Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 20/5/2007, 20 maggio 2007
Giovanni Testori morì il 16 marzo 1993, lasciando un ricco e complesso archivio contenente una enorme quantità di scritti inediti, scartafacci, disegni, lettere che ora sono conservati presso la Fondazione Mondadori
Giovanni Testori morì il 16 marzo 1993, lasciando un ricco e complesso archivio contenente una enorme quantità di scritti inediti, scartafacci, disegni, lettere che ora sono conservati presso la Fondazione Mondadori. L’archivio, custodito dall’erede di Testori, Alain Toubas, e acquisito nel 2001 dalla Regione Lombardia, si avvale, tra l’altro, di 111 quaderni e oltre 5200 fogli. Con lo scopo di mostrare, del lavoro di Testori, «gli aspetti più curiosi e insoliti o quelli tormentosamente ricorrenti, più irriverenti e più profondi», esce ora una scelta di materiali a cura di Paola Gallerani, con il titolo Questo quaderno appartiene a Giovanni Testori, sottotitolo: Inediti dall’archivio, e con una postfazione di Fulvio Panzeri, il maggior studioso di Testori. Il volumetto (147 pagine, 24 e), che viene pubblicato da una nuova casa editrice, Officina Libraria (sito Internet: officinalibraria.com), in collaborazione con la Fondazione Mondadori, presenta una veste grafica molto elegante, a cominciare dalla copertina che riproduce il cartonato blu dei registri contabili De Magistris usati per anni dallo scrittore come diari quotidiani, ma anche per prime stesure, se non proto-stesure, di romanzi, testi teatrali, versi, saggi, schizzi. Quaderni che rappresentano la vera, magmatica officina di Testori. Il «ventre della scrittura», lo chiama opportunamente Panzeri. E in effetti il libro, che propone fotograficamente gli autografi, restituisce, per singoli assaggi, il ricchissimo groviglio del laboratorio testoriano sistemandolo per fasi cronologiche e per nodi tematici puntualmente commentati dalla Gallerani. Così, non deve sorprendere che si cominci con un’autobiografia del ’73, che si prosegua con una frettolosa lettera di Visconti riguardo all’elaborazione dell’Arialda nel ’60 e con uno schizzo intitolato «La finestra sul cortile del Fabbricone », una mappa del caseggiato di ringhiera al centro del romanzo che farà parte dell’epopea dei Segreti di Milano. E poi ancora diversi inediti che testimoniano come Testori lavorasse contemporaneamente su più tavoli: la sperimentazione dialettale in forma di monologo intitolata El Giuan e la Luisa, coeva alla stesura dei Segreti; L’imerio, un dramma teatrale datato 1961, che narra la storia di un giovane industriale comasco; un soggetto cinematografico, La mostarda di Cremona, ambientato nella provincia del boom economico; e tanti altri. La Gallerani ci avverte che «Alain è, al di là della famiglia, l’affetto più intenso e presente: non c’è quasi pagina di quaderno che non sia ricoperta del monogramma ATG (Alain Toubas/Testori Giovanni)». Un inno ad Alain sono I trionfi, in cui si esalta il legame intrinseco tra poesia e disegno. Ma il pezzo più esilarante e «scandaloso», sempre riferito ad Alain (ma questa volta implicitamente), è una Appendix oraziana seguita da un Poema tafanario e scritta alla fine del ’72: si tratta di un testo doppio (una cornice in prosa e una composizione in versi), che il narratore finge di aver trovato in un’antica madia di castagno e che contiene una «titanica invettiva» (come scrive la Gallerani) contro un non meglio specificato «sozzialista registore» (un regista socialista) il quale altri non è che l’amico di Testori, o meglio, a questo punto, l’ex amico Luchino Visconti. I segnali per l’identificazione disseminati nel testo sono molteplici e inequivocabili: dall’amore per i cani alla passione per i vetri lalique. Del resto, il giorno dopo la morte di Testori, già Camilla Cederna fece cenno al Poema, dopo aver evocato la «passione smisurata» che lo scrittore ebbe per Visconti (con il quale aveva collaborato intensamente, ad esempio per Rocco e i suoi fratelli): «Andavo spesso con lui e con amici all’osteria "la Madonna" di Affori, ed eravamo insieme in prima fila la sera della prima della Caduta degli dei; Testori sperava che Alain, il suo giovane amico, considerato quasi un figlio, di grande bellezza, apparisse sullo schermo, come Luchino aveva promesso. Ma no, non se ne vide un piede. E allora esplose l’ira di Testori. A alla solita "Madonna" ci lesse dei sonetti tremendi contro il regista traditore, per la verità anche molto divertenti». Eccoli qui, ora. Non si tratta di sonetti, né il film che scatenò l’invettiva fu La caduta degli dei ma Ludwig, che sarebbe stato proiettato nelle sale agli inizi del ’73, del resto dopo un tormentoso lavoro di taglio (di cui dovette esser vittima lo stesso Alain). In breve, va detto che l’Appendix riprende personaggi e ambienti dell’Ambleto, alla cui messinscena Testori stava lavorando proprio in quei mesi e che avrebbe debuttato il 16 gennaio 1973 nel neonato Salone Pier Lombardo. Nella premessa, il narratore racconta manzonianamente il ritrovamento da parte della Società comasca per gli studi di storia patria di un diario manoscritto e frammentario attribuibile alla mano di Orazio, l’amico dello «scarno, rotto, ruttante» Ambleto, principe di Lomazzo. Il tutto è un fuoco d’artificio, tra il goliardico e il finto- popolaresco, con neologismi maccheronici e coniazioni lessicali oscene, paragoni scatologici e deformazioni irriverenti e decisamente volgari. Orazio descrive l’incontro con un altro «prence» la cui «intitolassione» «era stata comperata dalla sua famiglia di lui proprio come se si trattasse de soppresse ovverosia formagella». In realtà ciò che più lo colpisce è «la negromanteria, il rebus di quel meccanismo de spetasciamento» della realtà sul muro o sulla tela (insomma, sullo schermo cinematografico), di cui il «prence» si definisce «registore». Nel cui «fisicume» si nota, tanto per cominciare, «uno smollamento delle guanze (...), pendolentes, come dei bargilli, come dei scroti di vecchissimi pissatori o come ho veduto ’rivare alle madame che hanno la usansa de farsi fare e poi anca rifare la fassàda». Un lifting andato a male, con aggiunta di numerosi e di una «nevrastenicheria» e uno «svenevolismo» di «exacerbatissima sitella e in di più troia». Nella sua visita, Orazio resta infastidito dal «cagname» che scorazza nella villa e che tende a mettere il muso ovunque, anche in luoghi impronunciabili. Al che si aggiungono le foreste di suppellettili, i «tauri», il «vasellame libertineggiante», i «belischi de marmore», le «tappeterie», le «mobilerie», i libri tenuti lì non per lettura ma «per beltade» e le tele che Orazio insinua essere delle croste («inculazioni»). «Per la madoccina … Non male per un vuomeno sossiale…»: niente male per un socialista, esclama tra sé il malcapitato. solo la premessa delle invettive poetiche in dieci strofe. La seconda tocca l’apice dell’oscenità, da far invidia alla tradizione comica di Cecco Angiolieri, Burchiello e Berni: l’autore si augura di poter andare «assaissimo presto/ a cagare» e a far altro «sul sepolcro de te,/ registore de due soldi/ neanca tre». Il furore inventivo di Testori si attenua dove annota che «del tuo registrare inzolamente resta/ il grattugiare d’una voze gallinante e pesta» e dove allude a «uteriniche rappresaglie» di cui resta solo «una sfigata marcia di frattaglie». Testori-Orazio se la prende non solo con il «registore» che ha rovinato i suoi «producenti», ma con il traditore dell’ideale «sozziale-marzista-popolare» sventolato ai quattro venti. Un uomo che dispone di ville, cuochi, servitù, vasellame e cameriere, e che si proclama «in del fondello» socialista, ha un solo destino: rimanere «nubile semper, sed fazzista» e per di più «sensa più anema e coglioni». Perché in realtà il suo obiettivo non è la «sozzietade sozziale / imbensì quella per azioni». Mica male. Se si pensa, tra l’altro, che lo stesso Testori qualche mese prima aveva scritto una apologia di Visconti (54 pagine dattiloscritte e ancora inedite) esaltandone in positivo le passioni (cani e vasellame compresi), descrivendone il gentile tratto psicologico, la solitudine e ripercorrendone l’approdo al cinema e i meritati trionfi. Solo alla morte del «registore», nel ’76, Testori tenne un pubblico discorso commemorativo alla Scala dove dichiarò senza mezzi termini il suo pentimento.