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 2007  maggio 22 Martedì calendario

Dicono (ma non è confermato) che Matteo Arpe, ad di Capitalia, sia uscito dal suo ruolo portandosi a casa cinquanta milioni di euro

Dicono (ma non è confermato) che Matteo Arpe, ad di Capitalia, sia uscito dal suo ruolo portandosi a casa cinquanta milioni di euro.  un uomo giovane e in gamba - e per il suo futuro merita ogni augurio. Nessuno può tuttavia non aver notato, domenica sera, che mentre Arpe portava via il suo tesoretto, pochi metri più in là - letteralmente duecento metri - nella stessa Roma, a Palazzo Chigi, il vertice del governo discuteva della destinazione di un altro tesoretto, per capire se riusciva a dare o meno ai dipendenti statali 101 euro di aumento mensile, invece dei 95 che era riuscito a racimolare. Aggiungerò, per evitare ogni ombra di populismo, che gli statali sono ampiamente privilegiati perché le loro retribuzioni sono quelle salite di più negli ultimi quattro anni (il 12 per cento) e sono sotto accusa per non essere esattamente un modello di produttività, come dice Pietro Ichino. Ma anche così, con tutte le cautele, il contrasto fra due cifre che rimbalzano da due dei più antichi palazzi romani, non poteva meglio raccontare la schizofrenia del paese. Per misurare le distanze sociali, dicevano una volta i sindacalisti della Fiat che «il distacco fra un salario operaio e quello di Valletta è di uno a dieci». Dovessimo ancora fare di questi calcoli, la divaricazione sociale non potrebbe oggi essere definita nemmeno più con lo stesso metro di misura. In Italia ci sono vertenze contrattuali che riguardano 9 milioni e mezzo di lavoratori, alcune aperte da vari anni. I loro salari sono, secondo dati Eurispes, i più bassi d’Europa. il mercato, certo. Sono le compatibilità, le distorsioni, le rigidità, la mancanza di innovazione. Ma comunque si ragioni la distanza rimane incomparabile, inquietante. E se provassimo allora a definirne i contorni anche con altri termini, se provassimo a definirla, alla fine, una questione morale? Fine del piccolo apologo (ma ci torniamo tra poco) e inizio della discussione sulla crisi della politica. Non fosse stato Massimo D’Alema, non ci avremmo mai creduto. Ci voleva la testimonianza del più professionista dei politici per credere che la professione della politica è in fin di vita. Ci voleva il bel libro La Casta di Stella e Rizzo (ed. Rizzoli), e il suo successo per misurare la febbre del Paese. Ma lasciateci dubitare, proprio ora che, come si suol dire, la discussione inizia, che si stia indirizzando nella migliore delle direzioni. Cosa si rimprovera infatti alla politica? I suoi beni materiali. Salari, macchine blu, previdenze tipo Dico che invece ai cittadini non sono permesse, sovrabbondanza di incarichi, costi spaventosi, e infine la trasformazione in un mestiere a tempo pieno di un mandato che dovrebbe essere elettivo. Così, in risposta all’indignazione popolare si parla di ridurre i costi, di ridare trasparenza all’amministrazione della cosa pubblica, e di allargare le maglie del ricambio della classe dirigente. Ma per quanto importante, denaro e privilegi sono pur sempre solo aspetti materiali - pesanti e costosi certo - ma comunque attributi esterni del potere. Parlare dunque di soldi e auto blu è fondamentale, ma limitarsi a questo rischia di non intaccare la struttura della politica. Di cosa è dunque colpevole la politica per non meritare i suoi riconoscimenti? Mi sembra che questa domanda sia più appropriata. Le risposte sono molte. Ne azzardiamo solo una, ed ha a che fare con la storia dei 50 milioni e dei 101 euro di cui parlavamo sopra. Nelle società avanzate, di cui anche noi siamo parte, il divario prodotto dalla trasformazione finanziaria dell’economia, creando ricchezze sempre più ampie da una parte e comprimendo invece la classe media ha cambiato anche le dinamiche della politica. La grande distanza sociale ha reso infatti molto più incerto il campo dei doveri e dei diritti comuni. Con quale certezza può infatti la politica chiedere compatibilità di mercato in una società in cui il mercato viene continuamente attraversato, modificato, piegato dal troppo ricco o dal troppo forte? In difesa di quale idea positiva può la politica imporre sacrifici per il bene comune, se di comune tra un estremo e un altro della società c’è ben poco? Naturalmente, quando ci si fanno queste domande, spesso si ottiene in risposta (a destra come a sinistra) che si tratta di idee socialisteggianti. In realtà, come si è visto anche in America dopo il caso Enron, il conflitto non è tra ricchi e poveri, e nemmeno tra imprenditori e produttori; ma dentro il mercato, con un nuovo ceto di mandarini creato non dalla produzione di ricchezza, ma dal suo manovrarla. Le società attuali, inclusa quella italiana, proprio perché articolate, colte, e con una fortissima componente di classe media, pongono insomma domande sul senso delle differenze al loro interno. Dietro la nuova ricchezza delle nostre società si annida una crisi della cittadinanza comune. Chi paga, quanto paga, chi si sacrifica, e in che proporzioni e a che fine? Non sono discorsi astratti. In Italia, i grandi scontri per il passaggi di mano di varie aziende, il caso Telecom, il ruolo delle banche, la stessa lotta per il controllo della aziende pubbliche, fa passare da mesi sotto gli occhi degli italiani immense cifre, la cui relazione con la realtà è quasi senza riscontro. Mentre dall’altra parte a salari minimi si chiede compatibilità in nome del bene comune. Come stanno insieme queste due dimensioni? qui che si forma poi la resistenza alle riforme: nel semplice interrogativo «ma perché poi a me tocca anche andare in pensione più tardi?». C’è un generale senso di ingiustizia. Il punto debole del centro sinistra nei confronti del Paese è quello di non essere ancora riuscito a rispondergli dando all’opinione pubblica la sensazione che il governo sta costruendo un luogo in cui diritti e doveri valgono per tutti. Anzi, spesso, i politici appaiono simili a chi ha più diritti che non a chi ha più doveri. Mandarini fra mandarini. Tuttavia, la crisi della politica e dei suoi rappresentanti va maneggiata con attenzione: sta assorbendo infatti un’inquietudine collettiva che non è indirizzata solo alla politica. Questa casta è un bersaglio. Dopo, potrebbe toccare a tutte le altre caste cresciute in questi anni. Stampa Articolo