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 2007  maggio 17 Giovedì calendario

I contenuti generati dagli utenti trasformano i media. Ne nascono nuovi modelli di business. Nova Il Sole 24 Ore 17 maggio 2007

I contenuti generati dagli utenti trasformano i media. Ne nascono nuovi modelli di business. Nova Il Sole 24 Ore 17 maggio 2007. Tumblr. Twitter. Bebo. E naturalmente Last.fm, Digg, Linkedin. Il mondo dei media tradizionali aveva appena finito di stupirsi per il successo di Wikipedia, MySpace e YouTube. Non da molto aveva accettato concetti come blog, wiki, network sociali. E vede profilarsi di fronte a se un pullulare di novità clamorose da interpretare. chiaro che non è il momento della stabilità ma quello della fioritura di iniziative. Probabilmente molte falliranno e alcune saranno famose. Ma di certo, attraversato questo processo caoticamente creativo, il mondo dei media non sarà più lo stesso. Al momento, ci sono tre parole che unificano i pensieri, le angosce, gli studi, le speranze di molti osservatori dei media, dagli economisti dell’Ocse ai ricercatori della Nielsen, dagli analisti della Fondazione Einaudi e della Fondazione Rosselli ai consulenti dell’Accenture e a molti editori tradizionali che stanno sviluppando strategie innovative per internet. E quelle tre parole sono: user generated content, contenuti generati dagli utenti. Perché tanto interesse? Perché riguardano una crescente quantità di persone attive, critiche, creative. E ci si domanda quale impatto avranno sul sistema dei media. All’Ocse, calcolano che il 35% delle persone connesse in larga banda abbia pubblicato qualcosa sul web, il 25% di coloro che hanno meno di 30 anni ha un suo blog, la metà dei teenager fa parte di un network sociale in rete. In Giappone, 8,7 milioni di persone hanno un blog. In Corea del Sud il 50% degli internettiani ha un blog. In Cina, il 43% delle persone che accedono alla rete usa le bacheche elettroniche e i forum, mentre il 24% usa un blog. Inoltre, il tempo che la gente passa con i siti che consentono di pubblicare qualcosa in rete è sempre più lungo. Nel Regno Unito addirittura 4,2 giorni al mese (tanto per avere un metro di paragone gli italiani che usano internet in media si connettono per 18 ore e mezza al mese, secondo la Nielsen/NetRatings). Il fenomeno è globale. Riguarda chi pubblica video su YouTube o foto su Flickr. Ma anche chi cerca colleghi con Linkedin, scambia scelte musicali su Last.fm, segnalazioni di notizie su Digg, link su Del.icio,us, fa marketing personale su MySpace. C’è chi gioca a far sapere agli amici che cosa sta facendo minuto per minuto su Twitter. E chi prende pubblicamente appunti su quello che legge online con Tumblr. La quantità di informazione che ne emerge è gigantesca. E cresce a vista d’occhio. Con quali conseguenze? Maggiore concorrenza ai media tradizionali. Diffusione di punti di vista alternativi a quelli convenzionali. Qualche forma di illegalità. E soprattutto un enorme potenziale creativo in più. E come al solito, di fronte a tutto questo, alcuni sperano altri si preoccupano. All’Ocse cercano di capire. E faticano. Perché le motivazioni di coloro che sviluppano i propri network sociali in rete non sono sempre quelle previste dai manuali di economia: «La maggior parte delle attività di chi crea contenuti e li pubblica in rete è svolta senza alcuna aspettativa di una remunerazione o di un profitto». Gli economisti non sono a loro agio. E se non è per i soldi, perché lo fanno? «Tra i fattori motivanti si osserva il bisogno di creare relazioni con altri, esprimere se stessi e forse ottenere un certo livello di notorietà o prestigio». E non è facile prevedere quali sono gli effetti economici di un fenomeno che a quanto pare ha ben poco di economico. I media tradizionali concentravano in una filiera unica tutte le funzioni dalla produzione alla trasmissione e alla vendita, passando da ogni sistema possibile per rendere credibile, gradevole e qualitativamente valido il loro contenuto. Ne ottenevano attenzione, fiducia e persino un pagamento per l’acquisto del contenuto. I contenuti generati dagli utenti svolgono le stesse attività ma senza ricorrere a professionisti. La produzione e la distribuzione sono fatte in casa. La credibilità è costruita in base alle relazioni, ai link tra pari, alla reputazione e alla fama che ciascuno si conquista sul campo. Tra gli amici, naturalmente: una ricerca citata dall’Ocse segnala che il 62% dei contenuti online visti dai ventunenni è generato da qualcuno che già conoscono offline». Con questo sistema, non professionale ma efficace, una quantità di attenzione devia dal mondo dei media tradizionali verso questo mondo dei contenuti generati dal pubblico. La pubblicità se ne accorge e ne tira le conseguenze spostanto i budget dai siti tradizionali a quelli che si occupano di social network. Le piattaforme, come Dada, che riescono a vendere servizi per facilitare le relazioni tra pari raggiungono fatturati record in un contesto nel quale il pubblico si pensava fosse molto restio a pagare. E diversi servizi nuovi cercano fortuna conquistando pubblico in cambio di fama sperando di essere acquistati dalle grandi compagnie mediatiche tipo Google. Come risponderanno i media tradizionali? C’è solo un modo. Abbandonando l’abitudine al controllo. E imparando i segreti dell’economia della simbiosi: il pubblico attivo non si lascia controllare da nessuno, ma accetta di essere servito con efficienza e restituisce attenzione e rispetto. Bisogna che ci siano piattaforme, servizi di ricerca, giornali che selezionino le notizie, professionisti che propongano l’agenda del giorno o seguano la cronaca. Quello dei network sociali non è un mestiere alternativo. Genera effetti mediatici. Ma non pensa in termini economici. Va ascoltato. E il suo fondamentale suggerimento ai media tradizionali è chiaro: cercate la qualità. Luca De Biase