Marco Tosatti, La Stampa 26/5/2007, 26 maggio 2007
Non c’è uno che si ricordi di avergli mai sentito alzare la voce, ad Angelo Bagnasco, classe 1943, nato, per un caso, corretto rapidamente, a Pontevico, in provincia di Brescia, e subito tornato nella sua Genova
Non c’è uno che si ricordi di avergli mai sentito alzare la voce, ad Angelo Bagnasco, classe 1943, nato, per un caso, corretto rapidamente, a Pontevico, in provincia di Brescia, e subito tornato nella sua Genova. Dove adesso è arcivescovo, e da cui parte, una volta a settimana, per andare a Roma, e fare il presidente della Cei. Un fisico asciutto, ma non sottile; e come sotto un aspetto non imponente indovini una solidità nascosta, così dietro la mitezza dei modi (lo tradiscono gli occhi) appare il carattere, che è mite, ma non tenero. Tirato su alla scuola del cardinal Siri, e scusate se è poco. Un severo maestro: era da sacerdote, don Angelo, quando il «Papa non eletto» gli disse: vai a fare filosofia all’Università Statale. Via Balbi in quegli anni era - anche - un covo di apprendistato Br, professori e studenti inclusi, e c’era un clima da far paura. Don Angelo, in talare tranquillo tranquillo passava davanti ai «Tazebao» più infiammati per seguire le lezioni e dare gli esami. Se gli chiedi se non ci sono mai stati problemi, ti risponde: «Non più di tanto, ma qualche volta è capitato che vedendomi vestito da sacerdote facessero magari qualche osservazione. Sicuramente non è stato un periodo semplice». E non gli cavi niente di più, neanche con le tenaglie. Un tipo silenzioso lo è stato sempre. Racconta che l’idea di fare il sacerdote gli venne durante le elementari, e se l’è tenuta tutta per sé fino alla terza media, quando all’improvviso ha detto ai suoi: non voglio studiare da ragioniere, voglio entrare in seminario. Calmo calmo, senza esagerazioni o emozioni fuori posto. Come adesso, d’altronde, che gira con la scorta (quando non può evitarlo). Come vive questa situazione? Risponde con un tono che se non fosse lui potrebbe sembrare piccato: «Sono molto sereno. Sono scortato, ma non assediato. L’affetto della gente si moltiplica. La gente si stringe con libertà e affetto intorno al proprio vescovo. Mi dispiace per il messaggio simbolico contenuto. Spero che la situazione si risolva presto, anzi prestissimo». Ma non ha «nessuna difficoltà ad avvicinare le persone e ad essere avvicinato dalla gente». Anche perché ogni tanto se ne esce, dicono, senza insegne vescovili e senza agenti, e se ne va in giro per i suoi «carrugi». Che conosce molto bene. E’ cresciuto alla Montagnola della Marina, la famiglia (il padre, Alfredo, era operaio in una fabbrica di dolci) ha gestito una latteria a piazza Sarzano, è andato a scuola in via San Vincenzo; insomma la Genova di De André, per capirsi. Quella dove lo fermano ogni due minuti, e lo chiamano don Angelo. E allora torna di nuovo l’icona di Siri, di questo principe della Chiesa che parlava zeneise stretto, quando voleva, e apprezzava due frisciéu e le melanzanine ripiene, piccole e tonde, e tutti i giovedì andava a visitare un parroco, magari di quelli sperduti nell’entroterra; lui che ha spedito - un superconservatore - i preti a fare i cappellani nelle fabbriche. La prima prolusione di Bagnasco da presidente della Cei è soprattutto una denuncia delle difficoltà crescenti della gente comune; parole in cui avverti il contatto con la realtà vissuta. Non per sentito dire. E’ gente comune, la famiglia dell’arcivescovo; Anna Maria, la sorella, più grande di lui di tre anni e mezzo, due figlie e tre nipoti, vive a Moconesi, che è un paese dell’entroterra, arrampicato sopra Rapallo. Forse anche perché a Genova ormai gli affitti sono diventati molto cari. «Siamo gente modesta ma anche una famiglia molto unita», afferma con fierezza. E ogni volta che può l’arcivescovo si mette un maglione, pantaloni di velluto e scarponcini, e se ne va a trovare i suoi; e a fare qualche bella passeggiata sui monti liguri. Praticamente, l’unico suo hobby-piacere noto, coltivato da tempo immemorabile, da quando era assistente degli Scout. Perché per il resto, di quest’uomo che ha lasciato sia a Pesaro, che fra i militari, di cui è stato vescovo, ricordi ottimi e rimpianti, non si conoscono passioni particolari. Piaceri semplici, sì; e lo tradisce una bellissima fotografia scattata il 29 agosto scorso, al santuario della Madonna della Guardia, patrona di Genova, di cui porta l’immagine al dito, in un cammeo a sfondo blu scuro. Si vede don Angelo, sorridente, che addenta compiaciuto una fetta di focaccia. E’ schivo: «Se Bertone qualche salotto, lo frequentava, lui no», dice chi lo conosce. Ma un paio di volte all’anno - chi sa se la tradizione si manterrà - lui e i suoi compagni di seminario si vedono per una cena a casa di don Amos, parroco di san Rocco a Pegli. Siri da una parte, Ruini dall’altra. Come il «cardinal Sottile», che l’ha mandato a Pesaro, e poi Ordinario Militare, ha una mente razionale, analitica, speculativa. «Al limite, possono sembrare freddi - dicono in Curia -. Quando hai mai visto Ruini versare una lacrima, commuoversi»?. E se le emozioni ostentate le aspettano da Bagnasco, «zenese de Zena», campa cavallo. CITT DEL VATICANO La Chiesa italiana è disposta a venire incontro «ai veri diritti individuali», per quanto riguarda le coppie di fatto, e si sente in sintonia con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel «desiderio di trovare elementi di convergenza e di incontro» tra laici e cattolici. Il presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, nella conferenza stampa conclusiva dell’Assemblea generale dei vescovi italiani in Vaticano, la prima della sua gestione, ha rilanciato la soluzione del «diritto privato» come alternativa ai Dico, il disegno di legge governativo sui diritti dei conviventi; e, soprattutto, ha lodato le parole pronunciate dal capo dello Stato a Firenze. Il presule ha anche affrontato il tema della cosiddetta «crisi della politica», assicurando che da parte della Chiesa verrà fatto ogni sforzo per rilanciare la partecipazione degli italiani nella sfera pubblica e amministrativa. A Napolitano, ha spiegato Bagnasco, «ci unisce la grande passione per il bene comune del Paese e della gente e il desiderio di trovare elementi di convergenza, di incontro e di collaborazione per costruire il bene generale». «Il valore cui ci riferiamo - ha aggiunto il presule -, un valore unificante e presente nella Costituzione è quello della famiglia fondata sul matrimonio. Altrettanto chiaramente crediamo e vogliamo promuovere, là dove ci sono, veri diritti ed indirizzi a cui venire incontro. Penso che questo sia volontà comune a tutti». L’arcivescovo di Genova è sembrato particolarmente reattivo in tema di politica; il crescente distacco degli italiani dai propri rappresentanti politici non lascia indifferenti i vescovi. «L’affezione alla vita pubblica, sociale, comunitaria di un Paese è un grande valore che il cristianesimo ha sempre rispettato, promosso, proclamato e favorito», ha detto. «Crediamo - ha affermato - di poter contribuire perché possa crescere e attuarsi sempre di più questa partecipazione al bene della società,in tutte le sue forme: politiche, amministrative, del volontariato». Un accenno anche alla battaglia prossima ventura, quella su «testamento biologico»: ha ribadito che la dignità umana non si limita solo a qualche fase della vita, ma che va difesa dal concepimento al suo tramonto naturale. Sul problema della «coerenza» con i principi professati, ha detto che «vale per tutti, non solo per una categoria di persona», e nella fattispecie i politici. Non solo per ragioni di fede, ha spiegato. «La fede illumina la ragione, ma non la sostituisce né l’annulla. Non ogni affermazione della Chiesa è di tipo confessionale, o una professione di fede». / Stampa Articolo