22 maggio 2007
MONNEZZA PER GIORGIO/GAZZETTA
Il sindaco di Frattamaggiore ha chiuso le scuole della città. Molti comuni hanno sospeso i mercati comunali all’aperto.
Sono tredici anni che a Napoli e nelle province vicine c’è, sancita coi timbri ufficiali, l’«emergenza rifiuti»: sono stati appena sufficienti a costruire uno dei sei inceneritori che erano stati decisi. E che via via sono stati tagliati per scelte ideologiche pseudo-ambientaliste o per placare certe rivolte infiltrate dalla camorra, fino a ridursi a quello di Acerra. Quanto è stato speso, finora, per questa emergenza ultradecennale? Almeno 1.825.000.000 euro.
Lungo le strade campane è accumulato un milione di tonnellate di rifiuti. Messe in fila i cinque milioni di eco-balle di spazzatura accumulate fanno un serpentone di 7.500 chilometri, oltre mille più della Grande Muraglia.
La discarica di Villaricca, l’unica attiva, riesce a smaltire 2.200 tonnellate di rifiuti al giorno. La provincia partenopea ne produce 4.100. Il resto In parte finisce in impianti di trasformazione declassati a semplici depositi. Ciò che avanza è in strada, dove ristagna per settimane. Fino a che qualche esasperato mette mano all’accendino. Giuseppe Scalera, presidente dell’Ordine dei medici: «Bruciare i rifiuti è più pericoloso che vivere vicino a una discarica». A Nola, Marigliano e Acerra, il tasso di mortalità per tumore è più alto del 30 per cento rispetto al resto della Campania. «Il triangolo della morte», definizione tratta da un saggio del ricercatore Alfredo Mazza, si è ormai allargato alla provincia di Caserta e al litorale domizio, dove secondo l’Oms la mortalità generale si è impennata del 10 per cento. Mentre l’incidenza di malattie tumorali e malformazioni ricalca la mappa sull’inquinamento del suolo: «In alcuni punti – sostiene Mazza – la diossina arriva a quasi 100 picogrammi per chilogrammo di terra. Dieci volte superiore al limite consentito». Il pericolo cresce laddove è impossibile smaltire i rifiuti: Leopoldo Iannuzzi (Cnr): «I sacchetti di immondizia dati alle fiamme creano diossina che si diffonde nell’aria e si deposita al suolo». Sull’erba impregnata di veleno poi pascolano gli animali: «Il 71 per cento delle analisi fatte sul latte di ovini e bovini sono risultate positive alle diossine, tra cui la più cancerogena, la Tcdd, che nel 90 per cento dei casi è presente in concentrazioni 13 volte superiore alla media nazionale».
Fra le province di Napoli e Caserta, certi tumori uccidono fino a trenta volte di più che nel resto del paese, e il rischio di malformazioni congenite cresce dell’83 per cento. Colpa dei roghi di rifiuti che sprigionano diossina e delle discariche illegali in cui vengono buttate sostanze tossiche e scarti industriali provenienti da tutt’Italia. stata pubblicata una ricerca dell’Organizzazione Mondiale della sanità a cui hanno collaborato l’Istituto superiore della sanità, il Cnr e l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. Titolo: «Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana. Correlazione tra rischio ambientale da rifiuti, mortalità e malformazione congenita». Gli esperti hanno lavorato in 196 comuni campani, analizzando i dati sui decessi per vari tipi di tumori e mettendoli in relazione con la «pressione ambientale» legata alla prersenza dei rifiuti. Hanno diviso i paesi in cinque categorie: la prima raggruppa i centri meno inquinati, la quinta quelli disastrati. La maglia nera è stata aggiudicata, oltre che ad Acerra, ad Aversa, Bacoli, Caivano, Castel Volturno, Giugliano, Marcianise e Villa Literno. Le donne si ammalano 12 volte più che altrove di nove tipi di tumore. Sanno, ancora, che il rischio di morire di cancro al fegato è più elevato del 29 per cento. Sanno, infine, che il rischio di malformazioni congenite per i più piccoli cresce dell’84 per cento. E poi ci sono gli animali. Da anni, ad Acerra, le pecore muoiono come mosche, o nascono deformi.
La discarica di Villaricca, ormai stracolma, chiuderà il prossimo 26 maggio. L’unico termovalorizzatore è in costruzione ad Acerra. Ma sarà pronto solo dopo l’estate. L’impianto di Caivano, che produce il cdr, combustibile derivato dalla spazzatura, lavora a singhiozzo. Quello di Giugliano è prossimo allo stop. A Napoli lunedì erano in strada 2750 tonnellate di immondizia: l’Asia (l’azienda comunale) non riesce a smaltirne più di 400-500 tonnellate al giorno. Per contrastare i rischi connessi alla mancata raccolta, la Asl Napoli uno è stata costretta a intensificare la disinfestazione e gli enzimi antifermentativi.
Qualche discarica va fatta. Il punto è dove. L’11 maggio il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge con quattro discariche, due delle quali in aree protette: Serre, accanto all’Oasi di Persano, nel salernitano, e Terzigno, nel Parco nazionale del Vesuvio, alle porte di Napoli. Altre due a Savignano irpino (Avellino) e a Sant’’Arcangelo Trimonte (Benevento). Appena il Consiglio dei ministri ha varato il provvedimento, si sono scatenate le proteste degli abitanti di Serre Persano: sul promontorio verdissimo a ridosso della valle, che ospita la ormai rarissima lontra, sventola la bandiera gialla del Wwf dell’ Oasi di Persano. Un paradiso ecologico visitato ogni anno da circa 20 mila persone. Dal fiume Sele che scorre tranquillo a poche centinaia di metri, si diramano i canali di irrigazione di una terra che produce frutti di qualità riconosciuti con marchi dop e doc. «Abbiamo lavorato una vita su questo territorio, l’ abbiamo rispettato, adesso ci vogliono portare l’ immondizia, il veleno». I cittadini, guidati dal sindaco, hanno protestato per fermare i lavori della grande discarica da 700 mila tonnellate finché non è stata trovata un’alternativa, a Macchia Soprana, un sito da bonificare che potrebbe contenere fino a 300mila tonnellate di rifiuti (in passato ha accolto per diversi anni i rifiuti di Salerno e dei centri turistici della Costiera amalfitana). Il presidente della Provincia di Salerno, Angelo Villani, ha suggerito quattro altre località: Parapoti, Sardone, Basso dell’ Olmo e Polla, dove potrebbero essere trasportate complessivamente altre 400mila tonnellate. In questo modo si raggiungerebbero le 700mila tonnellate prefissato come tetto per la provincia di Salerno. A Montecorvino (in provincia di Salerno) gli abitanti, temendo che per salvare Serre si richiami in ballo la discarica di Parapoti, hanno annunciato «da qui non passerà nessuno». La decisione del governo di «correggere» con un’ordinanza il decreto dell’11 maggio è stata presa malissimo da Guido Bertolaso, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania che ha rassegnato dimissioni poi respinte.
Il governo si è piegato alla protesta di un piccolo comune, adesso c’è un precedente e nessuno vorrà più discariche nei propri confini. A Terzigno la discarica all’interno del parco nazionale del Vesuvio rischia di sollevare un’altra rivolta popolare. Alfonso Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente: «A Serre è successo un fatto importante, che non è stato sottolineato a sufficienza. Provincia e Comune hanno offerto un’alternativa, un sito di ben 106 ettari. Tutti quelli che protestano dovrebbero avere la stessa disponibilità. Per risolvere l’emergenza è necessario che tutti collaborino».
L’ultimo fronte sono i cumuli di rifiuti dati alle fiamme. « opera di delinquenti, da assicurare alla giustizia al più presto. Vandali che imbrattano la città e avvelenano la loro stessa terra, ma anche elementi legati alla camorra, che ha interesse ad alimentare il caos e a far fallire il sistema legale di smaltimento dei rifiuti. Solo in questo modo potrà continuare indisturbata a lucrare sui drammi della Campania».
I nodi che hanno portato all’emergenza in Campania: strapotere delle ecomafie, mancanza di informazione sui vantaggi della raccolta differenziata, scarsa trasparenza nelle decisioni. Alfonso Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente: «Secondo me è dovuta al maxi appalto fatto oltre un decennio fa con cui si affidava a una sola impresa la gestione dei rifiuti per l’intera regione. In base a un progetto che ho sempre criticato, perché non dava garanzie su riduzione della produzione di rifiuti e raccolta differenziata». Quel progetto non ha funzionato? «La Regione ha pagato cifre altissime per ritrovarsi con 5 milioni di ecoballe, cioè di rifiuti imbustati e catalogati come combustibile, stoccati in enormi piazzali. Dovevano essere piattaforme provvisorie, ma sono ancora lì, e i gabbiani ci vanno a mangiare. E allora alla fine l’ho detto: guardate che quella è monnezza, perché i gabbiani il combustibile non lo mangiano. Ora su questo ci sono varie inchieste, ma nel frattempo si è creata una situazione abnorme». La sua idea invece qual è? «Rovesciare la prospettiva: sostenendo raccolta differenziata e riduzione dei rifiuti, usando gli impianti di compostaggio per togliere l’umido da quelli prodotti, e creando un’economia alternativa a quella legata a discariche e inceneritori. Del resto, la Finanziaria dice che l’Italia deve arrivare al 40% di raccolta differenziata entro fine 2007, al 50% entro il 2009, al 60% nel 2011. Ora siamo circa al 28».
Secondo Michele Bonomo, presidente regionale di Legambiente, la stima ufficiale che per Napoli e l’hinterland parla di una raccolta differenziata al 10% (contro una media italiana intorno al 24% con punte virtuose in tre paesi trevisani che arrivano al 90%), va ritoccata al ribasso: «Intorno all’8%». Il che vuol dire che dopo tredici anni di pattume dilagante non solo i campani continuano a produrre 7.345 tonnellate di rifiuti urbani (da aggiungere a 11.084 tonnellate di industriali) al giorno ma nel 92% dei casi buttano questa loro produzione (un quintale in più a testa rispetto alla media nazionale) tutta insieme nei cassonetti. Da dove finisce tutta insieme in «ecoballe» di qualità così scadente da annullare ogni ritorno economico.
I sette impianti campani nati per trasformare l’immondizia in «Cdr» (cioè ecoballe) operano in condizioni tali, per colpa del materiale che arriva e per inadeguatezza propria, da essere stati declassati a semplici impianti di «tritovagliatura». Sminuzzano e suddividono grossolanamente la spazzatura, ma alla fine sfornano la stessa roba che per le sue caratteristiche dovrebbe finire in discarica. Il 65% è «Cdr» di infima qualità, il 25% «fos» (frazione organica stabilizzata) di qualità altrettanto pessima e il 10% è il cosiddetto sovvallo, scarti della lavorazione. Non servono a niente. Tanto è vero che, dalle inchieste giudiziarie, è arrivata la definizione di «sacchetti talequale». Pattume impacchettato così com’era. Pattume che a smaltirlo, ammesso che la magistratura non intervenga subito come ipotizzano i pessimisti, impegnerebbe il nuovo stabilimento di Acerra per un periodo che alcuni valutano in 45 anni e altri addirittura in 56.
Per il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio la priorità è «togliere i rifiuti dalle strade». Per metterli dove? «Ad esempio, nelle cave sequestrate alla malavita organizzata. In Campania ce ne sono almeno 300, attualmente nella disponibilità della magistratura. Naturalmente vanno verificati con attenzione i siti scelti, valutando le compatibilità e i possibili vincoli ambientali e paesaggistici».
Si tratta comunque di ipotesi che richiedono tempi lunghi.
La camorra le «sue» discariche clandestine (225 censite ancora nel 2003 dal Corpo Forestale) le ha tenute aperte. Anzi, paradosso dei paradossi, pare continui a smaltire immondizia velenosa che viene da fuori mentre il Commissariato spende, per portar fuori la propria, una tombola.
C’è addirittura chi ha spacciato per concime un composto di diossina, mercurio, amianto e fanghi tossici provenienti dalle industrie venete e toscane. Così ci ha guadagnando due volte: con lo smaltimento illegale e con la vendita del «fertilizzante» che ha avvelenato la terra. Lo ha scoperto la magistratura che, poco più di un anno fa, ha fatto arrestare i titolari di una ditta specializzata nel trattamento delle sostanze chimiche.
la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania è una storia di errori, assurdità, scelleratezze stupefacenti. Decisioni prese, annunciate, contestate e rimangiate. Subcommissari pagati 400 mila euro l’anno, come per esempio, afferma il rapporto della commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, Riccardo Di Palma, poi presidente della Provincia. Politiche clientelari generosissime con tutti, dalla destra alla sinistra. Consulenze per 9 milioni di euro pagate a 500 «esperti» dal 2000 al 2005. Indecenti compravendite dei terreni (ormai sono circa mezzo migliaio) via via individuati per accatastare le ecoballe, terreni che secondo la commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sono arrivati a volte ad essere «nello stesso giorno, acquisiti da società di dubbia origine e successivamente rivenduti o fittati per un valore più che quintuplicato». Per non dire delle assunzioni a raffica compiute per la «raccolta differenziata». Lavoratori socialmente utili ed ex detenuti e disoccupati organizzati e precari vari: 2.316 persone mai schierate davvero, seriamente, nella guerra santa (lo sarebbe davvero, santa) contro la raccolta caotica e sprecona e demenziale di oggi. A partire dai 34 giovanotti schierati al «call center» ambientale dove, secondo «l’esplicita ammissione dei vertici» della società, ricevono «quattro o cinque chiamate al giorno». Cioè una a testa alla settimana.
Domenica 13 maggio il vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, in prima fila contro la discarica della sua provincia, si era augurato che «Dio ci liberi dalle discariche». La Iervolino: «Sì, ma l’immondizia dove la mettiamo?»