Varie, 22 maggio 2007
SCHELOTTO Gianna
SCHELOTTO Gianna (Giovanna Bochicchio Schelotto) Rionero in Vulture (Potenza) 13 giugno 1939. Psicologa. Sessuologa • «È il 12 maggio 1974. Si vota il referendum sul divorzio: 19 milioni 138 mila 300 italiani (59,30%) dicono no all’abrogazione della legge che lo garantisce. I sì sono 13 milioni 157 mila 558 (40,70%). “Da quella data etica in avanti la coppia è al centro dell’attenzione positiva molto più che in passato”, ricorda Gianna Schelotto. “Si comincia anche a parlare di sessualità e di sessuologia. Io avevo partecipato con grande passione alla battaglia per il referendum”. Sono partiti da lì il suo viaggio nella psicoterapia e il suo interesse per i problemi della coppia. È stata sollecitata anche da problemi personali? “No, ero sposata da 14 anni... No, no. Ero sollecitata, diciamo un po’ volgarmente, dal bisogno di farmi strada. Arrivavo, come psicologa, in un momento particolare e sentivo il bisogno di ritagliarmi uno spazio insolito. Credevo fermamente che il divorzio avrebbe determinato un avanzamento culturale”. Che cosa si proponeva? “Di capire un po’ di più. Vedevo tanta gente in forte sofferenza. La riflessione maggiore nasceva da questa constatazione: si pensava che il divorzio avrebbe aggiustato tutto. [...] Stare insieme, vivere in due non era così facile: non bastava la possibilità di divorziare perché la gente si sciogliesse e vivesse felice e contenta, come nelle favole. Questo mi incuriosiva molto”, risponde Gianna (Bochicchio) Schelotto, nata a Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, genovese d’adozione, studiosa del comportamento umano, scrittrice di una quindicina di libri pubblicati da Mondadori, collaboratrice del Corriere della Sera e di Donna Moderna, autrice con Paola Pitagora della pièce La foresta d’argento rappresentata e accolta benissimo al Piccolo Teatro di Milano. Ha incontrato, e incontra tuttora, pazienti afflitti prevalentemente da disturbi comportamentali, emotivi o mentali? “Ho incontrato persone afflitte da profonde immaturità, soprattutto dalla difficoltà di crescere e di confrontarsi. Di pazienti ne ho avuti e ne ho di tutti i tipi, e questo è il bello del mio lavoro: ogni giorno ti offre la possibilità di stupirti; credi di averle viste tutte, e invece no, c’è sempre qualcosa che ti sorprende [...] Ho fatto anche incontri professionali significativi: per esempio con Willy Pasini e Giorgio Abraham, che in quegli anni erano i sacerdoti della sessuologia. È stato molto istruttivo leggere le loro cose ed essere poi introdotta alle teorie di Masters e Johnson. Tre incontri sono stati molto importanti, per me: il primo con Rodolfo Cheli, un primario romano di gastroenterologia che credeva fortemente negli aspetti psicologici, negli effetti psicosomatici, in particolare sull’ulcera, sui malanni legati alle viscere. Cheli mi ha praticamente costretta ad andare a lavorare con lui in ospedale, a Genova, e, nella quotidianità del reparto, io, che non sono medico, ho imparato a non sottovalutare gli aspetti organici, a non vedere tutto soltanto in chiave psicologica. E mi sono così accostata alla psicosomatica. Parallelamente, Pasini e Abraham mi hanno fatto avvicinare alla sessuologia (che non è altro che un ramo della psicosomatica)”. Quali tecniche psicologiche preferisce: il dialogo, l’investigazione sulle situazioni conflittuali...? “Il dialogo. Ma, soprattutto, lasciar parlare liberamente: una sorta di maieutica, senza che nessuno si aspetti da me dei consigli. Penso che uno psicologo non debba mai darne; deve soltanto aiutare chi soffre a capire perché si trova in certe situazioni e perché ha fatto certe scelte; non deve dire: ‘Questo è giusto’, ‘Questo è sbagliato’, sennò fa il confessore, fa il sacerdote, cosa rispettabilissima, ma è un altro mestiere”. Negli stati particolarmente critici a che cosa si affida? “Alle supervisioni. Mi rivolgo a dei medici, non tanto perché siano più bravi di me, quanto perché sono fuori dalla situazione emotiva e in grado di vedere le cose con più obiettività. Devo dire che gli stati più critici li ho avuti con le ragazze anoressiche, negli Anni Novanta. Di anoressia non se ne sapeva niente. Sono stata la prima a parlarne con il libro Una fame da morire. Mi muovevo in un ambito esclusivamente teorico: in Italia non c’erano grandi riferimenti. Le esperienze più drammatiche le ho vissute con quelle ragazze [...] Ne sono venuta a capo [...] Mi accade di mandare i miei pazienti da colleghi neurologi o psichiatri, per avere uno sguardo più completo sui vari casi. Sono piuttosto laica, rispetto ai farmaci: una persona che deve andare tutte le mattine a lavorare e soffre di un’insonnia assolutamente irriducibile ha bisogno di essere aiutata dal punto di vista farmacologico, anche perché la terapia psicologica richiede più tempo. Con moderazione, cercando di evitare la dipendenza [...] il mio primo saggio, Matti per sbaglio, è nato da alcune sconfitte. Raccontava cinque casi clinici. In particolare la vicenda di un ragazzo, avrà avuto forse 25 anni, che era spaventosamente patofobo. E che colpiva, ogni volta che si presentava da qualcuno, per il lungo elenco che sciorinava di tutti i suoi malesseri: il capello che, quando la mattina si pettinava, andava verso destra invece che verso sinistra, l’odore del cerume... Francamente un nevrotico... Mi era stato mandato da un primario, che mi aveva avvertito: ‘Sano come un pesce. Matto come un cavallo’. L’ho seguito in psicoterapia, scovando mille motivi psicologici: per esempio una grande gelosia per un fratello poliomielitico, che la madre aveva sempre sorretto e privilegiato. Ma continuava a stare male, ad avere disturbi di stomaco. Dopo un ennesimo ricovero, e ulteriori accertamenti, tutti negativi, all’improvviso gli è esploso un cancro che lo ha portato via in una settimana [...] Non era nemmeno un mio insuccesso, ma una tragica fatalità. Arrivare al reparto, al mattino, e sentirmi dire che era morto è stata una cosa terribile [...] Viaggiare nella psicoterapia mi ha rivelato l’inesauribilità delle risorse umane, che mi ha riguardato direttamente. In momenti difficili della mia vita, tragici addirittura, ho scoperto che si riesce a trovare la capacità di elaborare anche i lutti più insopportabili: c’è, da qualche parte, questa capacità; c’è, basta cercarla [...] negli anni, sono diventata più attenta nel mio lavoro. Intanto per l’esperienza accumulata. Mi sembra di essere più intuitiva: di cogliere di più certi atteggiamenti, certi retropensieri. E questo aiuta anche me [...]”» (Luigi Vaccari, “Il Messaggero” 1/10/2007).