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 2007  maggio 22 Martedì calendario

Nel Transatlantico di Montecitorio un amico di Giorgio Napolitano dai tempi del Pci e ancora adesso ascoltato consigliere del Capo dello Stato, Gianni Cervetti, ragiona sulla distanza che separa il Paese dal Palazzo

Nel Transatlantico di Montecitorio un amico di Giorgio Napolitano dai tempi del Pci e ancora adesso ascoltato consigliere del Capo dello Stato, Gianni Cervetti, ragiona sulla distanza che separa il Paese dal Palazzo. «Il problema - osserva - non è di costume, ma è politico. Queste coalizioni non garantiscono la governabilità. Questo bipolarismo non regge. Come pure questi partiti. C’è una crisi di rappresentanza. Pensate: una volta il 98% degli iscritti al sindacato erano anche iscritti ai partiti, ora non superano il 25%...». Già, crisi di sistema o, per dirla con le parole di Massimo D’Alema, un’«emergenza». In un paese come il nostro, che per bocca di tutti è sull’orlo di un vero e proprio cataclisma, può succedere la qualunque: c’è una politica che versa in uno stato di estrema impotenza sul piano della governabilità, ma partecipa attivamente all’elaborazione delle nuove geografie di potere. Sembra una contraddizione ma in realtà è solo un paradosso: giovedì scorso su «il Giornale» viene pubblicata l’intercettazione di una telefonata del 2005 in cui l’attuale ministro degli Esteri invita il patron dell’Unipol, Giovanni Consorte, a comprare la quota Bnl dell’imprenditore-deputato Udc Vito Bonsignore proprio mentre infuriava la fase più spietata del risiko bancario; due giorni dopo va a compimento l’ultimo tassello della grande battaglia che ha ridisegnato il potere finanziario in Italia con la fusione tra Unicredit-Capitalia di cui l’inquilino della Farnesina è stato un grande sponsor politico; e lo stesso giorno D’Alema parla della «nuova emergenza», della crisi del rapporto tra paese e politica. Ma forse è proprio questa la fotografia della crisi italiana, dove cause, effetti, denunce e terapie si confondono. Tutti i protagonisti sono ”uni” e ”bini”. Da una parte c’è una politica che sul piano del governo è immobile. I cinque punti usciti dal vertice dell’altro ieri di palazzo Chigi facevano parte dei dieci con cui si è chiusa la crisi di qualche mese fa. Sono gli stessi anche nella loro genericità. Dall’altra le grandi partite di potere si consumano e, forse, anticipano nuovi equilibri. Ovviamente il rapporto non è diretto. E’ il mercato, com’è giusto, che decide le grandi fusioni: «Sono i politici - rimarca Bruno Tabacci - che pavoneggiano un potere che non hanno». Ma è difficile non vedere quel sottile legame che unisce le fasi politiche alle grandi partite di potere. La fusione tra Intesa e Sanpaolo, il cosiddetto «polo prodiano» nel sistema bancario italiano, è avvenuta a pochi mesi dalle ultime elezioni, quando il Professore toccò il suo apogeo: e fu accolta freddamente da D’Alema e da Berlusconi. La fusione tra Unicredit e Capitalia è maturata invece ora, quando l’influenza di Prodi è al suo minimo storico e, non per nulla, l’operazione è considerata un tentativo di ”riequilibrare” l’altro polo. Di più: non si è tirata dietro le polemiche che si tirò dietro l’altra. Sui ”media” D’Alema - amico sia del presidente di Unicredit, Profumo, sia del patron di Capitalia, Cesare Geronzi, da sempre considerato il banchiere del Palazzo - ci ha quasi messo la sua targa sopra e Berlusconi, che dando retta al suo gran visir Gianni Letta ha difeso Geronzi anche nei momenti peggiori, non ha fiatato in pubblico ma l’ha benedetta in privato. E l’operazione è andata in porto qualche settimana dopo che Roberto Colannino, fan di D’Alema, e Mediaset, cioè la società di Berlusconi, non sono riusciti ad entrare nell’affare Telecom per il «no», inutile dirlo, di Prodi. Questo non significa che la fusione Unicredit-Capitalia prefiguri un nuovo equilibrio politico, le «grandi intese», o altro. Ma di fatto concorre a creare un «humus» favorevole. O almeno molti la pensano così. «L’attuale quadro politico - ammette a mezza bocca uno dei fedeli del ministro degli Esteri - è logorato, va rilanciato o...». Mentre uno degli strateghi del Cavaliere, Fabrizio Cicchitto, fa questa analisi della situazione: «Se c’è stata un’inluenza politica sulla fusione Unicredit-Capitalia è stata di stampo dalemiano. Berlusconi al massimo ha dato il suo beneplacito. Certo riequilibra il potere di Prodi nel mondo finanziario e segnala un forte movimentismo sotto traccia di D’Alema. Dove può portare non si sa: lui pensa solo ai suoi interessi. Se alle amministrative l’Unione perde ci potrebbe essere un cataclisma politico e nuovi equilibri politici dietro l’angolo. Se resta tutto così com’è, Prodi si stabilizza e D’Alema investirà tutto sul partito democratico. Veltroni dovrà vedersela con lui». Insomma, lo schema è chiaro e nel caso ci fosse il «terremoto», la «nuova emergenza», il distacco tra Paese e Politica, quella crisi di cui parla D’Alema e che Cervetti collega a quella del bipolarismo, potrebbe essere il terreno su cui trovare un accordo più largo. «Quando parla di queste cose - osserva l’ex-dalemiano Giuseppe Caldarola - D’Alema pensa al governo con Berlusconi. La realtà è che siamo alla vigilia del big bang. Tanto più che il 12 giugno arriveranno nuove intercettazioni alla Camera e non sarà stata ancora approvata la legge che ne impedisce l’uso: e ognuno pensa a difendersi». Se Caldarola parla ormai da eretico, le analisi che si fanno nei quartieri generali di Veltroni e di Prodi non sono poi così diverse: al sindaco di Roma non sono sfuggite le tentazioni del ministro degli Esteri a favore del sistema elettorale tedesco, il più adatto ad un governo di larghe intese. Mentre Prodi liquida il tutto con una punta di sarcasmo: «L’altra volta, nel ”96, dopo un anno di governo, D’Alema fece un’intervista per dire: ”Caro Romano così non va...”. E’ passato un anno e ora ha detto: ”Cara politica così non va...”. Meno male che questa volta se l’è presa con qualcun altro...». Sarà, ma intanto la situazione sta precipitando. Ieri in Transatlantico Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, commentava così il vertice a Palazzo Chigi riservato ai soli rappresentanti del Partito Democratico: «Mi sento già all’opposizione. Non possono pensare di decidere tutto loro. Se ne assumeranno la responsabilità».«Il mandato che ho appena incominciato sarà certamente l’ultimo. Nel 2010, avrò passato 12 anni alla guida del gruppo, di cui sono amministratore da 34 anni. Sarà allora il momento di farmi da parte. è peraltro previsto che, durante il terzo anno del mio mandato, organizzi la mia successione». Lo ha detto presidente delle Generali, Antoine Bernheim, classe 1924, in un’intervista al quotidiano francese Les Echos, dove traccia il profilo del suo successore: «Dovrà conoscere l’assicurazione, la finanza e godere di una forte notorietà a livello nazionale e internazionale. Per espandersi all’estero, bisogna essere un interlocutore riconosciuto. Dovrà godere del consenso di tutti all’interno della compagnia, perchè in Generali, come ovunque, l’autorità è fondata sul consenso. Infine, dovrà in ogni occasione rispettare le regole etiche». Un identikit che secondo alcuni potrebbe corrispondere a quello di Claude Tendil, (il presidente di Generali France molto stimato dallo stesso Bernheim. Sul fronte delle prospettive strategiche del gruppo assicurativo triestino, Bernheim assicura di non vedere rischi di raid su Generali, «ma bisogna essere vigili», aggiunge, precisando che Axa «a un certo punto aveva studiato da vicino la possibilità di un avvicinamento a Generali. Ma credo che non abbiano potuto considerare un’operazione se non amichevole, pur sapendo molto bene che, per quanto mi riguarda, sarebbe impossibile considerarla».