Vanity Fair 24/05/2007, pagg.168-172, 24 maggio 2007
Io & Manuela. Vanity Fair 24 maggio 2007. Parliamo di donne?», mi chiede Umberto Bossi. Perché? «Vanity Fair non è un giornale da donne?»
Io & Manuela. Vanity Fair 24 maggio 2007. Parliamo di donne?», mi chiede Umberto Bossi. Perché? «Vanity Fair non è un giornale da donne?». Lo leggono anche molti uomini. «Sarà. L’unico giornale che entra in casa mia è La Padania». Sabato 5 maggio, tarda serata. La conversazione tra me e Umberto Bossi, 65 anni, segretario federale della Lega Nord, inizia così. Siamo seduti nell’atrio di una scuola elementare di Bergamo; al piano di sopra, nell’auditorium, proiettano il film di Renzo Martinelli Il mercante di pietre, storia di un italiano convertitosi all’Islam e al terrorismo. Segue dibattito organizzato dalla Lega. La sala è piena. Quando l’auto del segretario è arrivata, circa due ore prima, una folla gli è subito andata incontro. Sono uomini, donne, intere famiglie; lo chiamano «Senatùr », lo toccano, gli mettono in braccio i bambini, chiedono di poter scattare fotografie. Bossi cammina lentamente, si ferma a parlare con tutti. Confusa tra la gente, non smetto di fissarlo; lui se ne accorge e viene dritto verso di me. «Tu sei nuova. Come ti chiami?», mi chiede. «Sono Sara Faillaci, di Vanity Fair», rispondo. Non dice più niente, prosegue. Quando esce dalla sala del film per fumare un sigaro, mi si siede vicino. In pochi minuti, intorno a noi si forma un capannello di fedelissimi. Io faccio le domande dandogli del «lei», lui risponde con il «tu» e rivolto verso i suoi uomini. La sua voce, che la malattia costringe ancora a un sussurro, provoca reazioni e risate rumorosissime. Bossi è allegro e vuole parlare di donne. «Lo vedi questo qui?», dice, indicando un ragazzo alto e grosso. « un ex pugile che ha mandato otto uomini ko, ma in casa sua non conta niente e le piglia dalla moglie». Parliamo delle sue, di donne. «Se parliamo di me, ce n’è una sola: mia moglie. Sì, la Manuela è stata brava. Se non ci fosse stata lei durante la mia malattia, non so come avrei fatto». Giovedì 11 marzo 2004. Nella notte Umberto Bossi, all’epoca ministro per le Riforme istituzionali e la devoluzione, ha un malore. All’alba lo portano all’ospedale di Cittiglio, il più vicino alla sua casa di Gemonio. I medici sospettano un infarto; alle 9 la situazione si complica per un edema polmonare e lo trasferiscono all’Ospedale di Circolo di Varese. La prognosi è riservata. Non viene eseguito nessun intervento chirurgico, ma per un mese Bossi è tenuto in coma farmacologico. Ogni giorno, il mio direttore mi manda a Varese, davanti all’ospedale. Tra centinaia di militanti leghisti che piangono e attendono notizie sul loro Capo, noto una donna dai capelli castani, piccola di statura, sobria nel vestire. Arriva sempre alla stessa ora, scende da un’auto sul retro; ha il viso sereno, a volte sorride. Manuela Marrone, maestra elementare. La moglie. Se li ricorda quei giorni? «Molte cose me le hanno raccontate. Per esempio, mi hanno detto che la Manuela ha voluto studiare le mie cartelle cliniche e ha deciso lei di farmi trasferire in Svizzera». Era ancora cosciente quando quella mattina è arrivato in ospedale? «Sì. Avendo studiato Medicina, avevo provato a muovere braccia e gambe e funzionava tutto. Invece, quando mi sono risvegliato, non funzionava più niente. Allora ho chiesto: ”Ma che cosa mi avete fatto?” (la voce di Bossi, fioca e gutturale, conserva intatto lo stupore). Pensando che si trattasse di un infarto, mi avevano fatto una coronarografia. Ma io l’avevo detto subito, appena arrivato a Varese, che non era un infarto: non avevo sentito dolore, avevo solo un’insufficienza respiratoria. Invece mi hanno fatto quell’esame che mi ha provocato tutto il casino al cervello». Quindi i danni che ha riportato sarebbero la conseguenza di una diagnosi sbagliata? «Sì, purtroppo anche i medici sbagliano. Non me la prendo con l’ospedale di Varese, la clinica l’ho fatta costruire io. Però con quella coronarografia mi hanno rovinato: inserendomi i tubi che portano i liquidi a contrasto nelle coronarie, hanno smosso qualche placca che poi è salita al cervello». Le prime parole che ha detto a sua moglie risvegliandosi dal coma? «Manuela, hanno fatto un pasticcio, ma non ti preoccupare, sopravviverò». Poi che cosa è successo? «Il 3 maggio lei e i miei uomini mi hanno portato in Svizzera con un’ambulanza, di notte. Per me la Svizzera è stata un incubo: non capivo chi ero, dove mi trovavo, sentivo persone parlare in lingue straniere. Ero in totale confusione. Per fortuna un primario tedesco si è accorto che stavo male e ha detto a mia moglie, che era sempre rimasta con me, di portarmi a casa, che se rimanevo lì mi sarei lasciato morire». Quando ha iniziato a stare meglio? «Già sull’elicottero che mi riportava in Italia. Mentre passavamo i monti del Lago Maggiore, un medico mi ha detto: ”Là c’è casa sua”. Ho guardato e ho riconosciuto un cementificio dove andavo con mio padre da bambino (lunga pausa). Da lì ho iniziato a ricostruire tutto. Una volta nella clinica sul Lago Maggiore, sapere che oltre la montagna c’era casa mia mi ha aiutato a ricordare piano piano chi fossi, a trovare i riferimenti, a collegare i fatti della mia vita». Si ricorda che cosa ha provato la prima volta che è tornato a casa sua, a Gemonio? «Prima di arrivare c’è una curva strettissima. Abbiamo girato e l’ho vista. Mi sono messo a piangere abbracciato alla casa » (rigira il sigaro ormai spento tra le dita, poi lo stringe forte tra le labbra). Perché, dopo una malattia del genere, ha ripreso a fare politica? «Perché senza politica non posso vivere (fa una pausa, il respiro diventa affannoso). E per mio padre». Perché suo padre? «Perché è stato mio padre a mettermi in testa un sacco di cose. Era un tessitore di Gallarate e mi diceva sempre: qui c’è un sacco di gente, imprenditori, lavoratori, che non sono contenti, ma nessuno ha il coraggio di dire come stanno davvero le cose. Allora, alla fine degli anni Settanta, quando mi sono trovato a fare politica, quelle cose le ho dette io». E a fine anni Ottanta ha creato la Lega Nord. Suo padre ha fatto in tempo ad assistere ai suoi successi politici? «Sì, è morto dieci anni fa». Era fiero di lei? «Non te lo so dire. A volte mi accompagnava ai comizi e mi diceva che ero fortunato perché la gente mi seguiva. Però mi diceva sempre di stare attento, che un giorno mi avrebbero abbandonato e sarei rimasto solo. Ma non è andata così; non del tutto, almeno». Quando lei era all’ospedale e non si sapeva se sarebbe tornato a fare politica, il suo popolo sembrava perso. Si è mai chiesto il perché? «Perché ci credo. Se ci credi tu, ci credono anche gli altri, altrimenti non ci crede nessuno». Le mogli non vengono mai ad ascoltarvi ai comizi? «Mia moglie ogni tanto. Lei è leghista: senza di lei la Lega non sarebbe mai nata». Perché? «Teneva duro. Quando mi chiamavano in tribunale, quando mi rompevano le balle e la polizia andava ad aspettarla fuori dalla scuola dove insegnava, pensavo ogni giorno: ora torno a casa e non la trovo più. Invece ha resistito, perché ci credeva anche lei». In che cosa l’ha cambiata la malattia? «La malattia ti cambia sì, ti obbliga a cambiare (la voce si sforza, diventa quasi cavernosa). Io prima ero una belva, un motore a scoppio che andava sempre, potevo stare una settimana senza dormire; giravo tutte le piazze del Nord Italia senza mai fermarmi, ero capace di andare a Pordenone e tornare di notte in macchina da solo, in automatico. Quando eravamo sotto elezioni, poi, scrivevo tutto il giornale da solo in due giorni. Queste cose non le posso fare più». Si arrabbia mai con il suo corpo che ha ceduto, che l’ha mollata? «Mi arrabbio, sì. Vede, prima io non ero mai stato malato in vita mia. Però so che se esageri può saltare tutto». E lei pensa di aver esagerato? «Sì. Ho sempre vissuto da selvaggio, ho fatto tantissimi chilometri. Se fai politica e non hai i miliardi, ci devi andare nelle piazze a incontrare la gente». A parte i chilometri, in che cosa altro ha esagerato? «Fumavo due pacchetti di sigarette al giorno. Adesso fumo il toscano. Alcol no, sono astemio, ho sempre bevuto solo Coca-Cola: zucchero e caffeina ti danno energia». Se non può più andare tanto in giro a incontrare la gente, come passa le sue giornate? (Si stringe nel cappotto, si volta per buttare la cenere fuori dalla finestra) «Nella mia casa di Gemonio si sta piuttosto bene. Mi piace stare seduto in poltrona, con mia moglie, davanti al camino; adesso poi due figli stanno imparando a suonare, uno la chitarra e l’altro il pianoforte (Bossi ne ha quattro: Riccardo, avuto dalla prima moglie Gigliola Guidali; Eridano Sirio, Roberto Libertà e Renzo, da Manuela Marrone, ndr). Hanno messo su un complessino e, quando arrivano i loro amici a casa mia, da come suonano riesco a capire chi c’è». Le piace la musica? «Sì. Suonavo un po’ di piano, e poi la tromba nella banda». Come ha cambiato, la malattia, il suo modo di vedere la vita? «Quando stai bene non pensi al futuro. Poi, improvvisamente, ti capita una cosa del genere e capisci che devi sistemare tante faccende, pensare ai figli, seguirli di più. Oggi ci sei, ma domani non lo sai». cambiato anche il suo approccio alla politica? «Mi arrabbio di meno. Prima cadevo in tutte le trappole, ora ho imparato a guardare solo alle cose importanti. Ormai capisco perché si dicono certe cose, perché si fanno certe scelte. Riesco a essere distaccato, a non farmi travolgere». Di recente ha incontrato Prodi per parlare di un accordo tra il partito di maggioranza e la Lega sulla legge elettorale. Che impressione le ha fatto? «Prodi è uno che crede alle cose che fa e che dice. Crede di essere forte, dice che è pronto anche ad andare alle elezioni perché è sicuro di vincere per la terza volta». L’ha colpita anche come uomo? «Agli uomini pensi tu che devi trovare quello da sposare, io parlo del politico perché devo portare a casa dei risultati (pausa). Ma è vero che, se uno non c’è da un punto di vista umano, non c’è neanche da quello politico». Ora che è costretto dal suo stato di salute a rimanere un po’ fuori dalla bagarre, a vivere senza quella adrenalina, si sente mai giù di morale? «Io non ho mai mollato in vita mia. Poi, certo, ho anch’io qualche momento di malinconia». Per esempio? «Quando sento i miei due cani labrador, Orione e Libera, abbaiare di notte perché c’è la televisione accesa. La femmina è particolarmente legata a me, sono stato io ad allevarla. Quando tornavo tardi dai comizi, dopo averle dato da mangiare fuori, era l’unico momento in cui le permettevo di entrare in casa; mi sedevo in poltrona a guardare la Tv in salotto e lei mi poggiava la zampa sulle ginocchia. incredibile come gli animali, una volta che si mettono in testa una cosa, non la dimenticano più». Sara Faillaci