La Stampa 18/05/2007, pag.40 GABRIELE BECCARIA, 18 maggio 2007
”La città verticale salverà l’umanità”. La Stampa 18 Maggio 2007. Se le megalopoli sono donne, Mexico City è la squillo con troppi clienti e Tokyo è la geisha impeccabile
”La città verticale salverà l’umanità”. La Stampa 18 Maggio 2007. Se le megalopoli sono donne, Mexico City è la squillo con troppi clienti e Tokyo è la geisha impeccabile. Shanghai è una tecnocrate con la fissazione dell’efficienza e Mumbai è una diavolessa che salta dal Medioevo al XXI secolo e ricade nel passato remoto, facendo disastri a ripetizione. Nello sguardo severo dell’inglese Richard Burdett scorre il mondo schizofrenico delle città, invece di quello stantio delle nazioni. Architetto, urbanista, professore, consulente del sindaco di Londra Ken Livingstone, curatore del progetto «Urban Age», direttore della Biennale Architettura di Venezia è l’uomo del momento per capire se di metropoli moriremo: ancora un trentennio - dicono le previsioni - e i tre quarti dell’umanità saranno fagocitati nell’universo di cemento-acciaio-vetro-baracche. Professore: le città consumano e inquinano troppo: c’è modo di governarle? «Il problema non sono i numeri in assoluto, ma i ghetti. Sono appena tornato da Mumbai, l’ex Bombay, e ho visto famiglie miserabili affollare la vecchia zona portuale, dove si smontano le navi con le gru e con le mani. Si vive nel caos, in baracche che i poveri subaffittano a chi è ancora più povero e i bambini perdono un piede o un braccio perché non possono stare se non sul bordo della strada e vengono schiacciati dalle auto a tutta velocità. E’ l’esempio di come i problemi fondamentali delle megalopoli siano tre». Quali? «Abitazioni, sistema dei trasporti e lavoro». Solo in India e Cina quasi 350 milioni di persone vivono in bidonville. Chi riuscirà a dare loro una casa decente? «Pensiamo alla popolazione di Mumbai: potrebbe superare quella di Tokyo già entro il 2025 e il 60% sarà prigioniera degli slum. Se non ci sarà una decisa politica di urbanizzazione - e al momento manca - la situazione precipiterà. E la questione coinvolge ogni concentrazione urbana dell’India: dove finirà questa gente? La sottoclasse cadrà ancora più in basso, ampliando la voragine tra le bidonville e i condomini stile Manhattan da un milione di dollari? Le città devono investire nell’edilizia pubblica, altrimenti diventano un crogiolo di conflitti, come dimostrano i recenti scontri tra polizia a contadini a Kolkata, l’ex Calcutta». Anche i trasporti, spesso, sono al collasso, dal Terzo al Primo Mondo. «Pensi a Mexico City: continua a crescere a macchia d’olio, mancano vere reti di comunicazione e così si sprecano anche quattro ore al giorno per andare a lavorare. A Tokyo, invece, non si supera l’ora e mezza per spostarsi da casa all’ufficio e infatti l’80% della gente utilizza metropolitane e bus. Ridurre il ”commuting” - il pendolarismo - è fondamentale». Come ci si riesce? «In modo semplice ed economico, come a Bogotà. E’ stato il sindaco Peñalosa a cambiare l’assetto urbano di una città ingovernabile, realizzando prima di tutto una rete efficiente di bus e di corsie preferenziali per i ciclisti e poi costruendo scuole e biblioteche in ogni quartiere. Violenza e droga sono diminuite, il livello di alfabetizzazione è ora il più elevato del Sud America e la vecchia capitale dei narcos aspira a diventare la Barcellona del nuovo millennio». E c’è la questione del lavoro, ancora più spaventosa. Non è così? «E’ l’altro punto che devono affrontare le classi dirigenti: come si vogliono sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione? Aiutando le persone ed esaltando il potenziale civile e democratico delle città o lasciando la crescita a se stessa, come a San Paolo e a Johannesburg, dove le ”ghetto communities” diffondono il terrore e impongono muraglie per separare gli spazi urbani?». Riassumendo, lei ha spesso dichiarato che ogni metropoli, se vuole funzionare, deve avere confini precisi. Che cosa significa? «Si deve applicare il modello ”urban growth boundary”, ideato da Patrick Abercrombie nel 1943, quando Londra era sotto i bombardamenti delle V1. Stabilì dei limiti invalicabili, segnati da una cintura verde intorno alla capitale, e tanti insediamenti satellite all’esterno. E’ il principio che ho suggerito al sindaco Livingstone: i soldi si devono investire nel centro. Hong Kong e New York sono vivibili perché compatte e verticali. Dovreste ricordarlo anche voi italiani». Qui avviene quasi il contrario. O no? «In Italia le periferie non smettono di espandersi e l’hinterland di Milano mi fa venire in mente Los Angeles. Dove finisce Milano e dove inizia Torino? La città limitata, invece, è essenziale e Torino dimostra di avere un’idea di città, con il restauro delle piazze come spazi simbolici e anche collettivi». A New York i sindaci di 46 metropoli testano tante ricette per la sopravvivenza e la lotta all’effetto serra. Qual è il suo suggerimento? «Fare come a Londra, dove è stato creato un fondo per nuovi edifici biocompatibili e per rinnovare quelli esistenti con i criteri del risparmio energetico e del taglio delle emissioni. Le città devono diventare organismi sostenibili. Oppure non ci sarà futuro». GABRIELE BECCARIA