che si sa, per ora, è che il cuore (e cassaforte) della finanza italiana non è ancora stabilizzato (per usare un termine medico). La capofila, Mediobanca, ha un´azionariato che va e viene, e di cui non sono chiare le intenzioni (enigmatici anche i soci francesi). In più c´è lo squilibrio, evidente, della più grande banca italiana (Unicredit) che sta lì e conta mentre l´altra è fuori dalla porta. Forse la soluzione sarebbe quella di far entrare anche Intesa oppure di fare uscire Unicredit. O, terza soluzione, portare la partecipazione di Unicredit in Mediobanca a un livello, sotto il 5 per cento, tale da non impensierire Intesa. Ma, a quel punto, chi comanderebbe davvero in Mediobanca (e quindi in Generali)? I francesi? A tutto ciò va aggiunto che comunque, grande o piccola, la presenza di Unicredit in Mediobanca configura un conflitto di interessi rispetto alle sue attività di merchant bank. Come si vede l´intrico non è di facile soluzione, anche perché chi si è conquistato (pagando) delle posizioni non è che poi abbia tanta voglia di andarsene in ragione della simmetria o del bon ton. Bene o male, qui si sta parlando di affari e di miliardi di euro, non di sistemare i posti a tavola in un banchetto di gala. La conclusione a cui si può arrivare, per ora, è che dopo anni e anni di lavori intorno alle banche e alla finanza italiana non si dispone ancora di una soluzione convincente per Mediobanca (che di questa struttura è il centro). Non è una public company, ma non è nemmeno di qualcuno in modo chiaro e esplicito. E, poichè non si dispone di una soluzione per Mediobanca (dove il potere ha l´aria di essere fissato giorno per giorno), anche la situazione di Generali è un po´ vaga, nonostante i grossi pacchi azionari, sistemati qui e là.