Giampiero Mughini, Libero 19/5/2007, pagina 1., 19 maggio 2007
Mughini e le tasse. Libero, sabato 19 maggio Lui sì che era un’artista, uno troppo "puro di cuore" per occuparsi di tali miserie
Mughini e le tasse. Libero, sabato 19 maggio Lui sì che era un’artista, uno troppo "puro di cuore" per occuparsi di tali miserie. E perciò se lo poteva permettere di lasciare alla moglie l’onere di preparare e presentare la dichiarazione dei redditi, l’onere supremo di ogni cittadino dell’Occidente. Sto parlando di uno scrittore che amo enormemente, il canadese Mordecai Richler, di cui ho appena letto allo spasimo - allo spasimo del godimento intelligente, del divertimento, dell’identificazione - quest’ultimo suo libro edito dalla Adelphi, "Un mondo di cospiratori". una costellazione di scritti da lui pubblicati sulle riviste americane che gli davano da vivere, e alla domanda su quali fossero gli argomenti che lui preferiva, Richler rispondeva che erano quelli per cui lo pagavano meglio. Un divertimento lungo 200 paginette, lui che descrive quanti bicchieri di whisky tracannava ogni pomeriggio, e gli amici della sua giovinezza che erano stati sopraffatti dalle illusioni e dal bere, e quell’hostess di aereo che gli confidò di avere scoperto in bagno un viaggiatore che si stava masturbando innanzi al paginone centrale di Playboy, e le miserie delle contese di scrittori e intellettuali che si azzannano per una recensione favorevole in più, e l’imbecillità dei giornalisti che lo intervistavano. 200 paginette di uno dei più grandi scrittori del nostro tempo sino a quella conclusione angosciata, che lui di fare la dichiarazione dei redditi non ce la faceva proprio. Proprio no. Lo capisco, e lo capite perfettamente voi che quella dichiarazione la state compilando in questi giorni. Con moltissimi di voi, siamo fratelli di pene quanto al far di conto fiscale. Beninteso, non che io non voglia dare il mio contributo "solidale" alla società italiana attuale, dov’è sacrosanto che quelli che ce l’hanno fatta nella corsa al reddito diano una mano a quelli che sono rimasti indietro. Fatto è che quel giorno della settimana scorsa in cui sono andato dal mio commercialista a compilare la dichiarazione dei redditi del 2006, avevo un carico di carte e cartuzze da piegarmi braccia e ginocchia. Fatture di vendite e di acquisti, ricevute, certificazioni fiscali che se non te le mandano è come se volessi evadere le tasse, e il calcolo dell’Ici, e le rendite catastali, e la vecchia Irpef che adesso si chiama in un altro modo, e l’Irap, e le due addizionali regionale e comunale, e le spese mediche che puoi detrarre in proporzione infinitesimale. A parte il gran lavoro di conti giornalieri che faccio qui a casa mia, con il mio commercialista ci passo almeno quindici-venti pomeriggi all’anno. Non che sia gay (non ci sarebbe nulla di male), è che le scadenze fiscali premono una dopo l’altra. E vorrei ben vedere, dato che figuro come uno dei primi cinquemila contribuenti d’Italia. (E qui, scusatemi, non posso fare a meno di prorompere in una risata grande così. Una risata di disperazione.) Sì, avete letto bene. Io che non posseggo altro che la casa in cui abito e lo studio in cui sto scrivendo questo articolo, io che non ho una macchina né un motorino né null’altro di mobile, io che non ho una lira in obbligazioni o Bot o azioni o rendite o altro che produca delle palanche senza che io lavori, io che in uno dei miei conti correnti bancari sono in questo momento in rosso di 1000 euro e nell’altro in attivo di 300, ebbene io figuro agli occhi del fisco come uno dei cinquemila italiani più ricchi. Uno più uno meno, non siamo più di cinquemila a dichiarare al fisco un reddito imponibile di oltre 300mila euro annui (su cui le tasse sono di circa 130 mila euro). Cinquemila. E questo mentre sono circa un milione gli italiani che hanno in banca una liquidità superiore ai 500mila euro, 200mila circa quelli che ormeggiano in Sardegna o all’Argentario barche grandi così, milioni e milioni quelli che fanno le vacanze "bianche" e di qualsiasi altro colore, e se ci provi a prenotare il sabato sera un ristorante da 100 euro a cranio puoi stare bello che fresco. (La mia vera gran proprietà è il mio studio che è grande, perché i libri da soli occupano sei stanze. Quando lo acquistai chiesi al mio commercialista se potessi dedurre qualcosa della spesa d’acquisto, perché senza quello studio io il mio reddito non lo potrei produrre. Mi disse che non potevo dedurre nemmeno un centesimo. E a meno che non avessi costituito una società più o meno fasulla che figurava come proprietaria dell’appartamento e dalla quale io lo avrei preso in fitto, deducendo così alcune decine di migliaia di euro all’anno. quel che fanno in tanti, professionisti e gente dello spettacolo. Chiesi al commercialista che diavolo fosse nella sostanza costituire una tale società. Mi disse che non era altro che un’ "elusione" fiscale. Dissi di no. Volevo continuare ad avere la coscienza libera per potere scrivere articoli come quello che sto scrivendo.) E dunque dal punto di vista fiscale sono un vip. (Nuova risata.) Ne sono orgoglioso, di dare un contributo talmente sostanziale al mio Paese. Solo, e questo è il punto dell’articolo che sto scrivendo, che dal ministro delle Finanze io voglio la tessera di vip del fisco. Una tessera come quella che hanno quelli che viaggiano spesso in aereo o in Eurostar. Non è che abbiano chissà quali privilegi, semplicemente dispongono di una sala dove sedersi quando aspettano la partenza del treno o il decollo dell’aereo. E non fanno la coda alle biglietterie. Sono vip. quel che chiedo in quanto vip fiscale. Di non fare code. Di essere trattato con un minimo di rispetto. Di non subire vaccate eccessive, come purtroppo in fatto di burocrazia fiscale ne succedono un giorno sì e l’altro pure. Me la merito quella tessera vip. E vado a spiegarmi. Succede ad esempio che all’ufficio Ici di Catania, la città in cui sono nato, riesca quello che riusciva soltanto a Gesù, al figlio di Dio. La moltiplicazione dei pani e dei pesci. Due o tre mesi fa mi hanno mandato difatti un’ingiunzione in cui si lamentavano che io non pagassi l’Ici su uno dei due appartamenti che avevo posseduto a Catania. Due appartamenti. Magari. E invece mio padre, morto nel 1973, me ne aveva lasciato solo uno. Due stanze e mezzo che per vent’anni avevo affittato, un affitto di cui avevo dichiarato ogni lira al fisco. Un appartamento, non due. Lo avevo venduto tre anni fa al prezzo cui a Milano si compra un garage nemmeno tanto grande. Sino all’ultimo giorno della mia proprietà avevo pagato l’Ici sino all’ultimo centesimo. L’altro appartamento semplicente non esisteva. Mai esistito. Il mio commercialista ha chiamato l’Ufficio Ici di Catania per reclamare. Non rispondeva nessuno. M’ha fatto cercare tutte le cartuzze possibili e immaginabili dall’avvocato catanese che aveva portato a termine la vendita, e ha fatto ricorso. Una raccomandata con ricevuta di ritorno. "Il mio cliente quell’altro appartamento non ce l’ha, da dove diavolo l’avete tirato fuori?". Denaro, tempo, stress. Chissà come andrà a finire. Avessi avuto una tessera da vip fiscale e un numero verde cui rivolgermi, rapido rapido avrei fatto una telefonata e a quello dall’altra parte della cornetta glielo avrei detto che non esiste alcuna prova o indizio possibile che di appartamenti a Catania io ne abbia posseduti due. Solo uno, e ricordo come fosse oggi il giorno in cui andai nello studio di papà a firmare (l’appartamento era a me intestato) e mi accompagnava la bionda dei miei vent’anni, svestita di un’avvincente minigonna. Innanzi a una tale fandonia e a una tale porcata, quello di inventarsi dal nulla un appartamento che non è mai esistito (e inventarselo per sciatteria e prepotenza burocratica), perché mai non dovrei avere il rispetto che meritano quelli che hanno una carta vip da treni o da aerei? Certo che ognuno di noi deve pagare al fisco quello che gli deve. Ma all’angheria fiscale, alla sguaiataggine burocratica, devono esserci dei limiti. Limiti che valgono per tutti, ovvia- mente, e qui finisco lo scherzo della tessera da vip. Tutti i contribuenti quando fanno il loro dovere sono dei vip, tutti meritano il rispetto che si deve ai titolari di tessere speciali per treni e aerei. E faccio un altro esempio. Da alcuni anni il fisco spreme il contribuente onesto chiedendogli degli "acconti" sui suoi guadagni futuri. Se poi ha pagato in più "compensa" con i successivi versamenti fiscali. Bene. Ci si può stare, specie se si pensa che fino a non molto tempo fa il fisco ci metteva dei lustri a rimborsare i contribuenti che avevano pagato in più. Una volta mi è successo di avere dimenticato un pagamento fiscale. Ho riparato al mio peccatuccio (era un pagamento da 300 euro ritardato per sbaglio di 4 o 5 mesi) e ovviamente ho pagato tanto una sanzione quanto gli interessi. Sacrosanto. Epperò è successo qualche mese fa che il fisco si ritrovasse in tasca 25mila euro di acconti che non dovevo affatto. Se li è tenuti un anno buono. Dopo di che ho "compensato" quel credito su altri pagamenti fiscali. Interessi a mio favore per quei 25mila euro che sono usciti dalle mie tasche e che per un anno sono rimasti nelle tasche dello Stato? Zero centesimi. Un po’ pochi. L’ultimo esempio. Quattro o cinque anni fa mi arriva una cartella fiscale dove mi si dice che ero colpevole di avere fatto al lunedì un pagamento che che avrebbe dovuto essere fatto il venerdì precedente. Era un pagamento Iva da un milione e mezzo di lire. Per quel ritardo di un giorno -di cui non riesco a ricordare il perché- mi appioppavano una sanzione e degli interessi da 700mila lire. Roba che gli usurai al confronto sono degli angeli. E comunque pagai. Ricorso del mio commercialista. Dopo quattro anni riconobbero che avevo ragione e mi restituirono le 700mila lire. Interessi a mio favore? Zero centesimi. Un po’ pochi. Avessi avuto quella tessera e il famoso numero verde, subito avrei telefonato a dire: "Ma non sapete chi sono io? Sono un vip del fisco, come potete pensare che per avere ritardato di un giorno il pagamento volevo truffarvi?". Scherzo naturalmente. Purtroppo meno bene di quanto lo sapesse fare il grande Mordecai Richler. Giampiero Mughini