Marco Valsania, Sole 24 Ore 20/5/2007, 20 maggio 2007
di Marco Valsania «Senza il Wall Street Journal saremmo solo una famiglia ricca come tante altre»
di Marco Valsania «Senza il Wall Street Journal saremmo solo una famiglia ricca come tante altre». La frase è attribuita a uno degli eredi Bancroft, che da oltre un secolo controllano il più prestigioso quotidiano finanziario americano e al mondo. E riassume il dilemma di una delle grandi dinastie della carta stampata e dell’informazione: cedere alle lusinghe di News Corp, e della sua offerta da cinque miliardi di dollari che valuta la loro quota nel gruppo Dow Jones oltre 1,2 miliardi di dollari, accontentando le attese di molti a Wall Street che vedono in Rupert Murdoch l’alfiere del futuro globale e multimediale dell’informazione. Oppure resistere, in omaggio a una identità che non è in vendita (almeno al magnate conservatore e al prezzo ipotizzato). L’interrogativo fa discutere e divide i Bancroft, giunti alla quinta e sesta generazione di discendenti da quello che è considerato uno dei fondatori del moderno giornalismo finanziario, Clarence Barron. E per buone ragioni: al contrario di altre grandi famiglie dell’editoria, quali i Sulzberger del «New York Times» o i Graham del «Washington Post», i Bancroft sono ora una dinastia frammentata, con radici nel New England ma oltre 35 eredi sparsi per il Paese (e non solo, uno di loro vive a Roma). E occupati da mille professioni e hobby che li hanno allontanati dalla matrice comune e privati di un leader riconosciuto. Da ormai 75 anni, dal suicidio di Hugh Bancroft, pur sedendo nel cda non ricoprono incarichi manageriali di primo piano nell’azienda. La tradizione di giornalismo indipendente rivendicata dal «Journal» risuona ancora forte tra i ranghi della famiglia, che al momento a maggioranza ha rifiutato l’invito a cedere la quota di controllo: una quota gestita attraverso un intricato sistema composto da una ventina di trust incrociati nella tradizione del New England che dà loro quasi il 65% delle azioni con diritto di voto. I Bancroft al centro della bufera sono anzitutto i tre esponenti che siedono nel board, accanto all’avvocato di famiglia Michael Elefante, che rappresenta quasi la metà del loro pacchetto di controllo. I tre rispecchiano le variegate posizioni della famiglia, oltre ai diversi rami in cui è suddivisa: sono il 55enne Chris Bancroft, considerato il più influente, con una quota del 19% dei titoli di Classe B in mano alla famiglia, finanziere con la propria società texana Bancroft Operations; Leslie Hill, 53 anni, ex capitano e pilota di aerei per la American Airlines; ed Elizabeth Steele, 58 anni, che con la sua Main Street Landing si occupa di sviluppo immobiliare sostenibile ed è nota per l’impegno sociale. Elefante, il legale 63enne, è partner dello studio di Boston Hemenway & Barnes, che da sempre segue gli interessi dei Bancroft. Dei tre rami della famiglia gli Hill sarebbero i più aperti alla vendita: Leslie, che ha sei fra fratelli e sorelle, guiderebbe una fazione quantomeno disposta a considerare ogni opzione, anche se scettica su una cessione a Murdoch. Proprio Leslie, coadiuvata da Elefante, insistette per accelerare un rimpasto ai vertici della Dow Jones nel 2005 che restituisse smalto all’azienda e che vide la promozione ad amministratore delegato del 48enne Richard Zannino, primo non giornalista a occupare la poltrona e primo dirigente Dow Jones a esser stato avvicinato da Murdoch. Il ramo che fa capo alla Steele, legato al nome di Cook dalla madre Jane Bancroft Cook, è invece quello che più si oppone a una cessione. Una sorella della Steele, Martha Robes, vive per metà dell’anno in una barca ancorata nell’isola di St John e rifiuterebbe anche soltanto di trovarsi nella stessa stanza con Murdoch. Più complessa la risposta del clan legato a Chris Bancroft: lui si è dimostrato contrario alle avance di Murdoch. Ma dal suo ramo sono emersi in passato i maggiori dissidenti: nel 1996 e 1997, Elizabeth Goth, allora 33enne, ruppe il tradizionale silenzio della famiglia prendendo posizione contro il management della Dow Jones, accusato di cattiva gestione e di un’acquisizione sbagliata, quella della società di dati finanzari Telerate, venduta nel 1998 con una perdita di quasi un miliardo di dollari. Goth fu spalleggiata 10 anni fa dal 41enne cugino William Cox III, vicino per parentela al ramo degli Hill, che lavorava nel marketing alla Dow Jones. La loro rivolta scosse la Dow Jones e i Bancroft, ma la coppia venne in seguito emarginata e adesso non svolge un ruolo attivo nelle polemiche: Elizabeth, campione equestre che ha preso il cognome del secondo marito Chelberg, ha venduto le proprie azioni e divide il proprio tempo tra il Kentucky e Praga, mentre Cox III ha lasciato l’azienda e vive a Roma. Le resistenze dei Bancroft sono alimentate anche da un altro grande azionista, gli Ottaway, che hanno dato voce esplicita alle accuse a Murdoch di mettere a repentaglio l’indipendenza del «Journal» con la sua agenda politica. Ma a complicare la strategia della famiglia sono emerse anche differenze generazionali all’interno dei singoli rami familiari, con gli eredi più giovani che tendono a essere meno legati al giornale e più sensibili alla promessa di migliori performance in Borsa e nei bilanci. Tra i Cook si conta il 38enne campione di motoscafi da corsa Jeff Stevenson, che finora ha solo fatto sapere di non essere stato consultato nella vicenda. I contorni della dinastia sono cambiati profondamente dai suoi inizi. Clarence Barron, nato nel 1855, pesava 160 chili e faceva il giornalista ma il suo calibro fu misurato anzitutto dalla sua acquisizione della Dow Jones dai fondatori nel 1902, usando 130mila dollari della ricca moglie Jessie Waldron. Sotto la sua leadership il «Journal» passò da 7mila a 50mila copie negli anni 20, quando alla morte lasciò il nascente impero alla figlia adottiva Jane che aveva sposato l’avvocato di successo Hugh Bancroft. Perseguitato da crisi depressive, però, Bancroft si tolse la vita nel 1933 nella villa di famiglia di Cohasset in Massachusetts. La vedova passò la torcia a tre eredi: Hugh Bancroft jr, il padre di Cristopher, e soprattutto le sue sorelle Jessie, che sposò William Cox, e Jane, che tra i quattro mariti acquistò il cognome Cook. Jessie e Jane erano molto legate al patrimonio del giornale e ai legami familiari: la prima scomparve nel 1982, un decesso improvviso a una riunione annuale della famiglia al Club 21 di New York e, la seconda, nota per l’attività filantropica, nel 2002, lasciando il futuro dell’azienda in mano all’attuale, combattuta, quinta generazione di eredi. Ancora fino al 2001 il figlio di Jessie, il 76enne William Cox jr, aveva guidato con autorità la famiglia nel board. Ma ora vanta il merito di esser stato anche l’ultimo dei Bancroft ad aver passato tutta la propria carriera alla Dow Jones. IL VALORE DEI COLOSSI 35 miliardi Dollari Il valore della capitalizzazione del nuovo gruppo Thomson-Reuters 17,2 miliardi Dollari Il valore dell’acquisizione di Reuters da parte di Thomson 34 Per cento La quota di mercato globale nel settore delle informazioni finanziarie del gruppo Thomson-Reuters. 53% Il controllo La famiglia Thomson, alla guida del gruppo canadese prima azionista assoluto della società con una quota pari al 70% 9.300 Dipendenti Sono quelli di Reuters in 37 Paesi a cui si aggiungono i 16.500 di Reuters in 300 uffici sparsi per il mondo 5 miliardi Dollari L’offerta di Murdoch per l’acquisto del gruppo Dow Jones che pubblica il Wall Street Journal 60 Per cento I ricavi del Dow Jones che provengono dalla carta stampata Foto: Clarence Barron. Il giornalista (il primo a sinistra) acquisì il «Journal» nel 1902 e lo lasciò in eredità alla figlia adottiva Jane (al suo fianco) Grafici: Per il grafico fare riferimento al pdf