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 2007  maggio 22 Martedì calendario

MONNEZZA PER GIORGIO/GAZZETTA

(Articoli II) Ieri era la domenica ecologica. Niente macchine e gente in bicicletta, a passeggiare, a fare jogging approfittando dell’aria pulita. Pulita per modo di dire. Perché con tremila tonnellate di immondizia accatastata praticamente a ogni angolo, altro che aria pulita. Napoli ormai puzza. Puzza di spazzatura che nel migliore dei casi marcisce al sole e nel peggiore brucia, insieme con i cassonetti, perché c’è ancora chi crede che con il fuoco si possa risolvere il problema. Invece se ne aggiunge un altro, forse anche peggiore: i sacchetti in fiamme sprigionano diossina, e finora a niente sono serviti gli appelli dei sindaci e soprattutto del prefetto Alessandro Pansa per evitare i roghi.
I ROGHI – Nella notte tra venerdì e sabato a Napoli i vigili del fuoco sono arrivati a contare un intervento ogni dieci minuti, e ieri non è andata meglio: oltre centocinquanta volte le squadre sono dovute entrare in azione per spegnere roghi in ogni parte della città. Non a molto, quindi, è servito l’intervento di raccolta straordinaria svolto dall’Asia (l’azienda speciale di igiene urbana) durante la mattinata. Nella città senz’auto i camion hanno potuto lavorare senza creare ingorghi e senza restarci prigionieri, ma si sono dovuti fermare piuttosto presto. Perché il problema non è togliere la spazzatura dalle strade, è dove portarla. Se i sacchetti continuano ad accumularsi è perché gli impianti per smaltirli sono bloccati. In attesa che vengano realizzate le quattro discariche previste dal disegno di legge varato nei giorni scorsi (e molto contestate da chi ci dovrà vivere accanto), si va avanti con quello che c’è. E a Napoli – provincia compresa – non c’è molto. Sono tornati in funzione gli impianti di Cdr di Caivano e Giugliano, ma l’unica discarica in funzione resta quella di Villaricca, ormai arrivata quasi a saturazione. Secondo i tecnici può andare avanti – pur con la spazzatura raccolta solo parzialmente – ancora per una settimana, ma sabato non ci entrerà più nemmeno un sacchetto, e dovrà essere chiusa.
Bisogna trovare un’alternativa in tempi rapidi, e prospettive non sembrano essercene. Ieri il commissario straordinario per i rifiuti Bertolaso ha affrontato la questione con gli amministratori napoletani ma non è stata ancora trovata una soluzione.
I RISCHI – Se non se ne verrà a capo nel giro di poche ore, la situazione igienica in città rischia di peggiorare ulteriormente, e con il caldo che ormai si sta avvicinando a temperature estive, l’eventualità di infezioni saranno sempre maggiori. L’assessorato all’Igiene sta facendo spargere prodotti disinfettanti sui cumuli di rifiuti. un provvedimento che serve a qualcosa, ma non basta. E servirà ancora a meno se le montagne di immondizia continueranno a crescere. Si va quindi avanti in corsa contro il tempo, e c’è da correre molto. Anche perché l’emergenza non riguarda soltanto Napoli ma l’intera provincia, in particolare paesi come Melito, Quarto, Qualiano e in generale tutti quelli che circondano il capoluogo. Né pare che il decreto del governo sull’apertura di nuove discariche avrà vita facile. Nel Salernitano, a Serre, la rivolta c’è già stata, e lì in qualche modo una soluzione si è trovata, con l’individuazione di un’area alternativa a quella a ridosso dell’oasi naturalistica.
Ora c’è il nodo Terzigno, il centro vesuviano che pure dovrebbe ospitare uno dei nuovi sversatoi. L’area individuata è all’interno del Parco del Vesuvio e sia gli amministratori del parco che quelli dei comuni della zona si oppongono.
I SINDACI – L’altro giorno i sindaci di numerosi paesi non soltanto dell’area vesuviana hanno annunciato l’intenzione di dimettersi, rimettendo il loro mandato nelle mani di Prodi proprio per protestare contro l’ennesima emergenza rifiuti. E ancora più agguerriti sono i comitati cittadini di Terzigno, ai quali si sono affiancati quelli sorti nei centri vicini. Erano tutti presenti alla manifestazione che sabato ha portato in piazza a Napoli circa seimila persone e torneranno a farsi vedere già da oggi nell’area destinata ala realizzazione della discarica. Del resto il successo della protesta di Serre serve a dar manforte anche alle altre battaglie. Se lì si è trovata una soluzione alternativa, ritengono in molti, perché qui dovremmo piegarci? Fulvio Bufi, Corriere della Sera 21/5;

Al presidente del Consiglio Romano Prodi l’ha spiegato chiaramente: «Vado via perché non ci sono le condizioni per gestire l’emergenza». Guido Bertolaso, commissario straordinario per i rifiuti, è consapevole che la situazione è ormai al limite. A Napoli si accumula la spazzatura, a Roma si moltiplicano le liti e le divisioni. La decisione del governo di «correggere» con un’ordinanza quel decreto che l’11 maggio scorso aveva individuato i quattro siti per le discariche – Serre, Terzigno, Savignano Irpino e Sant’Arcangelo Trimonte – l’ha vissuta come una sconfessione personale. Per lui la questione era ormai chiusa. Il fatto che il ministero per l’Ambiente abbia ottenuto la sostituzione di Serre con Macchia Soprana nonostante il suo parere contrario è stato l’ultimo «affronto». E così ha deciso di dimettersi.
La lettera consegnata due giorni fa al premier non gli consente comunque di abbandonare il campo. Perché Bertolaso, che è anche il capo della Protezione civile, sa bene che l’emergenza rischia di trasformarsi in un problema sanitario per i cittadini. «Sono un funzionario dello Stato – ripete ai collaboratori – attendo di conoscere le scelte del governo». Non è un mistero che proprio in queste ore si stia cercando il suo sostituto. Si era pensato al prefetto di Napoli Alessandro Pansa, ma lui ha spiegato che le due cariche non sono compatibili, soprattutto per l’impegno che richiedono. E dunque si sondano altre disponibilità. Impresa non facile se si tiene conto delle difficoltà e delle resistenze che Bertolaso ha dovuto affrontare in questi mesi.
Tre giorni fa, parlando ad un convegno a Bolzano, il commissario non è andato troppo per il sottile. «In alcune parti d’Italia – ha detto – ci sono situazioni peggiori che nel Terzo mondo. Si rimane interdetti per la loro mancata risoluzione. Situazioni che spesso tocca a noi risolvere anche se non è di nostra competenza». E a chi gli chiedeva se si riferisse al problema dei rifiuti, ha risposto: «Non voglio entrare nel merito. Ma chi deve capire, capisce».
La linea è quella di non alimentare altre polemiche, di non fornire nuovi elementi di conferma a chi ritiene che quella sulle discariche sia ormai una vera e propria sfida tra lui e il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. I due dovrebbero lavorare insieme, concordare ogni passo. E invece ormai da mesi – nonostante le smentite ufficiali e gli attestati pubblici di stima – il livello di collaborazione è pressoché inesistente.
Una situazione che mette in difficoltà lo stesso Prodi. Convincere Bertolaso a restare vorrebbe dire entrare in collisione non solo con Pecoraro Scanio, ma anche con gli altri ministri della sinistra radicale. Dieci giorni fa, quando all’ordine del giorno c’era l’approvazione del decreto che individuava i siti, il responsabile della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero ha abbandonato il Consiglio prima del voto e quello della Funzione Pubblica Luigi Nicolais ha ammesso: « stato un provvedimento sofferto», confermando il clima teso vissuto a Palazzo Chigi.
Qualcuno confida che ancora una volta possa essere il capo dello Stato ad ottenere un ripensamento da parte di Bertolaso. Tra i due ci sono ottimi rapporti sin dai tempi dello Tsunami, quando la Protezione civile era in prima linea e Giorgio Napolitano era nel comitato dei garanti per la gestione dei fondi. Ci è riuscito il 6 marzo scorso, quando sono arrivate le prime dimissioni. Da allora la situazione si è però ulteriormente complicata: adesso una marcia indietro appare davvero più difficile. Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera 21/5;

La sintesi di come va l’emergenza rifiuti a Napoli è nelle parole del sindaco Iervolino: «La situazione è tragica», ha detto prendendo la parola nella seduta del consiglio comunale dedicata alla questione. Le cifre confermano: l’immondizia accumulata nelle strade cittadine ieri era stimata in 2.750 tonnellate. Gli impianti che funzionano sono sempre meno: i cdr di Caivano e di Giugliano vanno a rilento e le conseguenze, sull’intero ciclo dei rifiuti, sono immediate: l’azienda di igiene urbana ha dovuto ridimensionare la – già ridimensionatissima – raccolta cittadina. In una mattinata i camion portano via circa quattro o cinquecento tonnellate di immondizia, ieri non sono andati oltre le duecento tonnellate. E in alcuni quartieri, come Pianura, Fuorigrotta, Barra, Ponticelli, San Giovanni e Secondigliano, la raccolta è saltata completamente, mentre continuano i roghi che sviluppano diossina.
Questo per quanto riguarda la città. Ma la provincia soffre allo stesso modo. Il sindaco di Frattamaggiore, Francesco Russo, che insieme con altri sindaci ha avuto un incontro con il governatore Bassolino, ha detto che se la situazione non migliorerà «in tempi brevissimi», farà chiudere scuole, uffici e banche. Lanciano l’allarme anche gli amministratori della costiera sorrentina, dove al rischio igienico-sanitario si aggiunge quello di un grave danno alla stagione turistica. L’associazione albergatori già comincia a registrare cali nelle prenotazioni.
E su tutto incombe il rischio di chiusura dell’unica discarica ancora in grado di accogliere la spazzatura di Napoli e provincia, quella di Villaricca. Il commissario straordinario Bertolaso, al quale Prodi ha respinto le dimissioni, ieri ha svolto un sopralluogo in elicottero per individuare un’area alternativa. Che però ancora non c’è. F. B., Corriere della Sera 22;

Avanzano ovunque, nelle strade e nelle piazze. Si arrampicano perfino sulla strada che porta al Vesuvio. «La situazione è drammatica», ammette il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino. Nel capoluogo la raccolta è quasi azzerata, sui marciapiedi ci sono 2.700 tonnellate di spazzatura a cui la gente esasperata appicca il fuoco che sprigiona diossina. Dove mettere tutta quella immondizia, ammesso che si trovino i mezzi per rimuoverla? E’ questa la domanda a cui nessuno riesce a rispondere visto che in Campania, allo stato, c’è una sola discarica, nel comune di Villaricca, stracolma e in procinto di essere chiusa. E così, in mancanza di certezze e fra mille polemiche, non resta che tentare di tamponare l’emergenza. Ognuno per sè, sembrano dire i sindaci dei Comuni più colpiti. Il primo cittadino di Frattamaggiore, un grosso centro dell’hinterland, minaccia: «Sono pronto a chiudere la città. Sospenderò le attività in tutte le strutture pubbliche e nelle banche. Sto già preparando l’ordinanza, c’è il rischio di malattie e infezioni ». Ad Acerra, invece, hanno improvvisato una task force composta da volontari della protezione civile da affiancare a vigili del fuoco nello spegnimento degli incendi. Ad Ercolano, il primo cittadino, Nino Daniele, allarga le braccia e avverte che i rifiuti stanno invadendo anche la strada panoramica del Vesuvio, assediando bar e ristoranti. Nel frattempo le notti sono illuminate dai falò da cui si levano colonne di fumo dall’odore nauseabondo. Ieri, durante il consiglio comunale, Rosa Russo Iervolino ha quasi scongiurato i napoletani di evitare i roghi nelle strade: «Così si diffondono diossina ed altre sostanze tossiche che rendono impossibile la raccolta del materiale incendiato per almeno quattro giorni». E’ in corso, insomma, una lotta contro il tempo. Deve vincerla Guido Bertolaso, capo della Protezione civile e commissario straordinario per l’emergenza dei rifiuti. MaBertolaso è entrato più volte in rotta di collisione con esponenti del governo, a cominciare dal ministro per l’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, sulla localizzazione delle nuove discariche . Non a caso la scorsa settimana ha rassegnato per la seconda volta le dimissioni che, ieri, sono state respinte dal presidente del consiglio. [F. MIL.] La Stampa, 22/5;

«Mi dimetto»; «Non mi dimetto ». La lunga notte di Guido Bertolaso, cui è toccato il compito ingrato di gestire l’emergenza infinita dei rifiuti in Campania, è stata densa di colpi di scena, mentre l’allarme per la mancata raccolta della spazzatura sta assumendo proporzioni drammatiche. Contestato da seimila persone giunte ieri da tutt’Italia (c’erano anche i comitati No Tav della Val di Susa) per una manifestazione a Napoli, il numero uno del commissariato straordinario non ha digerito soprattutto la decisione del governo di cambiare la dislocazione della discarica nel comune di Serre, nel Salernitano, i cui abitanti sono in rivolta da giorni. Il commissariato aveva individuato un’area a ridosso di un’oasi del Wwf, e il consiglio dei ministri aveva dato l’ok. Ma le proteste hanno indotto il governo a una precipitosa marcia indietro, e così si è deciso che la discarica si faccia altrove. Giovedì notte, le dimissioni del capo della Protezione civile dall’incarico di commissario erano date per certe, con tanto di annuncio fatto dal presidente della Commissione Ambiente del senato, Tommaso Sodano. Ma un giro convulso di telefonate da Roma hanno alla fine indotto Bertolaso a soprassedere. L’umore, però, è rimasto pessimo. «In alcune parti d’Italia ci sono situazioni peggiori che nel Terzo Mondo. Si rimane interdetti per la loro mancata risoluzione», ha detto ieri il Commissario. Le polemiche giungono in un momento drammatico per l’emergenza-rifiuti in Campania. La protesta divampa in tutti i centri dove dovrebbero essere realizzate le discariche che nessuno vuole. A Napoli la situazione non è affatto migliore. Le piazze, soprattutto in periferia, sono ammorbate dal fumo denso e scuro provocato dagli incendi dei cassonetti stracolmi di spazzatura: ad appiccarli sono i residenti esasperati per la mancata raccolta dei sacchetti. Si calcola che nel solo capoluogo ci siano 2.500 tonnellate di immondizia non ancora rimossa. Quelle stesse strade e piazze ieri sono state attraversate da seimila manifestanti giunti da tutt’Italia per dire no alle discariche e agli inceneritori, mentre molti sindaci dei comuni della provincia hanno rimesso il mandato nelle mani di Prodi. La Stampa 20/5;

Vincenzo viveva fra le bestie che portava al pascolo in una campagna spettrale, dove gli alberi sono rachitici, il colore dell’erba vira sul giallo pallido, e le zolle mostrano strane macchie color verde marcio sotto le sagome imponenti della Montefibre in disarmo e di un inceneritore di rifiuti in costruzione. «Vedrai se fra poco non morirò anch’io», diceva al fratello ogni volta che una delle pecore partoriva il corpo senza vita di un agnellino deforme: con il muso rincagnato, o privo di orecchie, o con un solo occhio. E’ andata proprio così: Vincenzo Cannavacciuolo, 59 anni, pastore di Acerra, è stato seppellito 25 giorni fa. L’ha distrutto un cancro a un polmone, che con la velocità del lampo gli ha mangiato anche reni e ossa. Il pastore che aveva previsto la sua fine vivrà nel ricordo dei suoi cari. Ma per le statistiche i nomi e i volti non contano: Vincenzo è solo un numero, e va sommato a quello dei morti che si stanno contando a decine ad Acerra, epicentro di uno dei disastri ambientali più spaventosi d’Italia. Qui, come in altri sette comuni disseminati fra le province di Napoli e Caserta, certi tumori uccidono fino a trenta volte di più che nel resto del paese, e il rischio di malformazioni congenite cresce dell’83 per cento. Colpa dei roghi di rifiuti che sprigionano diossina e delle discariche illegali in cui vengono buttate sostanze tossiche e scarti industriali provenienti da tutt’Italia.
Pochi giorni prima della morte di Vincenzo, è stata pubblicata una ricerca dell’Organizzazione Mondiale della sanità a cui hanno collaborato l’Istituto superiore della sanità, il Cnr e l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. Titolo: «Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana. Correlazione tra rischio ambientale da rifiuti, mortalità e malformazione congenita». Gli esperti hanno lavorato in 196 comuni campani, analizzando i dati sui decessi per vari tipi di tumori e mettendoli in relazione con la «pressione ambientale» legata alla prersenza dei rifiuti. Hanno diviso i paesi in cinque categorie: la prima raggruppa i centri meno inquinati, la quinta quelli disastrati. La maglia nera è stata aggiudicata, oltre che ad Acerra, ad Aversa, Bacoli, Caivano, Castel Volturno, Giugliano, Marcianise e Villa Literno.
Adulti e bambini si giocano la vita in quell’inferno di fumi velenosi provocati dai rifiuti in fiamme e di miasmi sprigionati dalle sostanze chimiche sotterrate. Sanno, ad esempio, che le donne si ammalano 12 volte più che altrove di nove tipi di tumore. Sanno, ancora, che il rischio di morire di cancro al fegato è più elevato del 29 per cento. Sanno, infine, che il rischio di malformazioni congenite per i più piccoli cresce dell’84 per cento. E poi ci sono gli animali. Da anni, ad Acerra, le pecore muoiono come mosche, o nascono deformi. Racconta Alessandro Cannavacciuolo, nipote di Vincenzo: «Nel 2003 la mia famiglia possedeva 2.500 capi, oggi ne abbiamo 250. Le bestie mangiano erba avvelenata e acqua contaminata, e partoriscono mostri». Alessandro dice che la terra nasconde tonnellate di robaccia tossica. Lui stesso racconta di aver visto decine di bidoni accatastati in campagna, in attesa di essere schiacciati con una pressa e sepolti: «Il mio paese è stato trasformato nell’immondezzaio d’Italia».
C’è chi scaraventa spazzatura ma anche «bombe chimiche» fra i copertoni incendiati dai bambini rom che, come racconta Peppe Ruggiero di Legambiente, «sono pagati con 50 euro a rogo»: una pratica, questa, prediletta dalla camorra che si arricchisce con l’emergenza senza fine dei rifiuti in Campania. E c’è addirittura chi ha spacciato per concime un composto di diossina, mercurio, amianto e fanghi tossici provenienti dalle industrie venete e toscane. Così ci ha guadagnando due volte: con lo smaltimento illegale e con la vendita del «fertilizzante» che ha avvelenato la terra. Lo ha scoperto la magistratura che, poco più di un anno fa, ha fatto arrestare i titolari di una ditta specializzata nel trattamento delle sostanze chimiche.
Ad Acerra il Governo Prodi ha dichiarato lo stato d’emergenza "per fronteggiare l’inquinamento ambientale da diossina". I Cannavacciuolo non possono più vendere il latte delle pecore né gli animali per la macellazione. «Noi siamo condannati a morire di fame, ma i contadini continuano a vendere la verdura coltivata nella stessa terra su cui cresce l’erba avvelenata», protesta il nipote di Vincenzo, Alessandro, che sbircia con preoccupazione la sagoma del grande termovalorizzatore. L’impianto entrerà in funzione a ottobre e, secondo il Commissariato straordinario di governo diretto da Guido Bertolaso, contribuirà a risolvere senza inquinare l’eterna emergenza dei rifiuti in Campania. «Altro fumo, altra cenere, altra diossina», borbotta Alessandro.
Ad Acerra è un fiorire di movimenti di lotta. I leader della fondazione Eidos e del «Comitato donne del 29 agosto» non credono affatto alle rassicurazioni di Bertolaso: «L’unico sistema per non morire avvelenati e sviluppare la raccolta differenziata e bonificare il territorio», dicono. E’ d’accordo con loro il farmacologo Antonio Marfella, che lavora all’istituto dei tumori "Pascale" di Napoli. «L’impianto entrerà in funzione senza che nessuno, dal Ministero della Salute alla Regione, abbia pensato di sottoporre gli abitanti ad analisi per verificare quante sostanze velenose già abbiano in corpo», dice, e racconta un curioso episodio avvenuto in uno degli otto comuni dove il cancro falcia più vite che altrove: "Un colonnello dell’esercito che vive a Castel Volturno si è sottoposto a una serie di esami di laboratorio in una città del nord. E’ rimasto di sasso quando ha scoperto che nel suo organismo ci sono 37 picogrammi di diossina. Gli hanno spiegato che quei valori sono alti, ma purtroppo frequenti per chi vive vicino a un’industria. Il fatto è che a Castel Volturno non c’è neanche una fabbrica...". La Stampa 12/5;