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 2007  maggio 24 Giovedì calendario

VARI ARTICOLI SUL RAPPORTO ISTAT 2007 RELATIVO ALLA POPOLAZIONE ITALIANA (DATI 2006 SUL 2005) 2008


Lorenzo Salvia, Corriere della Sera 24/5/2007. ROMA – Più poveri, più vecchi. I più anziani di un continente che già di suo si chiama vecchio, superati al mondo solo dal Giappone. E aiutati da una ripresa economica che non basta, perché il ritardo dal resto d’Europa aumenta così come le differenze tra Nord e Sud. Non c’è da stare molto allegri a leggere le 500 pagine del rapporto Istat. Dati che fanno discutere gli studiosi e che diventano nuova occasione di scontro politico, quasi il secondo tempo delle polemiche sull’allarme povertà lanciato solo tre giorni fa dalla Cei. A giudizio di Romano Prodi la ricerca evidenzia le «tre grandi anomalie italiane: la situazione del Mezzogiorno, l’invecchiamento della popolazione e la scarsa occupazione, soprattutto femminile e giovanile». L’opposizione parla di «conferma dell’impoverimento della società» (Gianni Alemanno, An) e di numeri che «certificano i danni provocati del governo» (Isabella Bertolini, Fi),


POVERTA’ ”
In termini puramente numerici la situazione è stabile. A vivere sotto la soglia di povertà (936 euro al mese per una famiglia di due persone) sono 2 milioni e 585 mila famiglie, l’11,1% del totale.
Ma sono altri gli indicatori che preoccupano. Una famiglia su sei (il 14,7%) arriva con molta difficoltà alla fine del mese. Una su tre (il 28,9%) non può far fronte ad una spesa imprevista di 600 euro.
Una su otto ha problemi con le spese mediche. Al Sud il 7,4% in alcune occasioni non ha avuto i soldi necessari per comprare da mangiare: sembra una storia dei nostri nonni. l’Italia di oggi, invece.


CHI SONO I POVERI ”
Le famiglie più in difficoltà sono quelle numerose e che hanno anziani in casa. Quando si è almeno in cinque, una volta su quattro (il 26,2%) si vive sotto la soglia di povertà. Al Sud la probabilità di scendere sotto sale al 40%. C’è però un dato in controtendenza e in un panorama così grigio vale la pena di sottolinearlo: per le famiglie che hanno in casa almeno un over 65 l’incidenza di povertà, sempre alta, è però scesa dal 15,5% del 1997 al 13,6% del 2005.


SUD/NORD ”

Qualunque sia il punto di vista
’ occupazione, produttività, reddito – le «situazioni migliori del Sud tendono ad essere sempre un po’ inferiori a quelle peggiori del Nord». Gli estremi non si toccano e l’aggancio è ormai un miraggio. Qualche esempio: il più alto reddito medio è quello delle famiglie lombarde (32 mila euro) il più basso di quelle siciliane (21 mila). Sui 2,5 milioni di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà 7 su 10 vivono nelle regioni meridionali. La disoccupazione è all’11% nel Nordest, al 34,3% nel Sud.


LA RIPRESA CHE NON BASTA ”
L’economia italiana è tornata a crescere nel 2006, l’1,9% contro il 2,7% della zona euro. «In un anno tutta la crescita che Berlusconi ci ha dato in cinque anni» rivendica Massimo D’Alema. Ma questa tendenza ha mostrato elementi di discontinuità, anche perché i mutamenti del sistema produttivo sono pigri: le imprese migliorano quello che già sanno fare invece che spostarsi verso settori più remunerativi. «La tenuta della ripresa – ha detto il presidente dell’Istat Luigi Biggeri – si gioca sulla possibilità che il reddito disponibile delle famiglie torni a crescere». Cosa che per il momento non è avvenuta visto che gli italiani hanno sì speso qualcosa in più ma solo perché hanno ridotto la loro propensione al risparmio. Le pensioni pesano sempre di più sui nostri conti: si portano via 215 miliardi di euro, il 15,2% del Pil. Una somma che cresce perché è aumentato sia il numero dei beneficiari (+ 0,5%) sia l’importo medio (+2,8%) anche se ci sono sempre 4 milioni di anziani che campano con meno di 500 euro al mese.


IMMIGRATI ”
Gli stranieri sono tre milioni, il 5% della popolazione che sostiene il nostro debole desiderio di fare figli garantendo il 10% delle nascite. Aumentano i matrimoni misti: 33 mila nel 2005, il 13,5% del totale, quasi il triplo di dieci anni prima. la strada maestra, di fatto l’unica, per ottenere la cittadinanza italiana. Ma spesso finisce male: le separazioni sono in crescita per tutti, + 14,3% rispetto al 2000. Ma per le coppie miste siamo davanti ad un vero e proprio boom: + 85%.


14,7
 la percentuale di famiglie che faticano ad arrivare a fine mese. Sono invece l’11,1 per cento del totale le famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà (936 euro al mese per due persone)

***

Marcio Imarisio, Corriere della Sera 24/5/2007. MILANO – «Mi sembra una fotografia nitida e onesta della nostra situazione». Paolo Prodi, professore di Storia moderna, risponde sul nuovo rapporto Istat dal suo ufficio ad Erfurt, in Germania. Il 9 maggio la Fondazione Alexander von Humboldt gli ha assegnato il premio per la ricerca, il massimo riconoscimento riservato annualmente in Germania a studiosi stranieri.
Meno di due settimane, e il fratello del presidente del Consiglio è già al Max Weber Kolleg dell’Università di Erfurt, dove porterà a termine una ricerca sulla nascita del mercato in Occidente fra Medioevo ed Età moderna. Con garbata autoironia, aggira la domanda sulla fuga dei cervelli all’estero. «Tra un anno e mezzo sono già di ritorno. E poi, il mio cervello è ormai stagionato, non è una gran perdita...».
Professore, che ne pensa del consueto fermo immagine dell’Istat sull’Italia?
«Mi sembra che delinei un Paese scisso. Da un lato, l’economia che sta ripartendo. Dall’altro, c’è in atto una stagnazione sociale e culturale molto preoccupante».
Lei non sembra sorpreso, e neppure ottimista.
«La società e l’economia sono ingessate, e non da ieri. Messi in fila, i dati Istat su famiglie monoreddito e divario Nord-Sud sono allarmanti. Non credo che questi problemi possano essere risolti con la bacchetta magica, da riforme di tipo liberista. La crisi è troppo strutturale per essere affrontata con provvedimenti di breve periodo».
L’eterna e sempre irrisolta questione del Sud non le sembra un ulteriore segnale di questa paralisi?
«Lo è, eccome. Qualche anno fa, sembrava che alcune zone a macchia di leopardo fossero pronte al decollo. Si respirava un’aria di cambiamento. Il processo ora sembra completamente bloccato. Come dicevamo prima? Ingessato».
Sud a parte, cosa la colpisce di più?
«Il fatto che la causa primaria dell’appiattimento della società italiana sia da ricercare nella diffusa mancanza di fiducia nel futuro. Sembra di vivere in un Paese dove l’ottimismo e la speranza sono di casa soltanto tra gli immigrati, mentre noi ci siamo completamente seduti».


Una società sempre più vecchia e stanca?

«A me colpisce questa dominanza di anziani nelle famiglie italiane, dove i sessantenni sono ancora impegnati nell’assistenza ai genitori».


Che devono fare, lasciarli per strada?

«Non intendevo dire questo, chiaro. L’assistenza è un dovere, e ci mancherebbe. Ma l’insistere su queste tematiche è a suo modo sintomo di una attenzione obbligata al passato e non alle generazioni future».


Dice l’Istat che l’occupazione cresce, ma non troppo.

«Basta guardarsi intorno, parlare con i giovani. difficile trovare una aspettativa di mobilità sociale, il sogno del passo in avanti. Manca quella speranza che era stata motore della mia generazione, ed è un


A cosa è dovuta questa disillusione?

«Lo dico a costo di sembrare grossolano e superficiale: manca qualunque forma di fiducia nella politica. Non è l’unica causa, ma ha un suo peso».


In questi giorni il tema è piuttosto d’attualità.

«Io non mi riferisco solo ai costi e ai privilegi, che pure contribuiscono ad alimentare la rassegnazione. Il nodo è quello della paralisi politica, il non funzionamento del sistema».


E questo incide sulla società?

«Solo un ingenuo può pensare il contrario. La politica è nell’aria che respiriamo. Prenda il tema della riforma elettorale, e le ultime elezioni, dove i candidati vengono nominati dalle segreterie di partito e non dai cittadini».


Quali sono le conseguenze sociali?

«Generano una ulteriore sfiducia nella politica, che finisce inevitabilmente per diventare sfiducia nell’identità nazionale. Sono un invito all’ognuno per sé, a un individualismo sterile e senza prospettive. Nell’assenza di speranza dei giovani, vedo anche questo tipo di disillusione».
L’Istat dice che nonostante la ripresa fatichiamo ad agganciare il resto dell’Europa. Concorda?
«Quale Europa? La crisi dell’unità europea è uno dei fattori importanti di quella italiana. Noi, che siamo e ci sentiamo alla periferia, risentiamo più degli altri di questa perdita di velocità del progetto europeo. Poteva farci da traino, la sua debacle rischia di consegnarci a una deriva mediterranea».


Se lei dovesse indicare una cosa da fare, una sola, quale sarebbe?

«Non so come, non è mio compito trovare soluzioni pratiche. Ma il problema mi sembra quello di eliminare la sensazione strisciante di ingiustizia che si respira nella società italiana, e restituire una prospettiva di mobilità sociale, ad esempio riducendo il gap tra rendite finanziarie e rendite da lavoro».

***

MILANO – Lo scorso anno ogni bambino è venuto al mondo con la speranza di vivere cinque mesi in più rispetto a un piccolo nato nel 2005. Addirittura sei mesi, se il neonato in questione è femmina.
Certifica l’Istat: l’Italia è il Paese europeo dove si vive più a lungo (eccezion fatta per gli uomini in Svezia). Nel Belpaese l’aspettativa di sopravvivenza alla nascita è tra le più alte al mondo: 78,3 anni per gli uomini e 84 per le donne.
Una premessa è d’obbligo, secondo il demografo Gian Carlo Blangiardo: «Cinque o sei mesi di aspettativa di vita in più in un solo anno sono tanti. Dietro valori di questo tipo bisogna sempre tener conto degli effetti congiunturali. Per intenderci: un’estate torrida o un inverno rigido che ha causato morti eccezionali uno o due anni prima». Ma il dato Istat conferma una tendenza inarrestabile: «Di giorno in giorno la vita si allunga: dal 1970 ad oggi ci sono stati regalati otto anni di vita. Più fortunate le donne, anche se gli uomini le hanno quasi raggiunte».
Il demografo mette in fila i perché degli anni in più regalati: «Innanzitutto la quasi scomparsa della mortalità infantile, quindi la maggiore prevenzione, le maggiori cure sanitarie, gli stili di vita più attenti». Ma, come sottolinea l’Istat, se da un lato l’aumento della speranza di vita va letto come «indice di una società che offre complessivamente un accesso diffuso ai servizi sanitari e agli strumenti di prevenzione», dall’altro pone «problemi crescenti e sempre più complessi»: più investimenti necessari per garantire una buona qualità della vita individuale, più spese sul fronte della previdenza, della sanità e dell’assistenza.
Afferma Blangiardo: «La sfida più grande è l’invecchiamento della popolazione. Secondo le previsioni nel 2050 un terzo degli italiani avrà più di 65 anni. Questo è un dato che non possiamo cambiare, quello che si può fare è però modificare la società in modo da valorizzare di più la stagione over-65». Vale a dire: «Oggi l’anziano vive di più ma non solo giocando a bocce: viaggia, vive in condizioni migliori, in molti casi è più benestante, ha un’elasticità mentale maggiore rispetto a un tempo. Insomma: non è un peso ma una ricchezza per la società». Ergo: questa ricchezza va sfruttata.
«Innanzitutto va da sé che l’innalzamento dell’età pensionabile è inevitabile», dice il demografo. Del resto con l’allungamento della vita tutte le stagioni sono spostate in avanti: si resta più a lungo a scuola, in famiglia e questo varrà anche per il lavoro. «Anche perché da qui al 2050 la popolazione in età lavorativa è destinata a diminuire di 10 milioni di persone».
E dopo il lavoro? «Bisogna continuare a considerare i non più giovani come una ricchezza. E’ stato stimato che, permettendo agli anziani che vogliono continuare a fare in modo elastico quello che hanno fatto per una vita (nel mondo del lavoro come in quello del volontariato), il loro contributo al prodotto interno lordo del Paese sarebbe di 15 miliardi di euro l’anno». Soldi di cui ci sarà bisogno, visto che le spese sanitarie, ad esempio, andranno alle stelle: «Vivremo di più, lavoreremo di più ma dovremo accettare anche un aumento dei costi del welfare. Del resto, che cosa non si farebbe per sei mesi di vita in più?».