Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 26/5/2007, 26 maggio 2007
ROMA – L’esame positivo sui capelli di due bambine non è sufficiente a tenere in piedi le accuse contro le maestre di Rignano
ROMA – L’esame positivo sui capelli di due bambine non è sufficiente a tenere in piedi le accuse contro le maestre di Rignano. Perché quelle tracce di una sostanza chiamata benzodiazepine rilevate dagli esperti, ipotetico indizio di qualche stupefacente somministrato alle vittime dei giochi pedofili, sono l’unico elemento certo prodotto dal pubblico ministero. «In assenza di altri e più probanti riscontri», resta un «materiale indiziario pur sussistente» che però «appare insufficiente ed anche contraddittorio, e dunque non integra la soglia di gravità richiesta» per far tenere in carcere gli indagati. Così il Tribunale del riesame spiega perché il 10 maggio scorso ha rimesso in libertà le sei persone inquisite dalla Procura di Tivoli e arrestate un mese fa per i presunti abusi sessuali sui bambini dell’asilo «Olga Rovere» di Rignano Flaminio. Reati gravissimi e odiosi, «di inaudita violenza» secondo certi racconti attribuiti alle vittime, per i quali i giudici hanno ritenuto di dover effettuare un controllo particolarmente accurato. Anche perché i testimoni d’accusa sono bambini piccolissimi. «In presenza di dichiarazioni accusatorie formulate da bambini di tre-quattro anni – hanno scritto – il tribunale ha l’obbligo, al fine di escludere ogni possibilità di dubbio e di sospetto che esse siano conseguenti ad un processo di auto o di etero-suggestione, oppure di esaltazioni o di fantasia, di sottoporre le accuse medesime ad una attenta verifica». Ebbene, questa verifica che pure era già passata dal giudice che aveva ordinato gli arresti chiesti dal pubblico ministero, ha dato esito negativo: «In assenza di sicuri e certi elementi di riscontro, la prospettazione accusatoria in questa sede non può essere asseverata». La «sede» è quella che deve decidere sul carcere preventivo; l’inchiesta penale andrà avanti ed è probabile che, contro la decisione del Riesame, la Procura presenti un ricorso in Cassazione per ripristinare gli ordini d’arresto. Nel frattempo restano le quaranta pagine scritte da tre giudici che a tratti si trasformano in un vero e proprio atto d’accusa contro chi ha condotto le indagini. A cominciare dalla psicologa che ha interrogato i bambini dell’asilo senza video-filmare o registrare, i colloqui. Secondo il tribunale le giustificazioni addotte dalla dottoressa non sono condivisibili; i bambini non rischiavano ulteriori traumi, bastava occultare telecamere o registratori. Altro errore la consulente l’avrebbe commesso andando a visitare lei stessa i luoghi descritti dai piccoli testimoni, svolgendo un’attività di verifica che non le spettava e rischiando così di subire dei condizionamenti nel proprio giudizio. La conclusione, per il Riesame, è che la consulenza della specialista «non può costituire valido elemento che concorre alla formazione» degli indizi a sostegno dell’accusa. A girare dei video sono stati invece i genitori delle presunte vittime, quando hanno fatto ripetere ai bambini gli atti che sarebbero stati costretti a compiere su ordine delle maestre indagate. Filmati divenuti ulteriore elemento a carico delle persone arrestate. Ma secondo i nuovi giudici, a guardarli si riscontrano indizi di non genuinità di quanto raccolto. «Si nota una forte e tenace pressione dei genitori sui minori», sostiene il tribunale sposando le valutazioni già fatte da alcuni avvocati difensori. Ne deriva una possibilità di «induzione e suggerimento» che toglie credibilità all’accusa. Come il fatto che le denunce dei genitori siano avvenute «attraverso modalità se non sospette, sicuramente particolari», tipo riunioni e contatti preventivi tra loro. Tuttavia gli stessi magistrati che hanno deciso di scarcerare i sei indagati ammettono che qualcosa è successo ai piccoli allievi della «Olga Rovere». Che i bambini di Rignano hanno sofferto e soffrono «un disagio ricollegabile alla propria e specifica sfera sessuale». I cosiddetti «indicatori di abuso» ci sono, ma in questa indagine non s’è raggiunta la prova che responsabili di quegli abusi siano gli inquisiti. Anche perché vengono esposte argomentazioni logiche che contrastano con quanto sostenuto dal pubblico ministero e dal giudice che ordinò gli arresti. Se infatti le pratiche di pedofilia avvenivano durante gli orari di scuola (sebbene fuori dall’asilo: ed è molto strano, sottolinea il tribunale, che nessuno si sia mai accorto di questi continui e massicci trasferimenti), come mai quando i genitori andavano a riprendere i bambini non hanno mai avuto il sospetto delle «nefandezze» che avrebbero subito i loro figlioletti fino a pochi minuti prima? Domanda che per il Riesame non trova risposta plausibile, insieme a quella sui riscontri medici negativi nelle viste effettuate dai pediatri. Tra l’altro è ugualmente curioso, aggiungono i giudici, che nell’anno scolastico in cui si sarebbero verificati «fatti di inaudita violenza fisica e sessuale» come quelli svelati dalle piccole vittime, nessun genitore si sia mai insospettito e non abbia mai portato il proprio figlio dal medico, «né che i pediatri stessi si siano mai accorti di alcunché nelle normali visite di controllo». Uno dei punti sui quali l’accusa ha più battuto riguarda il riconoscimento di pupazzi e giocattoli poi effettivamente ritrovati in casa di una delle maestre finite sotto inchiesta. Ora il Tribunale del riesame fa notare che questi riconoscimenti non sono avvenuti sugli oggetti sequestrati in casa dell’insegnante, ma sulle loro fotografie mostrate al computer, che potrebbero dare un’impressione diversa su testimoni in così tenera età. Nessun cenno viene fatto al particolare che prima di riconoscerli i bambini avevano descritto i giochi, e i giudici concludono che questo elemento portato dall’accusa può solo definirsi «neutro». Altri indizi nella rilettura del tribunale diventano «suggestivi e non indizianti»; alcuni atti d’indagine come ad esempio l’interrogatorio di tutti gli impiegati della scuola materna, non sono stati svolti. E dalle perquisizioni effettuate a scuola e nelle abitazioni degli inquisiti alla ricerca di conferme alle accuse, così come di contatti tra gli indagati nei lunghi mesi in cui sono stati intercettati e controllati, non è mai emerso nulla a loro carico. Particolare che «se non svilisce l’ipotesi accusatoria, sicuramente la rende sempre più necessitante di sicuri e certi elementi di riscontro», che nelle carte dell’inchiesta il tribunale non ha trovato. Ecco perché la triste storia degli abusi sessuali sui bambini di Rignano Flaminio s’è trasformata in un’inchiesta che prosegue contro indagati di reati gravissimi rimessi in libertà.