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 2007  maggio 18 Venerdì calendario

La figlia di Custra: soffro ma perdono Voglio incontrare chi ha ucciso papà. Corriere della Sera 18 maggio 2007

La figlia di Custra: soffro ma perdono Voglio incontrare chi ha ucciso papà. Corriere della Sera 18 maggio 2007. NAPOLI – La vita di Antonia Custra cominciò un mese e mezzo dopo che quella di suo padre era stata stroncata. Trent’anni fa. Di lui Antonia ha lo stesso nome, tante foto e nessun ricordo. Non ha mai nemmeno visto la città dove sarebbe dovuta crescere. La mamma, napoletana, era tornata a casa per partorire, ma il suo futuro era a Milano. Non ci è mai andata. E non sa che faccia abbia via De Amicis, dove il 14 maggio del 1977 il vicebrigadiere di polizia Antonio Custra, in servizio al reparto celere, fu ammazzato da un proiettile calibro 7,65 esploso dall’autonomo Mario Ferrandi durante una delle giornate più violente che quell’anno abbia consegnato alla sua storia piena di scontri di piazza. Ferrandi è stato condannato, ha scontato la pena e ora è libero. Ma Antonia non lo ha mai visto ai processi, non ha mai saputo che viso e nemmeno che nome avesse quel ragazzo di trent’anni fa che la sua rivoluzione la fece segnandole la vita prima che lei iniziasse a vivere. Ma per trent’anni l’ha odiato come un fantasma, Antonia. L’ha odiato mentre cresceva sola con la mamma, l’ha odiato mentre scopriva che essere figlia di una vittima del terrorismo non l’aiutava neppure a trovare lavoro. L’ha odiato mentre lottava con la depressione, l’anoressia, la bulimia. L’ha odiato a ogni psicofarmaco che ha dovuto inghiottire, a ogni seduta di psicoterapia. L’ha odiato davanti al taccuino del primo giornalista che le ha dato l’opportunità di parlare. Meno di una settimana fa, in un’intervista al Giornale, Antonia ha raccontato di aver saputo solo di recente da Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso a Milano nel 1972, dell’esistenza di Ferrandi: «Ora che ho dato un nome all’odio, devo potergli dare anche un volto». Poi quel volto lo ha visto, sulle pagine dello stesso giornale. E ha smesso di odiare. Non solo: «Sono pronta a perdonarlo», dice al Corriere. «Vorrei che venisse qui da me, e che ci guardassimo negli occhi tranquillamente io e lui». C’è addirittura dolcezza nella voce di Antonia Custra mentre parla dell’uomo che le ha ucciso il padre. «Mi dispiace che abbia saputo del mio odio per lui dalle pagine di un giornale. Ma ho smesso di odiarlo. Ora mi è tutto più chiaro, ora so che siamo due vittime della stessa tragedia. Io sono divorata dalla rabbia di non aver mai conosciuto mio padre, lui è divorato dai sensi di colpa per quello che ha fatto. E quindi a che serve continuare con l’odio, con il rancore? Ho letto che prende antidepressivi come me, e io lo so che cosa significa soffrire tanto da dover ricorrere a quei medicinali. Lo so che cosa si prova a non avere la forza di vivere. Vorrei che non ne avesse più bisogno lui come vorrei non averne io». Antonia spera che l’incontro avvenga e che avvenga presto, anche se lei ancora non se la sente di andare a Milano. «Tante volte il cuore mi dice di partire, di andare lì a vedere dove è vissuto e dove è morto mio padre. Ma non ci riesco, non ce la faccio». Però se Ferrandi si farà vivo «sarò prontissima ad accoglierlo. Forse questo è il solo modo perché sia io che lui si riesca a superare il dolore che ci portiamo dentro da trent’anni. Io voglio cominciare a vivere davvero, soffro da quando sono nata, e in certi periodi, come adesso, non riesco neppure ad andare a lavorare». Antonia è impiegata civile dell’amministrazione dell’Interno, non è diventata poliziotta come il papà, ma con i poliziotti ci lavora fianco a fianco. «Da due mesi sono in malattia, ma non vedo l’ora di sentirmi in condizioni di andare in ufficio. anche arrivato il trasferimento che aspettavo, sono stata assegnata alla questura centrale. Per me sarà un’emozione entrare in questura». Ma l’emozione più grande per Antonia resta quella di riuscire un giorno ad andare in via De Amicis. «Forse il sindaco Moratti farà mettere una targa in memoria di mio padre, chissà se riuscirò a esserci anch’io, quel giorno». Intanto ringrazia il presidente Napolitano: «Certo, il commissario Calabresi sanno tutti chi era e invece tanti non sapranno chi era il vicebrigadiere Custra, ma il presidente ha voluto ricordare tutte le vittime. Lui si è ricordato di noi. E con il giorno della memoria ha fatto in modo che se ne ricordino tutti». Fulvio Bufi