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 2007  maggio 26 Sabato calendario

Una Fondazione per la Rai. Un’altra per Rcs Media- Group. Una nuova legge sui conflitti d’interesse per ridefinire, fra l’altro, il rapporto tra Mediaset e Silvio Berlusconi

Una Fondazione per la Rai. Un’altra per Rcs Media- Group. Una nuova legge sui conflitti d’interesse per ridefinire, fra l’altro, il rapporto tra Mediaset e Silvio Berlusconi. Politica e finanza si interrogano sui loro rapporti con l’informazione. E’ il riconoscimento di una prossimità eccessiva, ma le soluzioni rischiano di rivelarsi gattopardesche: cambiano molto per non cambiare nulla. Stretto fra le contraddizioni del centrosinistra e i vincoli costituzionali, il progetto del governo sui conflitti d’interesse risolve poco. Affidare la gestione della tv commerciale a un blind trust, e cioè a un gestore indipendente dalla Fininvest, non impedirebbe al Berlusconi politico di favorire il suo gruppo con le opere e le omissioni. D’altra parte, la sanzione dell’ineleggibilità precluderebbe al soggetto in conflitto d’interessi la via del Parlamento ma non quella del governo, nel quale, come ha fatto rilevare Giovanni Sartori, si può essere nominati senza essere parlamentari. Assai più efficace sarebbe la rottura del duopolio perfetto Rai-Mediaset attraverso la privatizzazione delle vaste attività commerciali dell’attuale emittente pubblica. Ma il partito Rai, del quale Fedele Confalonieri dovrebbe detenere la tessera numero 1, ha avuto la forza di congelare questo disegno liberale, benedetto dal Prodi candidato e dimenticato obtorto collo dal Prodi premier. La privatizzazione della Rai è una prospettiva lontana dalla realtà quanto il superamento della finanza dei patti di sindacato e delle piramidi societarie. Si preferisce imporre un tetto del 45% alla raccolta pubblicitaria televisiva da parte di un unico soggetto così da raggiungere per via amministrativa quel dimagrimento di Mediaset sul mercato domestico che potrebbe essere il risultato di una competizione finalmente liberata dal vincolo dorato del canone Rai. A parte le prevedibili resistenze parlamentari, questo tetto è stato bocciato dalla direzione per la Concorrenza della Ue, che non lo considera il rimedio giusto alla criticabile, e criticata, legge Gasparri, in ciò confermando le riserve dell’Antitrust italiano. Si tenta così di correggere l’invadenza della politica attraverso l’ingegneria societaria, ovvero affidando il capitale della Rai a una Fondazione, peraltro ben architettata ma priva della capacità di attrarre risorse dal mercato e senza la sana vocazione al rischio del Biscione che si compra Endemol e progetta di entrare nelle telecomunicazioni. In modo non troppo diverso, le banche rimettono in discussione il loro rapporto con la stampa. In questo il caso Rcs rappresenta il banco di prova di un establishment che da tempo, e con ragione, censura la malefatte della Casta, ma non sempre è esso stesso un modello di meritocrazia. Lo scetticismo è comprensibile. Si può notare come Giovanni Bazoli non escluda di uscire da Rcs perché, a questo punto, sono più i problemi che derivano a Intesa Sanpaolo (l’accusa di strapotere) dei vantaggi (l’influenza reale). Si può osservare come Alessandro Profumo prometta di vendere il 2% di Rcs che erediterà da Capitalia in coerenza con le sue convinzioni ciampiane sulla separazione tra banche ed editoria, ma nulla ha ancora detto di che cosa, da primo azionista italiano, consiglierà di fare a Mediobanca, che di Rcs ha il 13,2%. Si può constatare come Cesare Geronzi, presidente quasi in pectore di piazzetta Cuccia, non voglia vendere nulla, ma sia pronto a lasciar conferire le azioni del sindacato a una Fondazione: un’istituzione che rischia di essere speculare a quella della Rai, ma con la difficoltà per i soci fondatori, quasi tutti quotati in Borsa, di conferire titoli negoziabili a un terzo e senza profitto. E tuttavia, alla fine, va riconosciuto che il problema è posto: esiste un conflitto d’interessi tra il fare politica, il fare banca e il fare informazione. E’ un conflitto che la Banca d’Italia avvertiva come pericoloso già negli anni Settanta quando Paolo Baffi temeva che l’editoria, attività allora legata ai partiti, potesse contagiare un sistema del credito dove il governo faceva tante nomine. Nel 2007 il conflitto cambia segno: attraverso i media, le superbanche privatizzate possono influenzare la politica. Buon senso vorrebbe che questo legittimo sospetto fosse verificato anche presso gli altri potentati: dalle assicurazioni alla grande industria. Per trarne le conseguenze, se del caso e comunque evitando l’esempio del partito Rai.