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 2007  maggio 18 Venerdì calendario

LA TURCHIA ALLA PROVA

Corriere della Sera 18 maggio 2007. Anche la Turchia nell’Unione Europea, che appare già tanto eterogenea e superestesa? I negoziati si trascinano a Bruxelles fra disparati pareri. Nella campagna presidenziale francese, Nicolas Sarkozy s’è più volte dichiarato contrario: «Quella è Asia Minore, non Europa». Magari, con eccezione per l’esiguo lembo di Tracia residuato dai possedimenti ottomani. Eppure, in Europa è diffuso l’argomento che i 75 milioni di turchi, 99,8 per cento musulmani, possono associarsi all’Ue come tramite favorevole a scongiurare lo «scontro di civiltà». E poi, volendo anche rievocare alcuni dati storici, la questione non si presenta semplice.
I giudizi a favore di Ankara si fondano, fra l’altro, su vicende di lunga durata. Dopo la Prima guerra mondiale, i turchi furono in larga misura europeizzati con le riforme di Kemal Ataturk, 1923, che depose il sultano Maometto VI e decretò l’adozione dell’ alfabeto latino, del sistema metrico decimale, del calendario occidentale, proclamando la repubblica laica. Dopo la Seconda guerra mondiale, dinanzi all’incombere dell’impero Urss, i turchi furono strenui alleati degli euroamericani. Con l’adesione alla Nato, nel 1952, costituirono un solido baluardo a presidio dell’ingresso nel Mediterraneo. Da ultimo, s’è avuto il fenomeno delle ingenti e laboriose masse immigrate nell’Europa centrale con reciproco vantaggio.
Ma è davvero prevedibile che l’apertura dell’Ue alla Turchia, sia pure al rischio d’essere poi coinvolta nella repressione dei curdi, tornerebbe utile a un miglioramento dei rapporti con il mondo islamico? Da tempo, crescenti tensioni dividono laicisti e islamisti all’interno di quella società ormai discorde sulla propria identità. Lo scenario si complica, nell’era del pervasivo islamismo.
Già un anno fa il presidente Sezer, ora giunto alla scadenza del mandato, accusava il governo di compromettere la moderna laicità dello Stato, insidiata spesso malgrado la moderazione in materia confessionale del premier islamico Erdogan. Seguirono alcuni episodi oscuri, anche se non imputabili al governo, come l’uccisione d’un giudice noto per il suo risoluto laicismo. Delitto di Al Qaeda, «lupi grigi», occulte fazioni oscurantiste? Era comunque l’annuncio di tempi torbidi.
Nelle recenti settimane, la maggioranza parlamentare richiesta è mancata due volte al candidato di Recep Erdogan per la successione presidenziale, Abdullah Gul, considerato incline al movimento panislamista. Più oltre, i vertici militari hanno intimato a Erdogan e al suo partito Akp di rispettare i principi tramandati dal kemalismo. Poi nelle maggiori città, Istanbul, Ankara, Smirne, imponenti moltitudini hanno invaso le piazze per manifestare contro il governo e le sue ambiguità, le forze che rivendicano l’imposizione della rigida legge islamica, il temuto intervento militare: «Ne sharia, né golpe». L’ultima di quelle proteste, a Smirne, ha seguito l’esplosione d’una bomba. Tuttavia, nelle regioni interne dell’Anatolia risulta più diffusa la devozione all’integralismo, che moltiplica i suoi proseliti.
L’esito delle prossime elezioni generali, anticipate al 22 luglio, appare incerto secondo gli osservatori. A questo punto, sulla prospettiva dei rapporti tra Bruxelles e Ankara, la risposta primaria compete proprio agli elettori dell’assemblea nazionale turca.
ALBERTO RONCHEY