Corriere della Sera 18/05/2007, pag.53 SERGIO ROMANO, 18 maggio 2007
Il conflitto d’interessi e il caso Berlusconi. Corriere della Sera 18 maggio 2007. E’ tornato alla ribalta il tema del conflitto di interessi e vorrei prendere spunto per chiarire quella che è la vera tradizione delle Destra in Italia
Il conflitto d’interessi e il caso Berlusconi. Corriere della Sera 18 maggio 2007. E’ tornato alla ribalta il tema del conflitto di interessi e vorrei prendere spunto per chiarire quella che è la vera tradizione delle Destra in Italia. E’ mia opinione infatti che un uomo di Destra non potrebbe mai presentarsi nell’agone politico senza aver prima ripulito il campo dal ben che minimo sospetto di voler fare i propri interessi anziché quelli dello Stato. Quintino Sella, solo per fare qualche esempio, appena nominato ministro del Tesoro vendette la sua azienda tessile e mise il ricavato in Buoni del Tesoro. Così anche Sonnino, appena nominato ministro degli Esteri, vendette le sue interessenze (miniere e metalli) sul monte Amiata per investire anch’egli tutto in Buoni del Tesoro. E’ questa la vera tradizione della Destra in Italia o meglio, per dirla come Montanelli, «dell’altra Destra, quella che non vince mai, e che appunto per questo rimane regolarmente l’altra. Ma sempre più persuaso che, senza questo altro liberalismo, l’Italia non sarà mai né una Democrazia, né una Nazione». Antonino Mercurio - Palmi (Rc) Caro Mercurio, non tutti i maggiori esponenti della Destra storica adottarono la stessa decisione. Non credo ad esempio che il barone Bettino Ricasoli, proprietario di grandi vigneti nella regione senese del Chianti, abbia venduto le sue terre. E mi sembra di ricordare che i Sella continuarono a essere una delle maggiori famiglie imprenditoriali di Biella. Vi furono anni in cui l’attività politica era il servizio non retribuito che una personalità pubblica rendeva al suo Paese; ed era comprensibile, in quelle circostanze, che un industriale o un agricoltore conservassero la proprietà dei loro beni. Il problema acquista maggiore importanza a mano a mano che lo Stato assume nuove funzioni, soprattutto economico- finanziarie, e prende decisioni regolamentari che possono avere una considerevole influenza sulle fortune di un’azienda o di un patrimonio. Non vi è dubbio che ogni Stato moderno, oggi, deve avere qualche strumento legislativo che gli consenta di sciogliere il nodo dei possibili conflitti d’interesse. L’Italia ha tardato a porsi il problema perché la classe dirigente, anche all’interno dei partiti politici, ha cercato di non farsi legare le mani da norme che avrebbero imposto limiti alle loro attività economiche. In un certo senso dovremmo essere grati a Silvio Berlusconi. La sua «discesa in campo» ha reso evidente ciò che sino ad allora era stato nascosto nell’ombra delle cose non dette e dei peccati non confessati. Se parliamo di conflitto d’interessi e se il Parlamento se ne sta ancora una volta occupando in questi giorni sulla base di un nuovo progetto, lo dobbiamo paradossalmente a lui. Ma Berlusconi è anche, contemporaneamente il maggiore ostacolo all’adozione di una legge che sia socialmente utile e politicamente equa. Se il leader di Forza Italia fosse proprietario di un portafoglio mobiliare, la legge potrebbe imporgli di affidarlo a un «fondo cieco» (in inglese blind trust), gestito da un commissario con i criteri del pater familias. Ma Berlusconi, come ha spiegato Giovanni Sartori sul Corriere del 12 maggio, è proprietario o comproprietario di aziende: canali televisivi, banche, società d’assicurazione, case editrici. Se le azioni di queste imprese venissero affidate a un commissario, il fondo non potrebbe essere «cieco» perché tutti, compreso il proprietario, saprebbero come viene gestito. Qualcuno cerca di aggirare l’ostacolo stabilendo che non può avere cariche di governo chi ha un patrimonio superiore a 15 milioni di euro. Ma si tratterebbe, come è stato osservato, di una norma punitiva. Altri, come Stefano Passigli («La nuova legge del conflitto d’interessi? E’ la vecchia, della destra», l’Unità del 9 maggio), sostiene che il proprietario di imprese di comunicazione dovrebbe essere costretto a vendere. Ma è probabile che una tale norma verrebbe contestata di fronte alla Corte costituzionale. Vi è poi, caro Mercurio, un’altra difficoltà, ancora più grave. Berlusconi non è soltanto un industriale in politica. E’ anche il leader del maggiore partito nazionale, il capo dell’opposizione, la persona che ha maggiormente contribuito alla considerevole rimonta del centro-destra nell’ultima campagna elettorale. Che cosa conta di più in democrazia: la necessità di una buona legge o il voto degli elettori? Non sarà facile fare una legge che non appaia diretta principalmente a risolvere il «caso Berlusconi» e non crei quindi più problemi di quanti ne risolva. Non dimentichi tuttavia che contro il conflitto d’interessi esiste un altro strumento: la vigilanza del Paese e dei mezzi d’informazione. Questo strumento non ha impedito a Berlusconi di ottenere dal Parlamento, durante l’ultima legislatura, un certo numero di leggi ad personam. Ma credo che per quelle leggi Berlusconi abbia pagato un prezzo: la delusione di molti italiani che avevano riposto qualche speranza nella sua partecipazione alla politica italiana. SERGIO ROMANO