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 2007  maggio 23 Mercoledì calendario

Un nuovo allarme in Campania. La diossina, che deriva dalla bruciatura dell’ingente quantità di rifiuti ammassata, ha già contaminato acqua, terreno e piante

Un nuovo allarme in Campania. La diossina, che deriva dalla bruciatura dell’ingente quantità di rifiuti ammassata, ha già contaminato acqua, terreno e piante. Non solo, è già passata nel grasso degli ovini, nel loro latte e nella carne. E’ il risultato di due ricerche condotte dall’Ispaam-Cnr negli allevamenti di Napoli e Caserta. La carenza di discariche, le strade invase da montagne di spazzatura maleodorante, i cittadini esasperati che si improvvisano netturbini e decidono di fare pulizia dando fuoco a tutto: uno scenario che investe anche la catena alimentare. L’emergenza è adesso diventata un problema serio per la salute, con possibilità di danni a lungo termine. I falò di rifiuti d’ogni genere, infatti, causano malattie anche agli animali, come ha dimostrato uno studio condotto sulle pecore della zona dal Laboratorio di citogenetica animale e mappaggio genetico dell’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo (Ispaam) del Cnr di Napoli. «Le discariche abusive presenti in Campania, soprattutto nelle province di Napoli e Caserta, e la sistematica bruciatura dei vari residui per ridurre al minimo il volume occupato hanno comportato un notevole accumulo di inquinanti ambientali, tra i quali le diossine, sostanze altamente tossiche e cancerogene», spiega Leopoldo Iannuzzi dell’Ispaam-Cnr. La situazione, inoltre, è peggiorata in questi mesi con l’incendio sistematico dei cassonetti da parte della popolazione locale. Così facendo, si è inconsapevolmente favorito l’entrata nel ciclo vitale di questo veleno. La diossina, dapprima, si deposita sull’ erba e sul terreno. In seguito, raggiunge le acque. Poi si fissa nei tessuti adiposi degli animali che hanno ingerito cibo contaminato. Ne rimane coinvolto anche il grasso del latte. Per controllare in quali condizioni si trovassero gli allevamenti della zona a più alto rischio di falò dei rifiuti, l’Ispaam-Cnr ha condotto, negli ultimi mesi, due studi su pecore esposte a bassi e alti livelli di diossine. Sono stati utilizzati «due test citogenetici su linfociti di sangue periferico» per valutare la stabilità del genoma degli animali esposti a queste sostanze capaci di avviare la nascita di tumori. Le diossine, infatti, lasciano la loro traccia a livello dei cromosomi, come dimostrano i dati ottenuti e confrontati con quelli riscontrati in cellule di animali della stessa specie e razza, ma allevati in ambienti protetti. «Le due ricerche - precisa Iannuzzi - hanno messo in evidenza una notevole fragilità nei cromosomi delle pecore che sono state esposte alle diossine. In particolare, tale fragilità è risultata pari a 4 volte maggiore nelle pecore contaminate a bassi livelli di diossine, rispetto agli animali non esposti, e addirittura da 8 a 14 volte superiore in quelle che hanno subito l’impatto con alti livelli di queste pericolose sostanze. Inoltre, nell’allevamento più inquinato sono stati registrati numerosi casi di nascita di feti anormali e di aborti. Ora l’allarme si estende, naturalmente, alla salute dei cittadini che dovessero consumare, o avessero già mangiato, la carne degli ovini o bevuto il loro latte. Gli scienziati ritengono i risultati della ricerca «molto significativi» perché le pecore, per la loro alimentazione basata esclusivamente su pascoli naturali (o su residui di vegetazione prodotta localmente), rappresentano ottimi indicatori biologici. Sono vere e proprie sentinelle dell’inquinamento ambientale in territori a rischio. La diossina è sostanza studiata da tempo. Secondo le indagini condotte sugli animali, ma anche sugli esseri umani, risulta capace di interferire con l’attività ormonale, provocando tumori, infertilità, difetti genetici ai feti. Su quale sia il suo reale meccanismo d’azione, però, ci sono molti dubbi. Stampa Articolo