Sergio Romano, Corriere della Sera 23/5/2007, 23 maggio 2007
Le pongo una domanda, all’impatto, antipatica. Riguarda l’intervento degli Usa nella seconda guerra mondiale
Le pongo una domanda, all’impatto, antipatica. Riguarda l’intervento degli Usa nella seconda guerra mondiale. Da un lato concordo sul fatto che, a posteriori, non possiamo che essere grati agli Usa per il loro intervento; dall’altro ho una perplessità quando guardo le date di tale intervento e quelle di inizio della guerra. La Polonia è stata invasa l’1 settembre del 1939, l’attacco sul fronte occidentale è stato scatenato nel maggio del ’40, quello alla Unione Sovietica nel giugno del ’41. Tuttavia solo nel dicembre del ’41, e solo dopo l’attacco di Pearl Harbor, gli Usa decidono di entrare attivamente in guerra. Cioè dopo due anni e due mesi dall’inizio dei vari massacri in Europa. Ora, io assumo pure che prima della entrata in guerra ci sia stato, da parte degli Usa, un massiccio aiuto ai Paesi di mezzo mondo per contrastare l’avanzata dell’Asse ma quanto e cosa sarebbero stati disposti ad aspettare gli Usa se non fossero stati «tirati» in guerra dall’attacco giapponese? Potremmo dire che la felicità per la fine del conflitto ha fatto dimenticare una certa ignavia ed egoismo iniziali da parte del Liberatore, il quale è entrato in guerra solo quando colpito direttamente? Mauro Ricci mricci01@tiscali.it Caro Ricci, nel 1796, alla fine del suo secondo mandato, George Washington si congedò dalla nazione con un famoso indirizzo in cui elencò i criteri che l’America avrebbe dovuto seguire per mantenere la propria unità, irrobustire l’indipendenza e assicurare a se stessa il miglior futuro possibile. Quando toccò, verso la fine del messaggio, il tema della politica estera, scrisse: «Per quanto concerne le relazioni con le nazioni straniere, la principale regola a cui dovremmo attenerci è quella di estendere i nostri rapporti commerciali, ma di avere con esse il minor numero possibile di legami politici. Dobbiamo osservare in buona fede gli impegni già presi, ma non dobbiamo andare oltre. L’Europa ha interessi che non hanno alcun rapporto, se non remoto, con i nostri. Deve impegnarsi in frequenti controversie che sono estranee alle nostre preoccupazioni. Saremmo quindi poco saggi se ci lasciassimo coinvolgere da legami artificiali nelle normali vicissitudini della sua politica o nelle normali combinazioni e collisioni delle loro amicizie e inimicizie. La nostra condizione di Paese distante e distaccato ci suggerisce un corso diverso e ci permette di perseguirlo (...). Perché rinunciare ai vantaggi di questa particolare situazione? Perché dovremmo abbandonare la nostra terra per impegnarci in terra straniera? Perché dovremmo invischiare la nostra pace e la nostra prosperità nella rete delle ambizioni, delle rivalità, degli interessi, degli umori o dei capricci europei?». Washington non predicava la neutralità come bene assoluto, non escludeva la possibilità di nuove guerre ed era probabilmente ispirato soprattutto dal timore che la giovane nazione potesse mettere in pericolo, con intempestive avventure straniere, la sua recente indipendenza. Ma il suo indirizzo d’addio divenne col tempo il vangelo dell’isolazionismo americano, il sacro testo a cui ricorsero tutti gli uomini politici che cercarono di opporsi all’ingresso degli Stati Uniti nella prima e nella seconda guerra mondiale. Roosevelt, che fu collaboratore di Wilson all’epoca della Grande guerra, ne era perfettamente consapevole. Sapeva che il conflitto scatenato da Hitler avrebbe avuto inevitabili ripercussioni sugli interessi americani e non esitò a fare rapidamente una scelta di campo fornendo alla Gran Bretagna aiuti importanti. Ma dovette tener conto degli isolazionisti che erano numerosi e potevano contare sul consenso di buona parte della società americana. Fu soltanto dopo la sua terza elezione alla presidenza, nel novembre 1940, che poté presentare al Congresso il Lend-Lease Act, una legge che lo autorizzava a rifornire di beni e servizi i Paesi che egli considerava vitali per la difesa degli Stati Uniti. La legge fu adottata nel marzo 1941. Nove mesi dopo, l’8 dicembre, l’azione giapponese a Pearl Harbor modificò bruscamente i sentimenti della pubblica opinione americana e dette al presidente l’occasione di agire. Ma è bene ricordare che Roosevelt dichiarò guerra soltanto al Giappone. Furono i tedeschi e gli italiani che dichiararono guerra all’America l’11 dicembre 1941.