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 2007  maggio 26 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 28 MAGGIO 2007

Solo il 30% degli italiani ha fiducia nel parlamento e nel governo, l’80% ritiene che i «politici sono interessati ai voti della gente e non alle sue opinioni», il 77% pensa che «gli uomini di governo non sono realmente interessati a quel che succede alla gente come me». [1] Intervistato dal Corriere della Sera, Massimo D’Alema ha paventato «una crisi della credibilità della politica» che potrebbe «travolgere il paese con sentimenti come quelli che negli anni Novanta segnarono la fine della Prima Repubblica». [2] Su Repubblica, il sociologo Ilvo Diamanti si è chiesto se «20 anni dopo, in Italia, avanza una nuova ondata antipolitica?». [3] All’assemblea annuale di Confindustria, il presidente Luca Cordero di Montezemolo ha esposto quello che è stato definito il «Manifesto Politico dell’Antipolitica» («Da 15 anni l’Italia è prigioniera di una transizione che non accenna a finire» ecc.) [4]

Che cosa è avvenuto in questi mesi che fa gridare al ritorno all’antipolitica? Marcello Veneziani: «La malapolitica a mio parere si compone di quattro angoli: i privilegi e gli sperperi della politica italiana, locale e nazionale, la più costosa del mondo; il ritorno della corruzione e del malaffare come e peggio i tempi di mani pulite; il malgoverno e l’oppressione sui cittadini che si sentono vessati e perseguitati; il sistema elettorale che nega agli italiani di scegliersi i parlamentari. Così è scoppiata la pazienza dei cittadini che si sentono oppressi dal potere. scoppiata la percezione che la politica stia pensando solo a se stessa e stia ricostruendo la rete di privilegi e favori. I più pagati d’Europa, i più numerosi, i meno lavoratori, i più privilegiati, i più assicurati nella pensione e nella riconferma: ma come si fa ad accettare tutto questo impassibili?». [5] Filippo Ceccarelli: «Ai vetri oscuri delle auto blindate e alle scorte strombazzanti ai semafori fanno riscontro i privilegi di organismi parlamentari divenuti tanto sfarzosi, ormai, quanto deboli e incerti sul piano politico: ferie interminabili, comunque, pensioni fantastiche, condizioni bancarie uniche in Italia. I presidenti delle assemblee hanno commessi, detti ”culisti”, che gli tengono in caldo le poltrone della prima fila nelle cerimonie pubbliche». [6]

Metà degli episodi di corruzione «tocca lo Stato», metà «enti locali e istituzioni di varia natura». Piercamillo Davigo, ex pm del pool Mani Pulite e ora magistrato in Cassazione, dice che nulla è cambiato dai tempi di Tangentopoli: «Abbiamo preso le zebre lente, sono rimaste le più veloci. Anzi potremmo dire di avere migliorato la specie dei predatori, sono rimasti i più forti. E se fossero batteri potremmo dire di avere creato una specie resistente agli antibiotici». [7] Franco Carlini: «Ci sono dei bellissimi modelli matematici che dimostrano come una comunità possa collassare per il semplice fatto che un numero inizialmente piccolo di predatori si appropria dei beni comuni. In tal caso i membri di una eventuale maggioranza di altruisti si stufano di passare per gonzi e cessano di cooperare. Eventualmente si ritirano in comunità più piccole dove ancora la solidarietà può reggere, oppure defezionano (è l’Exit descritto da Hirschmann nel lontano 1970), o ancora prendono anch’essi a comportarsi da raider spregiudicati». [8]

In questi giorni le classifiche di vendita dei libri sono dominate da La casta (Rizzoli) di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, firme del Corriere che da tempo descrivono gli sprechi e le malefatte della politica italiana. Sergio Romano: «Il lettore scopre che il popolo degli eletti si compone di 179.485 persone, che il costo della presidenza della Repubblica è quattro volte quello della Corona britannica, che i parlamentari europei dell’Italia sono di parecchio i meglio pagati dell’Unione» ecc. [9] dell’anno scorso Viaggio nelle istituzioni italiane, del sociologo Giuseppe De Rita. Vi si legge, proprio in apertura: « impressionante vagare per ministeri surrealmente vuoti. impressionante vedere enti pubblici senza mission reale ma pieni di personale attento solo alla sua permanenza sul posto. impressionante vedere autorità pubbliche anche formalmente prestigiose infarcite di clientes, nei livelli alti come a quelli bassi». [6]

L’opinione pubblica ha bisogno di fatti immediati, concreti e percepibili. Valdo Spini: «Ho proposto che, subito dopo le amministrative, Romano Prodi dimezzi il governo (attualmente 102 componenti, battuto ogni record della Prima Repubblica)». [10] Secondo Vannino Chiti, ministro ds delle Riforme e dei rapporti col Parlamento, bisogna partire dalla ”riforma delle riforme”, il superamento del bicameralismo paritario: «L’Italia è l’unico paese tra le grandi democrazie occidentali in cui permane questo sistema. In Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, la Camera politica è una sola». [11] Stefano Rodotà: «Che cosa accadrebbe se un imprenditore, proprietario di due aziende, scoprisse che una di esse produce lo stesso numero di pezzi con metà dei dipendenti dell’altra? proprio quel che accade in Parlamento, dove il Senato fa esattamente lo stesso lavoro della Camera con metà degli ”addetti”». [12]

Oggi in Parlamento ci sono 17 gruppi parlamentari e 23 partiti, 17 dei quali hanno meno del 3 per cento dei voti ciascuno. Piero Fassino: «Non solo. Ma all’interno di ognuna di queste forze si produce un’ulteriore dialettica che fa sì che alla fine anche un singolo o pochi deputati siano in grado di paralizzare qualsiasi decisione. Serve una legge elettorale che attraverso un meccanismo di soglie e sbarramenti limiti l’esasperata frammentazione dei partiti, favorendo le aggregazioni». [13] Geronimo: «Nelle elezioni dell’aprile ”92 quattro partiti di governo ebbero il 51 per cento dei voti. Otto partiti dell’attuale maggioranza non raggiungono il 50 per cento dei consensi. All’epoca i primi due partiti di governo (Dc e Psi) avevano il 45 dei voti, oggi Ds e Margherita sono al di sotto del 30 per cento. Nella crudezza di questi numeri c’è tutta la crisi dell’attuale politica per chi la vuole vedere». [14]

Altro problema: le retribuzioni. Fassino: «Non sono sicuro che un presidente di circoscrizione di Reggio Calabria debba percepire uno stipendio mensile di 1800 euro». [13] Chiti: «I parlamentari, così come i sindaci, i consiglieri regionali, eccetera, dovrebbero percepire un’unica indennità, e non tre o quattro come avviene ora. E va posto un tetto, stabilendo, per esempio, se un deputato deve guadagnare quanto il sindaco di Milano o di Roma o no. Infine i privilegi: un parlamentare quando va allo stadio, al cinema, o a teatro, non lo fa in nome della sua funzione, ma come semplice cittadino». [12] C’è anche chi pensa che i politici dovrebbero essere di meno, ma pagati meglio. Rutelli: «Se ridurremo il numero di quanti sono nominati dalla politica non sempre per i loro meriti, è giusto che abbiano una remunerazione adeguata. Quanti danni fa un governante inetto? Vogliamo una politica per ricchi, oppure solo per mediocri?». [15]

Parlare di soldi e auto blu è fondamentale, ma limitarsi a questo rischia di non intaccare la struttura della politica. Lucia Annunziata: «Nelle società avanzate, di cui anche noi siamo parte, il divario prodotto dalla trasformazione finanziaria dell’economia, creando ricchezze sempre più ampie da una parte e comprimendo invece la classe media ha cambiato anche le dinamiche della politica. La grande distanza sociale ha reso infatti molto più incerto il campo dei doveri e dei diritti comuni. Con quale certezza può infatti la politica chiedere compatibilità di mercato in una società in cui il mercato viene continuamente attraversato, modificato, piegato dal troppo ricco o dal troppo forte? In difesa di quale idea positiva può la politica imporre sacrifici per il bene comune, se di comune tra un estremo e un altro della società c’è ben poco?». [16]

Chi fa tutti i giorni il proprio dovere, ma non ha una rete di relazioni che lo sostiene e lo protegge, si accorge sempre più sovente che il gioco è truccato. Luca Ricolfi: «Ai cittadini che rispettano le leggi non piace accorgersi che i furbi e i delinquenti quasi sempre riescono a farla franca. Agli immigrati onesti, che lavorano, pagano le tasse e rispettano le regole, non piace essere guardati con sospetto perché una minoranza di stranieri può spadroneggiare in interi quartieri delle nostre città». [17] Mario Ajello: «Oggi l’anti-politica - un nuovo tipo di anti-politica diverso da quello che si oppose ai grandi partiti onnipotenti di un tempo - trova alimento anche a causa di un terreno sgombro. In cui i grandi soggetti classici sono indeboliti - i partiti, i sindacati - e sulla scena pubblica restano due soli protagonisti: opinione pubblica e governo. Senza mediatori e con il governo da solo di fronte al popolo e caricato da parte del popolo di un grado enorme di aspettative. A riempire quel vuoto ora ci stanno provando i sindaci, almeno sul tema della sicurezza dei cittadini, che è forse il primo problema da risolvere per smosciare la marea montante dell’anti-politica». [18]

All’inizio degli anni Novanta il distacco tra la gente comune e la politica fu segnato dall’indignazione e dalla rabbia. Ilvo Diamanti: «Al posto della rabbia collettiva, che trascinava l’illusione di cambiare, oggi troviamo una certa stanchezza. Uno sguardo scettico sul futuro. E la feroce determinazione a cercare la felicità da soli. Nella vita quotidiana, nelle relazioni. ”Nonostante” la politica. ”Nonostante” lo Stato. Potremmo considerarlo un bene, se condividiamo l’affermazione di Benjamin Constant: ”Che lo Stato si occupi della giustizia; ad essere felici ci pensiamo noi”. Però, appunto: occorre uno Stato giusto. Ed efficace». [19] Il politologo Gianfranco Pasquino: «Non vedo una crisi della politica tanto grave. Semmai, siamo al galleggiamento. Che è una specialità italiana. Ha visto quanto è brava Luna Rossa a galleggiare?». [18] De Rita: «Oggi siamo di fronte a un altro fenomeno che io definirei di ”menefreghismo disprezzante”. Che, attenzione, non è meno grave. Perché potrebbe anche non produrre una rivolta. Ma dar vita a una protesta assai più concreta per la stabilità dello Stato. Cioè un’evasione fiscale di massa». [20]