Rodolfo Di Giammarco, la Repubblica 26/5/2007, 26 maggio 2007
ROMA «Ha ragione Sgalambro in quel suo trattato sull´età: si ringiovanisce sempre, poi si invecchia di colpo
ROMA «Ha ragione Sgalambro in quel suo trattato sull´età: si ringiovanisce sempre, poi si invecchia di colpo. L´attributo "vecchio" non mi dispiace affatto. Mi scoccia la parola "anziano", mi sembra un termine ipocrita. Sa, io romperò le scatole ancora per molto. Mia nonna Leonilde è morta a 101 anni, e sua madre aveva vissuto fino a 108». Mette le mani avanti, Giorgio Albertazzi, e accenna anche, con una certa felpata ironia, a un sintomo di immortalità in cui s´è imbattuto a Milano. «Al Grand Hotel et de Milan, dove è morto Verdi, ci sono suite dedicate al cigno di Busseto, alla Callas, a Nureyev, a Visconti, a Strehler, a Bene, e ce n´è pure una dedicata a me, unico soggetto vivo di quel Pantheon, una suite verde cupo e beige con dentro le foto mie e sul tappeto c´è la scritta di Rimbaud "Par délicatesse j´ai perdu ma vie". Io credo d´averla come difetto, la délicatesse, se la si intende come disposizione a dimenticare. Ma ho anche un difetto fisico, mi dissero che avevo perso circa quattro centimetri d´altezza perché il latte di mia madre non era buono e ne devo aver risentito. Che poi, a dirla tutta, il concetto supremo di bellezza per me non è legato alle persone: io la associo, la bellezza, alla struttura dei cavalli, e li colleziono in casa, ne ho a centinaia, di terracotta, di ferro, cinesi, arabi...». Quanto all´estetica applicata all´uomo e alla donna, Albertazzi, uno dei nostri attori più longevi e operosi, fiorentino, classe 1925, quindi ultraottantenne, afferma di non credere (mah...) a un presunto suo fascino, «e se vesto in modo diverso dagli altri è perché sono architetto, finto trasandato, e se (dicono) sto abbastanza a posto col corpo è perché cerco di non uccidermi mangiando e bevendo, avendo ad esempio smesso di prendere whisky quando tanti anni fa per una sbornia mi girò la testa in modo assurdo, avendo un buon rapporto con un dietologo (il crudo prima del cotto, frutta a metà mattina e a metà pomeriggio, addio al pane...), e niente fumo, niente droga», ma alla faccia dell´eleganza dei cavalli e del narcisismo personale l´oggetto del suo culto è stato ed è, pur tenendo conto di vari mutamenti nel tempo, l´anatomia femminile con annessa «lievitazione del bello». Gli piace una frase, un motto: «Le cosce delle donne sono una prova dell´esistenza di Dio. Anche se non è una gran cosa per me dire "Dio", per fortuna o purtroppo. E questo pensiero mi fa entrare, da debitore, nel mondo delle donne (di cui forse non sono mai stato all´altezza), mi fa prima di tutto rammentare con affetto Bianca Toccafondi, che davvero mi ha amato, che se non ci fosse stato un aborto m´avrebbe dato l´unico figlio della mia vita (la paternità io l´ho sempre esclusa, e in uno slancio di confidenza Vittorio Gassman una volta mi sgridò dicendomi "essere padri è il massimo, lo devi fare"), tanto che quando un giorno la lasciai per Anna Proclemer le riconobbi di mia iniziativa un assegno fisso, come se tra noi fosse intercorso un matrimonio. Quello che non scordo è la fisicità delle donne. Senza escludere le grandi amicizie femminili, al di fuori dello spettacolo. E mi viene subito in mente Idana Pescioli, docente universitaria di Firenze, età al di sopra degli ottanta, grandissima insegnante e ora autrice di filastrocche, o Chinita Menduni, professoressa che mi fece leggere Dante, per la quale ebbi un amore platonico, una che m´accompagnava a piazzale Michelangelo, mi dava ripetizioni e a casa sua mi faceva passare davanti a un quadro che la ritraeva nuda. E che dire di Anna che ho riscoperto come epistolarista fantastica con Brancati in Lettere da un matrimonio? Anna forse io l´ho più desiderata che amata». Questo Don Giovanni raisonneur ammette con disincanto uno scarto tra attaccamento e generosità. «Mi chiedo cosa sia l´amore. Preferire gli altri a se stesso? Allora m´è accaduto con Bianca e con Pia de´ Tolomei. Nel senso che: a parte il rapporto solido con Anna; a parte il desiderio di ciò che non abbiamo collegabile al bello in sé teorizzato da Diotima a Socrate, un tipo di slancio che sentii a suo tempo per Elisabetta Pozzi conosciuta ancora ragazza allo Stabile di Genova grazie a Squarzina ("c´è una pazza che gira per il mondo. Provala") nel Fu Mattia Pascal, una che all´inizio non pronunciava una vocale giusta ma che fu così energica da meritarsi subito la scrittura, un sodalizio teatrale, e un misto di passione e gelosia; a parte l´incontro con la bellezza trionfante e sontuosa di Mariangela D’Abbraccio così piena di umorismo graffiante; e a parte la storia con Fiorella Rubino che adesso è onorevole, io oggi sento idealmente di far famiglia con Pia (dormo quasi sempre solo, tranne che con lei), perché la sua Maremma coi suoi otto-nove cani è la mia casa, perché Pia che conosco da ventisei anni è davvero la mia country-woman, con sguardo, pelle e fisico di ceppo italo-egiziano-ungherese, con solido rapporto colto che ci unisce. Al punto che, pur diffidando del matrimonio, se proprio dovessi fare un colpo di testa lo farei con lei». Oltre a quelli della sfera personale (una sorta di filosofia estetica), gli orientamenti anticonformisti di Albertazzi riguardano indifferentemente - e non da oggi - la creatività, la politica, la spiritualità, le opinioni sociali. Potrebbe ricavarne e scrivere libri di approfondimento, anche perché la vena immaginifica non gli manca. Uscirà un libro con 190 sue poesie, edito da Mondadori. «Sono mesi che aspettano il montaggio definitivo, io sto ancora finendo di selezionare, non convinto di certi miei versi dell´inizio. La prima poesia l´ho buttata giù a sedici anni. Man mano che ci si avvicina ai nostri giorni sono assai più ironico». Materiali suoi, e filmati, stanno per far parte di una pubblicazione a cura di Sergio Basile e Andrea di Bari, ex corsisti della Bottega dove convissero Gassman e lui. Un altro libro in cantiere, in parte scritto in proprio e in parte con dichiarazioni raccolte, tratterà il tema della donna come musa-emblema-oggetto del desiderio. La minimum fax sta mettendo a punto un video sul suo Le memorie di Adriano dalla Yourcenar, riprese con regia di Felice Cappa, da abbinare a un´intervista. Sono in ballo ben tre film in cui dovrebbe impersonare figure di uomini molto maturi. «Un vecchio generale ex nazista, un selvatico chiuso in se stesso, che non ricorda la propria giovinezza salvo uno squarcio di girasoli. Un vecchio ex antropologo che vive a Milano sul Naviglio, avvicinato da una studentessa straniera che lo sospetta di conoscere alcuni tracciati segreti di una mappa acquatica sotterranea. Un vecchio che vive solitario su un´isola, un po´ il seguito de Il vecchio e il mare di Hemingway, un ex lupo che vive nel mito di una donna che ha perduto, alla ricoperta di un amore (non consumabile) con una ragazza». Anche lui, Albertazzi, artista in quota alla destra, è additato spesso come un uomo dal passato scomodo. E lo sa. «Ho aderito alla Repubblica Sociale perché venivo fuori da una famiglia che aveva vissuto il fascismo, e per me e altri era la scoperta di una via socialista anticlericale e contro il re, e sono coscientissimo che sia quelli che si sono schierati come me sia quelli che hanno abbracciato un´ideologia partigiana volevano altrettanto sostenere una posizione di dignità, di morale e di fermezza, ma poi ad esempio io non ho parteggiato alla fine della guerra per il Movimento sociale, così come non ho sposato una causa progressista e di sinistra. L´identità che man mano m´è venuta fuori è quella di un anarchico di centro. Io non ho oggi stima incondizionata per le politiche del Paese, m´accorgo che sono un uomo di destra che può piacere alla sinistra, allo stesso modo di come considero amici e dialettici Veltroni e Fassino (e anche Rutelli, che ha ottenuto dagli americani la restituzione a Villa Adriana della statua di Sabina, moglie di Adriano, tanto che il primo giugno farò lì una replica delle Memorie con la regia di Scaparro). Beh, lo confesso, vorrei poter abbracciare una causa. Ma non ci riesco. Sto magari coi radicali. Ho inciso una clip sulla moratoria della pena di morte. Penso che una parte della Resistenza venga anche, dico anche, dalla renitenza». E poi però oggi un artista di riferimento come lui gravita, anche se con critiche espresse contro l´inerzia o gli errori del centro-destra, nell´area del berlusconismo. «Non sono berlusconiano. Può succedere che quando fa il grande attore, e lo fa, non mi senta di denigrarlo. Ma tra carisma (valori) e immagine (apparenze) so distinguere». Se ci si sposta sulla deriva religiosa, sa essere un laico polemico. «Si fa un gran parlare, ed è giusto, di certi studi recenti su Cristo, del libro firmato anche da Corrado Augias, e allora mi permetto di ricordare quanto si discusse nel 1971 per il mio testo Pilato sempre. Si fa un gran baccano sui Dico, e io sono indignato con le posizioni della Chiesa, convinto che nei diktat ecclesiastici ci siano i germi di tanti integralismi che distruggono il mondo. Le avversioni agli omosessuali e all´eutanasia mi tormentano, le alte gerarchie si vestono con abiti lussuosi e si considerano padrone dell´intelligenza ignorando la lezione di Cristo. Dio, lo sostengo da ateo, nasce dai fulmini e non da sopraffazioni ecclesiali». Si vanta d´essere dissipatore, d´essersi fatto rubare idee, di aver inventato cose scomparse nel nulla: «Un film per Zurlini mai fatto, Verso Damasco. Invece fui io stesso a non voler pubblicare Io criminale e Il barone von K. E, tranne un bel saggio di Veltroni, non ebbi mai l´apprezzamento che meritavo per il Jekyll televisivo degli anni Settanta dove avevo inserito la scienza delle molecole staminali». Non si vanta d´essere attore. «No, mi reputo uno scrittore che va in scena ma non recita. Contano i silenzi. Per quanto impegnati in percorsi divergenti, solo Carmelo Bene e io abbiamo affrontato questo tema. Il vero lavoro, a teatro, non è interpretare ma diventare soggetto artistico. Susan Sontag avrebbe convenuto. La parola deve esprimere una bellezza visiva e musicale, deve colmare un´imperfezione, deve essere una macchina desiderante, e bisogna valorizzare gli spazi che ci sono tra le parole. Carmelo agiva arricchendo, io procedo sottraendo». Si atterrà a questo nel Moby Dick in cui lo dirigerà Antonio Latella, con partner, tra gli altri, un giovane da lui super-stimato, Marco Foschi («un´altra "nuova" che mi piace, che ha qualcosa di speciale, è Eleonora Danco»). Chissà come affronterà quest´estate, sulla scena della Versiliana e di Taormina, un Satyricon di e con Michele Placido («io farò Petronio, lui Trimalcione»). Si rammarica («senza acredine») di non avere un gruppo d´ascolto di intellettuali che faccia un bilancio critico del suo lavoro. «Mentre Carmelo e Ronconi hanno avuto un adeguato riscontro. Ma sarà che io sono nato come un bastardo della tv...».