Massimo Gaggi, Corriere della Sera 26/5/2007, 26 maggio 2007
«Non conosco i miei pronipoti, non so se mi piaceranno», amava ripetere Nelson Poynter, il proprietario del St Petersburg Times
«Non conosco i miei pronipoti, non so se mi piaceranno», amava ripetere Nelson Poynter, il proprietario del St Petersburg Times. Nel 1975, al momento di ritirarsi, non lasciò il giornale ai suoi eredi e non lo vendette: lo trasformò in una fondazione che oggi gestisce con successo la testata (315 mila copie di diffusione, quasi quante il Miami Herald, leader in Florida) e un’eccellente scuola di giornalismo. In Italia si discute della possibilità di trasformare la società che pubblica il Corriere della Sera in una fondazione. Anche negli Stati Uniti la tutela dell’autonomia della stampa è da tempo un tema di dibattito. Tanto più ora che, afflitti da un’emorragia di lettori e di entrate pubblicitarie, i giornali faticano a sopravvivere nella forma di società commerciali obbligate a fare profitti «a due cifre», come pretende la ferrea logica di Wall Street. Fin qui il sistema ha retto anche perché le grandi testate ( New York Times, Washington Post, Wall Street Journal) sono controllate da famiglie (i Sulzberger, i Graham, i Bancroft) che hanno la maggioranza assoluta delle azioni con diritto di voto, pur possedendo una quota relativamente piccola del capitale. Negli ultimi anni, col deterioramento dei risultati economici, questo equilibrio, però, è entrato in crisi: i Bancroft stentano a resistere alle allettanti offerte di Murdoch, mentre il New York Times è sotto l’attacco di investitori, guidati da Morgan Stanley, che vorrebbero cambiare la governance della società. I Sulzberger non mollano, ma un mese fa azionisti che rappresentano il 42% del capitale hanno espresso un voto (simbolico) di sfiducia. E’ lecito sottrarre i giornali alle dinamiche del mercato? E il modello della fondazione può funzionare? Il dibattito americano non offre risposte certe, ma fornisce spunti interessanti. Eli Broad, miliardario californiano e apprendista filantropo, si era offerto di acquistare il Los Angeles Times, un giornale in crisi profonda, ed era andato in Florida a studiare l’esperimento del St Petersburg Times. Non è tornato entusiasta. La fondazione ha le sue rigidità: richiede una donazione di patrimonio totale e irreversibile, mentre ogni aumento di capitale necessario per lo sviluppo dell’impresa comporta grosse difficoltà. Alla fine il giornale californiano è andato, assieme al resto del gruppo Tribune, a Sam Zell, un ricco immobiliarista di Chicago che dice di avere due obiettivi: guadagnare e mantenere al tempo stesso i giornali (ha rilevato anche il Chicago Tribune) forti e autonomi. Può darsi che Zell si riveli un amministratore illuminato e lungimirante come sono stati i Graham o i Sulzberger. C’è già il precedente di Mortimer Zuckerman, un altro immobiliarista che da oltre un quarto di secolo è divenuto un editore (prima dell’Atlantic,ora di US News & World Report e del Daily News) più attento alla qualità del prodotto che a ottenere profitti-record. Insomma, la fondazione è un modello interessante, ma sembra utilizzabile soltanto in circostanze particolari. Negli Usa solo un giornale dell’Alabama e uno del New Hampshire hanno scelto una struttura simile a quella creata da Nelson Poynter. Ma ci sono molti altri casi di media basati su società non-profit: dalla National Public Radio al Christian Science Monitor, autorevole giornale fondato 99 anni fa e tuttora pubblicato da una chiesa di Boston, la First Scientist Church of Christ. Dall’altro lato, coi giornali in difficoltà e un’economia che favorisce la concentrazione della ricchezza, sono sempre più numerosi i nuovi miliardari che si propongono come proprietari «illuminati» della carta stampata. C’è da credere al loro mecenatismo? Per ogni Zuckerman rischia di esserci una Wendy McCaw, la miliardaria che ha comprato il Santa Barbara News-Press e l’ha sfasciato. Steve Rattner, gestore del fondo Quadrangle e consulente del New York Times – un personaggio eclettico, con un passato di giornalista (15 anni al Times) e banchiere (capo della Lazard negli Usa) – propone una sorta di «terza via»: far affluire finanziamenti di varia provenienza (filantropia, canoni, eventuali contributi pubblici) in un fondo per la stampa chiamato a sostenere le testate che non riescono più ad essere redditizie, ma che continuano a offrire un buon prodotto giornalistico. Senza la bussola del risultato economico non si rischiano forzature e abusi? Rattner si sente un uomo del mercato al cento per cento, ma aggiunge che davanti ai cambiamenti ci vuole realismo: «La metropolitana di New York era una società a scopo di lucro, ma, a un certo punto, ha smesso di produrre reddito. Non per questo è stata chiusa».