Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 21/5/2007, 21 maggio 2007
L a descrizione dell’omicidio sembra la relazione di un manager a un consiglio d’amministrazione che voglia illustrare il risultato raggiunto: «Era un’azione, sotto il profilo dell’operatività, non molto dissimile dalle altre perché richiedeva una copertura non esagerata e l’utilizzo delle stesse modalità già praticate in altre circostanze
L a descrizione dell’omicidio sembra la relazione di un manager a un consiglio d’amministrazione che voglia illustrare il risultato raggiunto: «Era un’azione, sotto il profilo dell’operatività, non molto dissimile dalle altre perché richiedeva una copertura non esagerata e l’utilizzo delle stesse modalità già praticate in altre circostanze... L’azione richiese due persone sull’obiettivo, una terza che fungeva da copertura con il mitra e un autista... Quando lo vedemmo arrivare, i due compagni che dovevano andare sull’obiettivo gli si avvicinarono e fecero fuoco». Così, con ragionieristica preparazione e precisione, fu ammazzato l’avvocato Fulvio Croce, sul portone del suo studio nel centro di Torino. Aveva 76 anni, era il presidente dell’Ordine dei legali della sua città; stava organizzando le difese d’ufficio per i brigatisti che le rifiutavano nel processo ai capi storici del gruppo, e la sua eliminazione rientrava nel progetto di impedire il dibattimento. Accadde trent’anni fa, il 28 aprile 1977, e oggi uno dei suoi assassini, l’ex brigatista Raffaele Fiore, ne parla con il distacco (almeno apparente) che ha coltivato fino a «massacrare il tuo universo emozionale», ad «appiattire l’emozione e assumere una forma di cinismo che altro non è se non un meccanismo di difesa che ti porta a non provare più nulla davanti a qualsiasi situazione». Sei mesi dopo l’omicidio Croce, Fiore ammazzò Carlo Casalegno, vicedirettore de «La Stampa», e il 16 marzo 1978 era in via Fani, a sparare sulla scorta di Moro per sequestrare il presidente della Democrazia cristiana. Subito dopo la strage salì su un treno e tornò a Torino. La sua storia di primo di sei fratelli nato nel 1954, figlio di un operaio e di una casalinga, emigrante al Nord dalla Puglia, operaio a sua volta, rivoluzionario, brigatista rosso, assassino, ergastolano che oggi gode dei benefici di legge che l’hanno tirato fuori dal carcere, è raccontata da Aldo Grandi ne L’ultimo brigatista, biografia di uno dei pochi militanti della banda armata più importante dei cosiddetti «anni di piombo» che ancora non aveva narrato la sua esperienza. Ma nel libro non parla solo Fiore e non si parla solo di lui. In tempi in cui ci si rammarica per il troppo spazio dato ai terroristi e il troppo poco riservato alle vittime, Grandi dà voce anche ai familiari dei morti provocati da Fiore e dai suoi compagni. Il figlio di Casalegno, ad esempio, che con serena freddezza spiega: «Non ho mai creduto che una banda di criminali potesse mettere in crisi uno Stato moderno; ho sempre pensato che può solo assassinare degli individui». Andrea Casalegno non ha mai conosciuto Fiore, «né mi capiterà mai di conoscerlo – spiega – perché non desidero avere contatti con lui. Si può essere ex brigatisti, ma non si può essere ex assassini». Poche pagine più avanti Fiore racconta: «Non ho mai voluto avere rapporti con i familiari delle vittime perché lo ritengo inutile e ipocrita». Ne verrebbero fuori solo frasi di circostanza, aggiunge, tanto più che «con coloro che abbiamo ammazzato non avevamo alcun tipo di rapporto diretto. Il mio, il nostro, era un legame politico. Per noi erano dei simboli, degli obiettivi politici e non persone ». Gli uomini non esistevano. Chi sparava rappresentava il proletariato, e chi veniva ammazzato il potere da abbattere; che poi avesse una moglie, un figlio o un fratello a cui veniva strappato per sempre, era un particolare irrilevante per chi tirava un grilletto guidato dall’idea politica. La cancellazione dell’individuo che s’è verificata allora ha scavato un fossato che non sembra colmabile nemmeno oggi. Troppo grande è la distanza tra chi vede i fatti dal lato delle persone che li hanno subiti, e chi li ha provocati e li spiega con il filtro di un ideale, anche se alla fine restano solo i lutti e il carcere. Altri assassini sono riusciti a intrecciare un dialogo con i parenti di chi hanno ucciso, ma esiste pure l’incomunicabilità seguita al piombo di quella stagione. Così come esistono dei vuoti nella memoria collettiva che questo libro prova a riempire. Ripercorrendo le gesta dei brigatisti e ricordando le vittime dimenticate solo perché poco dopo ne sono arrivate altre più illustri. Successe al giudice Riccardo Palma, assassinato a Roma il 14 febbraio 1978 mentre usciva di casa per andare in ufficio. «Di lì a pochi giorni ci fu il caso Moro – ricorda il figlio – e tutto, indagini comprese, passò in secondo piano. Chi poteva avere interesse a parlare della vicenda di mio padre e degli altri delitti? In realtà essi non servivano. C’era solo il caso Moro». • Il libro di Aldo Grandi, «L’ultimo brigatista», è edito dalla Bur – Futuropassato (pagine 215, La moglie Severina Marone accarezza il corpo di Fulvio Croce: il presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino venne ucciso il 28 aprile 1977 Dall’alto, Riccardo Palma (1915-1978) e l’ex brigatista Raffaele Fiore