Giuseppe De Rita. Corriere della Sera 26/5/2007, 26 maggio 2007
Quando declina il vigore della rappresentanza sociopolitica (nell’associazionismo professionale, nel sindacato, nei partiti, nello stesso Parlamento), allora è naturale temere e denunciare i pericoli di una concentrazione oligarchica del potere
Quando declina il vigore della rappresentanza sociopolitica (nell’associazionismo professionale, nel sindacato, nei partiti, nello stesso Parlamento), allora è naturale temere e denunciare i pericoli di una concentrazione oligarchica del potere. Avviene così da qualche tempo in Italia, prendendo magari spunto dal modo in cui sono stati non eletti ma «nominati» i parlamentari in carica oppure dal modo in cui si va svolgendo il risiko bancario. Ma anche, sul piano della generale opinione pubblica, dal modo in cui il fenomeno è registrato nelle strisciate televisive e giornalistiche in cui tanti esponenti della nomenklatura (politici, industriali, banchieri) si ritrovano e parlottano tutti insieme, dando la sensazione che davvero ci sia una casta di poteri sovraordinata a noi semplici cittadini. Una casta, un potere, un gruppo, sempre al singolare perché noi italiani siamo fermi a una concezione elitaria e ristretta dell’oligarchia; a una concentrazione cioè del potere in un unico giro di protagonisti. Sospettiamo cioè che siano 15-20 persone (con altre 50-60 in ruoli di prossimità) a gestire unitariamente le nostre vicende sia economiche che politiche. Da qualche tempo invece sembra possibile cogliere un processo di sdoppiamento. Siamo infatti un Paese di due oligarchie. Da una parte l’oligarchia più tradizionale, quella dei denari e degli affari privati, con i loro circuiti ed i loro protagonisti. E dall’altra parte l’oligarchia del denaro pubblico e delle relative decisioni sulla sua allocazione, si pensi a quanto sta avvenendo con il «tesoretto» dell’extra gettito, in pratica distribuito da 4-5 uomini di governo in concertazione (forse) con 3-4 correlati esponenti delle forze sociali. Per la prima di queste oligarchie abbiamo fiumi di parole relative a una «razza padrona», spesso demonizzata ma verosimilmente destinata ad essere sempre meno padrona, visto il carattere polimorfo dei flussi finanziari che muovono oggi l’economia. Mentre meno conosciuta è la torsione oligarchica della gestione del pubblico denaro, certo pesantemente presente nel panorama italiano, ma destinata anch’essa se non a durar poco, almeno a non avere buona stampa: non fa piacere a nessun contribuente essere superspremuto per consentire potestà distributiva a pochi e ristretti centri di «dataria». Si può prevedere allora che in futuro queste due oligarchie marceranno distinte, senza troppe istanze e tentazioni di unificazione. Ne è, per la cronaca, conferma il fatto che le recenti concentrazioni bancarie sono passate per le stanze della politica essenzialmente «per informazione», magari deferente ma successiva alle decisioni reali e con la espressa conferma delle distinzioni di potere. Ma ne è conferma più strutturale il fatto che subito sono scattati dei conflitti infraoligarchici, cioè interni ai due mondi in progressivo allontanamento; basta pensare alle polemiche sulla distribuzione dell’extragettito fra le diverse componenti della maggioranza; e basta pensare all’innesco in poche ore di vari posizionamenti competitivi fra i vari gruppi del potere finanziario. Le due oligarchie si avviano quindi a vivere distinte, forse in tacita estraneità. Questo, sul piano umano e politico, creerà qualche problema a chi voglia aspirare a connetterle e governarle insieme. Ma il messaggio più serio (non umano e non politico) è la certificazione del declino di quell’economia mista che fu creata negli anni 30 con il salvataggio dei colossi bancari di allora e che ha fatto la storia italiana nella seconda metà del Novecento. Speriamo che la vitalità dei nuovi colossi porti ancora avanti quel declino; e che non ci siano mai le condizioni perché la storia abbia a ripetersi.