23 maggio 2007
FALCONE PER GIORGIO/GAZZETTA. A
Palermo più di mille studenti provenienti da tutta Italia hanno ricordato Giovanni Falcone, il giudice assassinato dalla mafia il 23 maggio 1992 insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre membri della scorta (Antonio Montinaro, Rocco di Cillo, Vito Schifani) in quella che è passata alla storia come la ”strage di Capaci”. Analoghe manifestazioni si sono svolte nel resto della Sicilia (compresa Corleone, paese di molti boss) e d’Italia.
Quel giorno di quindici anni fa i mafiosi aspettarono le auto blindate che arrivavano dall’aeroporto di Punta Raisi nascosti su una collina finché, alle 17,56 e 48 secondi fecero esplodere quattrocento chili di plastico e di tritolo. Il piano prevedeva che appena l’auto di Falcone fosse giunta all’altezza di un vecchio elettrodomestico abbandonato sul ciglio della strada, dalla collina qualcuno premesse il pulsante del radiocomando. Ha raccontato il pentito Gioacchino La Barbera: «La macchina di Giovanni Falcone andava più piano del previsto. Avevamo fatto le prove a una velocità di 160 chilometri all’ora, invece quelli andavano a 80, 90 all’ora. Io procedevo parallelo a loro, sulla mia Lancia Delta, lungo la strada che costeggia la Palermo-Punta Raisi, e parlavo al telefonino con quelli che stavano sulla collina di Capaci. Parlavo lentamente per far capire loro che l’andatura di Falcone era più bassa dei nostri calcoli, e dentro di me pensavo: ”Questo si salva... si salva” [...] Infatti le prime notizie che sentii alla radio dicevano che era solo ferito, che la dottoressa Morvillo riusciva addirittura a parlare. Invece più tardi seppi che era morto”». L’uomo del telecomando era Giovanni Brusca (arrestato il 20 maggio 1996, si è poi pentito): «Quando le auto erano al punto giusto Gioè (un altro mafioso del commando, ndr) mi grida: via, via, via... mi grida tre volte via, ma io, effettivamente, ho avuto un attimo di esitazione, non lo dico perché ora mi viene facile, vedo il fumo, vedo il fuoco e rimango sbalordito».
Tutti sapevano che Falcone rischiava di fare quella brutta fine. Un’agenzia immobiliare, scoperto che un appartamento era per il giudice, se l’era ripreso. Temendo per la vita della Morvillo, un giorno Falcone, per convincerla a lasciarlo, l’aveva portata a Corleone: «Lo vedi quel bar? Sono venti passi. Non puoi vivere con un uomo che per il semplice gesto di entrare in quel bar può morire». Secondo Brusca la decisione di uccidere Giovanni Falcone era stata presa già nel 1982. Nel 1984, mentre Brusca era in carcere, avevano pensato di eliminarlo con un bazooka. I mafiosi, sperimentando l’arma in aperta campagna, avevano però scoperto che l’effetto vero del bazooka non era l’esplosione ma il calore (fino a 3mila gradi), quindi uccideva bruciando. La cosa non li aveva convinti, e avevano deciso di cambiare strategia. Nell’89, all’Addaura, gli agenti di scorta a Falcone avevano scoperto che la sua borsa da sub era piena zeppa di esplosivo («Buscetta l’aveva detto. Sono un morto che cammina»)
Spinto dal giudice Antonino Caponnetto (capo del pool antimafia) a candidarsi come consigliere istruttore, Falcone non fu eletto. Collaborò allora col Ministero di Grazia e Giustizia a Roma col progetto di creare una Procura nazionale antimafia: «A Palermo mi tolgono i fascicoli da sotto il culo, Martelli mi chiama: avrei dovuto rifiutare?». Tra i numerosi critici dell’epoca, non mancò l’Unità («Non si sa bene se sia il magistrato che offre la sua penna al ministro, o se sia il ministro che offre la sua copertura politica al magistrato»).
L’attacco allo Stato, che sarebbe continuato 56 giorni dopo con la morte di Paolo Borsellino e nei mesi successivi con le bombe di Firenze e Roma e Milano, faceva parte di una strategia per «condizionare i futuri assetti di potere in Italia» dopo la Tangentopoli che travolse i partiti. In sostanza i boss volevano cancellati gli ergastoli che si erano presi - fino in Cassazione - al maxi processo istruito da Falcone. E volevano promesse, garanzie per la loro sopravvivenza nella difficile transizione fra la Prima e la Seconda Repubblica. Stavano trattando con le stragi. Ha spiegato Luca Tescaroli (nel 2002), il procuratore che sostenne l’accusa al processo per la strage di Capaci: «Bisogna pensare al contesto in cui avvenne la strage. Intanto il maxi-processo: la prima volta in cui i boss erano stati condannati a pene durissime. E si doveva, in gran parte, a Giovanni Falcone. Questo evento aveva stabilito un fatto nuovo: le copertura politiche trdizionali di Cosa Nostra non erano più efficaci. Ed ecco che il 12 marzo 1992 cade il luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia, Salvo Lima. Durante il processo appurammo che quello era il primo passo di una strategia molto articolata. Brusca aracconta che si trattava di trovare nuovi referenti politici, ma ciò avveniva, per così dire, ex novo: non potevano essere i referenti esistenti perché quelli non funzionavano più. Li si colpiva e si contribuiva a creare le macerie dalle quali poteva nascere un nuovo ordine. Qui è la valenza eversiva e fortemente politica di ciò che la mafia fece tra il ”92 e il ”94, a cominciare dagli omicidi di Falcone e Borsellino [...] Falcone viene ucciso, e con quella bestiale violenza e pubblicità, durante l’elezione del presidente della Repubblica. Ed è chiaro, dalle dichiarazioni degli imputati, che uno degli scopi, sia pure marginali, era l’ulteriore vendetta contro Andreotti, che aspirava a quel luogo ma dovette fare un passo indietro. Verrà ucciso poi Ignazio Salvo, altro uomo della corrente andreottiana a Trapani, verranno colpite con attentati molte sezioni della Dc siciliana [...] l’altro obiettivo è il Psi. Si progettava, è accertato, un attentato all’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, che aveva chiamato Falcone a collaborare a Roma. Il Paese, al momento, si trovava senza Presidente, con un governo dimissionario ed elezioni politiche anticipate. ma soprattutto all’alba di quel grande sommovimento che fu Mani pulite, che farà, per ragioni molto diverse, terra bruciata dei due partiti leader. Insomma: occorrevano nuovi riferimenti». Falcone fu ucciso quando era apparentemente meno temibile, trasferito a Roma, in un incarico non di prima linea. La Barbera: «Dentro l’organizzazione si diceva che faceva danni, e bisognava levarlo di mezzo. Certo, a Roma ne faceva di meno, ma dopo che la Cassazione aveva confermato la sentenza del maxi-processo, Riina decise di passare al contrattacco». Tescaroli (nel 2002): «Falcone, da quel ruolo, ispirò alcune tra le più importanti riforme tese alla lotta alla mafia. E soprattutto indirizzò, la politica di governo in modo importante. Tanto che Martelli, socialista, viene descritto come un traditore della mafia che sosteneva i avere aiutato il Psi alle elezioni. E poi Falcone, con l’appoggio di Martelli, era il più probabile candidato alla procura generale antimafia, un posto dal quale avrebbe potuto far danni terribili dal punto di vista di Cosa Nostra [...] I boss spiegheranno poi che la situazione era eccezionale, che occorreva preparare il terreno a uomini nuovi. Uomini che Cosa Nostra riteneva di poter influenzare e che, dunque, avrebbero ottenuto dalla mafia il risultato immediato di riportare la calma». La magistratura inflisse invece alla mafia colpi tremendi. Tescaroli (nel 2002): «Certo. Grazie alla sua indipendenza ed anche allo sconcerto che, dopo le stragi, si era diffuso in tutto il Paese, nelle zone sane delle istituzioni, tra la gente comune. Fu un periodo straordinario di rinascita, durò alcuni anni».
Visto a posteriori, chi ha guadagnato dalla morte di Falcone? Tescaroli (nel 2002): « cambiato il quadro politico, è un fatto. La mafia è ritornata ad operare nel suo schema classico, che non è di anti-Stato ma di mediazione con lo Stato. in una fase silente perché, oggi, c’è pace al suo interno, ma certo non ha cessato i suoi affari: pizzo, droga, appalti. Tutto è come prima».
Pochi giorni fa Maria Falcone, sorella di Giovanni, ha detto che non avrà «giustizia fino a quando non si scoprirà l’intreccio con il mondo della politica e degli affari, fino a quando non si scopriranno i nomi di quei mandanti esterni che oggi non esistono. A meno che qualche uomo politico importante non abbia una profonda crisi di coscienza e parli, a meno che Totò Riina o Bernardo Provenzano non decidano di confessare chi sono stati i loro complici». Francesco Crescimanno, l’avvocato di Falcone che rappresenta ancora la sua famiglia come parte civile: «Le indagini si sono impantanate e non certo per colpa della polizia giudiziaria o della magistratura, lo Stato italiano a questo punto dovrebbe compiere un percorso di conoscenza all´interno di se stesso, nel suo ventre. A cominciare dai servizi segreti». E poi: «Cosa Nostra sapeva bene quale sarebbe stata la reazione violenta dello Stato uccidendolo, ecco perché penso che ci sia stato anche l’interesse di qualcun altro a farlo. E a farlo subito anche. Forse al ministero aveva visto qualcosa che non doveva vedere: qualche carta, qualche conto svizzero...».
I giudici fiorentini hanno scritto che «Le indagini svolte hanno consentito l’acquisizione di risultati significativi solo in ordine all’avere Cosa Nostra agito a seguito di input esterni». La Barbera: «Io sono sicuro che esistano, e che Riina sia entrato in contatto con qualche altro mandante. I nomi non li conosco, ma per come ho conosciuto Riina, Bagarella e gli altri, sono certo che non avrebbero combinato tutto quel disastro senza contatti esterni. Soprattutto per le stragi del ”93. gente ignorante come le pietre, Bagarella sapeva andare giusto da Corleone ad Altofonte in groppa a un asino, figuratevi se sapeva qualcosa di Firenze e degli Uffizi. La strage di Capaci l’ho fatta anch’io, altri uomini d’onore si sono occupati di via D’Amelio e del resto. Ma dietro quelle bombe non c’è solo la mafia».
Nell’ufficio giudiziario che è stato il «motore» delle inchieste sulle stragi siciliane, la Procura di Caltanissetta, oggi c’è solo l’aggiunto Renato Di Natale che segue ancora l’ultima filone d’indagine su Capaci. Dal 1992 hanno aperto e chiuso tre fascicoli sui mandanti «altri». In quindici anni sono finiti in 7 nel registro degli indagati «per concorso in strage». I primi due sono stati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Rivelazioni di pentiti, indagini intrecciate con un presunto riciclaggio e pericolose amicizie palermitane. Furono individuati loro due come quei «nuovi referenti» che - fra il ”92 e il ”93 - stavano cercando i boss. L’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri è stata definitivamente chiusa il 3 maggio 2002. La seconda inchiesta sui mandanti occulti è quella che viene definita «la pista di mafia e appalti». Grandi lavori e grandi tangenti, gli affari delle cosche che si mischiano quelli della politica, società quotate in Borsa e l’ombra dei Corleonesi. Cinque gli indagati: Giovanni Bini, Antonio Buscemi, Agostino Catalano, Benedetto D’Agostino, Pino Lipari. Anche per loro indagine chiusa il 9 giugno 2003. L’ultima inchiesta si è arenata in questa primavera del 2007. Era nata dalle dichiarazioni di Antonino Giuffrè. Il pentito aveva raccontato che, prima della strage, i boss avevano avviato «una sorta di consultazione in settori imprenditoriali e politici». Un sondaggio preventivo di Cosa Nostra.
Rosaria Schifani, la vedova di Vito sempre ricordata per quell’acuto dolente rivolto ai mafiosi durante i funerali («Vi perdono, ma inginocchiatevi»), ha ricordato l’incontro con la vedova di Pio La Torre, il politico comunista assassinato dalla mafia il 30 aprile 1982: «Mi spiegò che eravamo vittime non di ”segreti di Stato”, ma di ”delitti di Stato”».
«In un documento di repertorio Giovanni Falcone appoggia la testa sullo schienale di una poltrona. Guarda in alto. Ha la barba grigia e lunga. intervistato da un giornalista che gli chiede: - ... Ma chi glielo fa fare? Alla fine della domanda, Falcone guarda il giornalista in viso e sospira. Mah... - e sorridendo dice: - Soltanto lo spirito di servizio -. Falcone torna serio, guarda in basso, sembra di nuovo seguire i suoi pensieri. - Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta? Una rapida occhiata al giornalista, poi con decisione e sicurezza; - No, mai» (Carlo Lucarelli, La mattanza, Einaudi 2003).