Roberto Da Rin Sole 24 Ore 20/5/2007, 20 maggio 2007
Roberto Da Rin BUENOS AIRES. Dal nostro inviato La terra. Una della maggiori suggestioni letterarie argentine è la Pampa
Roberto Da Rin BUENOS AIRES. Dal nostro inviato La terra. Una della maggiori suggestioni letterarie argentine è la Pampa. O la Patagonia. E si perpetua, ma è meno letteraria e più pragmatica. Dopo l’ubriacatura di dollari, l’illusione di appartenere al primer mundo, la delusione e poi il crack del 2001, l’ultima ossessione è quella di comperare terra. Grandi o piccoli appezzamenti. Perché qui un ettaro costa meno di una pizza e di una birra: tra 6 e 11 euro. Grandi investitori e normali cittadini. Per loro la Patagonia, la Pampa non sono luoghi immaginari né riferimenti letterari, ma una straordinaria occasione di business. L’appuntamento è in un caffè di Avenida de Mayo, nel centro storico della città. Con un venditore, un immobiliarista che tratta anche terreni, e Carlos, un acquirente, un signore di 56 anni, con una moglie casalinga e 2 figli grandi. un ex impiegato in un’impresa di costruzioni, «un tipo muy normal», dice di sé. «Ho messo insieme i risparmi di una vita e la liquidazione, in tutto 140mila pesos, 35mila euro, e ho comprato 5mila ettari di terra a Catamarca. Al mio socio spetta l’altra metà dell’investimento, i capi di bestiame». Tutto il resto è da decidere, Carlos non ha ancora le idee chiare sull’azienda agricola che si appresta a lanciare, ma non ha dubbi sul fatto che sia il momento di comprare terra. Anche perché nel suo nebuloso progetto brilla una certezza: «In banca no, non ci metterò neppure un peso». ancora nitido il ricordo del corralito bancario, il blocco dei conti correnti dei risparmiatori argentini attuato dal Governo di Fernando de la Rua nel dicembre 2001, preludio della lunga e drammatica recessione. Dal bancone del bar si diffonde l’inevitabile tango, sulle pareti l’inevitabile Maradona e dalle parole di Carlos tutti gli elementi per ritrovare...l’inevitabile Argentina, quella delle grandi crisi e dei grandi boom. Il Paese che cinque anni fa ha vissuto la peggior recessione della storia e che oggi cresce, Cina e India a parte, più di chiunque altro. Una nuova, rutilante ascesa. Tutti a bordo, la grande giostra è ripartita e gira sempre più forte. La coppia presidenziale Kirchner, Nestor e la senora Cristina raccoglie i successi di quattro anni di buon governo e, superfavorita alle elezioni di ottobre, si appresta a riconquistare il mandato. Non è ancora chiaro chi appoggerà chi, in altre parole chi dei due sarà il presidente. Ma è quasi certo che i rivali saranno sbaragliati. Intanto 300mila chilometri quadrati di terra sono stati venduti, pardon, svenduti. Un’estensione pari a quella dell’Italia. Un Paese in saldo Gli acquirenti sono migliaia, tanti senor Carlos o decine di grandi imprese straniere. Dopo l’opulenza degli anni Venti, la grande crisi tra il 1930 e il 1940, il peronismo e lo Stato magico dal 1945 al 1970, la crisi del debito estero con l’iperinflazione a quattro cifre negli anni Ottanta, il menemismo degli anni Novanta, il tonfo del 2002, questo è il momento del Paese in saldo. Le province del nord-ovest argentino, Catamarca e Salta, quelle al confine con Cile e Bolivia, sono le più interessate al fenomeno. Andres Kliphhan e Daniel Enz sono i due ricercatori agrari che hanno condotto e pubblicato Tierras, uno studio ponderoso in cui si dimostra che più del 10% del territorio nazionale è in mano agli stranieri. Soia, mais e carne sono le produzioni più rilevanti. I cinesi vengono a fare incetta di derrate alimentari, gli europei e gli americani a comprare le terre. «Ci sono 30 disegni di legge mirati a regolamentare l’acquisto di terra - spiega Kliphhan - ma finora sono rimasti nel cassetto. Parlamento e province dovrebbero provvedere al più presto, nell’interesse del Paese». In questo vuoto legislativo gli argentini sono inermi. Jorge Luis Borges lo ha spiegato meglio di tutti in "Evaristo Carriego": «Per gli argentini lo Stato è un’inconcepibile astrazione, l’argentino è un individuo e non un cittadino». E ancora: «Frasi come quella di Hegel secondo cui lo Stato è la realtà dell’idea morale, gli sembrano scherzi sinistri». La svendita di intere regioni - spiega un economista che siede nel board della Banca centrale e chiede di non essere citato - rischia di vanificare i piani di politica economica del Governo Kirchner. Un numero crescente di latifondisti minerebbe un programma di politica agraria mirato a rafforzare lo sviluppo di alcuni settori agroindustriali. Gonzalo Sanchez, autore di "Patagonia vendida", racconta il fenomeno: il maggior proprietario terriero è il gruppo italiano dei fratelli Benetton che possiede 10mila chilometri quadrati, pari all’estensione dell’Abruzzo. Le acquisizioni di terra sono state effettuate negli anni Novanta e da allora i Benetton sono i maggiori produttori di lana e carne d’agnello. Osteggiati da numerosi gruppi ambientalisti e accusati da comunità indigene di aver occupato loro terre, ai Benetton va riconosciuto il merito di aver investito anche nella riforestazione di alcune varietà di alberi. Altri compratori hanno concluso affari meno chiari. Douglas Tompkins, presidente della Conservation Land Trust, possiede 4.500 chilometri quadrati di terra in Patagonia, solo per il 20% messi coltura. Il resto fa parte di un progetto di tutela ambientale che però ha acceso le polemiche di intere comunità locali, che si sono trovate isolate dopo la chiusura di collegamenti stradali divenuti proprietà di Tompkins. Poi ci sono Ted Turner, vicepresidente di Aol/Time Warner, Joseph Lewis, comproprietario del Tottenham Hotspur football club. Nella regione delle vigne, quella di Mendoza, chiunque abbia 50mila euro può realizzare il sogno di una vita, diventare proprietario di un vigneto già produttivo. Diversi gruppi vitivinicoli italiani, francesi e spagnoli hanno effettuato investimenti importanti. Ma non è tutto così facile. Gonzalo Sanchez, ricorda che l’Argentina ha sempre venduto terre, ma mai come ora accade un fatto grave: «Si vendono terre che non si potrebbero vendere; innanzitutto quelle del demanio pubblico. Poi la crescita del fenomeno ha spinto centinaia di mediatori e sensali a compiere transazioni irregolari». In prospettiva tutto ciò può generare l’ennesima crisi di sfiducia verso un Paese che si sta riprendendo dopo la lunga depressione economica. La soia, il mais e il rischio crack Nel gennaio di cinque anni fa, l’Argentina abbandonò la convertibilità con il dollaro, svalutò il peso del 66% e affrontò la peggiore crisi politica, economica, istituzionale e sociale dei suoi 200 anni di storia. Da allora, il Paese si è ripreso e ha raggiunto risultati notevoli: la povertà è scesa dal 49,7% al 31,4% e l’indigenza dal 22,7% al 14,4 per cento. Gli indicatori macroeconomici, secondo le stime governative, sono ancora rivolti al bello: crescita vigorosa, avanzo primario e aspettative di svalutazione contenute. L’export di soia e mais resta un pilastro dell’economia, ma al tempo stesso un punto di debolezza. Monocolture, guardate con diffidenza dallo scrittore e dall’agronomo. Il disincanto fa dire a Hector Tizon, uno dei più brillanti autori argentini, che «ci sono Paesi nati non per stupire ma per accumulare». E l’analisi del terreno fa dire all’agronomo che la monocoltura è dannosa. Alberto Suarez, docente all’Università di Buenos Aires, spiega che questa tecnica «impedisce una riconversione produttiva in tempi ragionevoli». In altre parole se crolla il prezzo della soia sui mercati internazionali, i terreni non potrebbero essere trasformati rapidamente in pascoli. Insomma, un Paese ancora vittima di corse sfrenate e cadute rovinose, che guarda alla stabilità come una frontiera lontana. Con la sua eterna incapacità di affrancarsi da quel modello agroesportatore sempre dipendente dai prezzi delle materie prime. C’è chi giura che tra un anno l’economia argentina tornerà a cadere e che non sarà un soft landing, un atterraggio morbido. Le cassandre sono gli economisti dell’Istituto Broda di Buenos Aires, temono un’inflazione in ascesa incontrollabile, gravi problemi di deficit pubblico e conseguenze ancora drammatiche per tutti. Mentre Aldo Ferrer, ex ministro dell’Economia e docente all’Università di Buenos Aires prevede «solo una correzione, un rallentamento fisiologico dopo la galoppata degli ultimi quattro anni. Anche perché gli errori commessi in passato sono talmente marchiani da non poter essere ripetuti a breve distanza». Difficile dire. Quella argentina è una vicenda fatta a poliedro e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli. roberto.darin@ilsole24ore.com www.tierrasdelsur.info Lo studio sulla proprietà terriera in Patagonia I NUMERI 64,6% Debito pubblico Alla fine del terzo trimestre del 2006, i dati ufficiali fotografavano un debito pubblico di 129,6 miliardi di dollari (64,4% del Pil), contro i 178,8 raggiunti a dicembre 2003, quando lo stock era pari al 140% del Pil (già sceso al 73% a marzo 2005) 10,9% Inflazione Nel 2006, il costo della vita è tornato in doppia cifra dopo il 9,5% del 2005 e il 4,4% del 2004. Nel 2002, l’inflazione media annua era del 25,9% (40,9% nel mese di dicembre). Secondo le stime dell’Fmi, sarà al 10,3% quest’anno e al 12,7% nel 2008 8,7% Disoccupazione Quello del 2006 è il miglior risultato dal 2000, quando i senza lavoro erano il 14,9% e rappresenta il quarto calo consecutivo dal picco del 20,8% raggiunto nel 2002 (nel 2005, il tasso di disoccupazione era del 10,1%) 12,4 miliardi Saldo import-export L’attivo, in dollari, registrato nel 2006 dalla bilancia commerciale argentina 32 giorni Aprire un’azienda il tempo necessario per completare tutti i passaggi burocratici richiesti per avviare un’attività economica in Argentina, secondo i dati della Banca mondiale Foto: In saldo. Nella regione di Mendoza (nella foto) è possibile acquistare un vigneto produttivo con appena 50mila euro Grafici: Per il grafico fare riferimento al pdf