Il Messaggero 16/05/2007, pagg.1-11 Giulio De Santis, Cristiana Mangani, 16 maggio 2007
Gli promettono la protesi, lo riducono in schiavitù. Il Messaggero 16 Maggio 2007. Un cartone e un bicchierino di plastica: è tutta lì l’esistenza del romeno Lupu Nokolai
Gli promettono la protesi, lo riducono in schiavitù. Il Messaggero 16 Maggio 2007. Un cartone e un bicchierino di plastica: è tutta lì l’esistenza del romeno Lupu Nokolai. In quel giaciglio sporco, all’angolo di via della Conciliazione, che guarda il Vaticano. lì che i ”carcerieri” lo hanno portato per chiedere l’elemosina, ed è da lì che è partita la ribellione. Una ribellione finita con la condanna dei suoi aguzzini per il reato di riduzione in schiavitù. La storia di Lupu comincia a maggio dello scorso anno, quando il giovane decide di venire in Italia per inseguire un sogno: avere un arto artificiale per la gamba martoriata che gli è stata amputata dopo un incidente avvenuto durante il servizio militare. Non ha soldi Lupu, la sua famiglia è povera, sono nove fratelli, nove bocche da sfamare. Poter tornare a camminare è per lui un vero miraggio. Finché non arriva una telefonata, qualcuno che si fa avanti e gli assicura: «Devi venire a Roma, perché qui riusciamo a farti avere l’arto nuovo e anche gratis, grazie all’assistenza sanitaria». Lupu non sta più nella pelle. Ha smesso di correre da quando aveva appena raggiunto la maturità, e ora, a 29 anni, può tornare a sperare. Si sobbarca le spese per il viaggio, e arriva nella Capitale la sera dell’11 maggio del 2006. Pieno di belle speranze. L’impatto è durissimo. Capisce subito che le cose non sarebbero andate come sperava. Ad accoglierlo trova Mattei Nikosor, suo coetaneo, e Anita Emilian, 42 anni, romeni anche loro. Lo portano al campo nomadi nella zona di piazzale Clodio. Si toglie la protesi alla gamba destra perché gli fa molto male, ma l’arto viene preso e nascosto dai suoi schiavisti. La situazione gli appare subito chiara. Chiede a Mattei e ad Anita che fine avesse fatto la sua protesi. Comincia a temere che i due lo abbiano ”venduto” a qualche altro gruppo. Ma loro lo tranquillizzano: «Se così fosse staresti molto peggio». La mattina del 13 maggio viene svegliato all’alba e portato sul nuovo posto di lavoro, nei pressi di via della Conciliazione. un bel ragazzo Lupu, al momento dell’arrivo a Roma portava abiti eleganti. Ma non vanno bene per la sua nuova occupazione e così gli vengono ”sequestrati”. costretto a indossare stracci, per impietosire meglio i passanti. I due lo obbligano anche a indossare un berretto per far sì che non si veda che ha un bell’aspetto. Sul posto è tutto pronto: un pezzo di cartone e un bicchiere di plastica. Il passo successivo sono le minacce: «Guai a te se intaschi qualcosa delle elemosine, ti facciamo fare una brutta fine». Il primo giorno ”lavora” due ore per ricavare trenta euro. Gli aguzzini gli lasciano qualche soldo per comprare le sigarette. Il giorno successivo, il guadagno è di 130 euro per l’intera giornata. Il terzo viene ”spostato” a Largo Argentina ed è lì che matura l’idea di fuggire. La mattina del 16 maggio, durante un momento di disattenzione dei due, si allontana. Non conosce l’italiano e si rivolge a un passante, un turista inglese che lo porta dai carabinieri. la liberazione. Il suo racconto viene creduto. Mattei e Anita vengono arrestati. Una terza persona, invece, dopo un anno passato in carcere, viene assolta dalle accuse. Il pubblico ministero Giuseppe Andruzzi chiede pene severe e le ottiene: sette anni per Nikosor, 5 anni e quattro mesi per Emilian. L’accusa è riduzione in schiavitù, un reato sempre molto difficile da dimostrare in aula. L’avvocato di uno degli imputati, Michele Scarnera, dice che il gruppo era d’accordo, che i due sono innocenti e che hanno litigato solo per la divisione dei soldi. Lupu Nokolai sostiene il contrario. Parla di un sogno irrealizzato. Della speranza delusa di poter tornare a camminare con un arto artificiale nuovo fiammante. I suoi aguzzini sono stati condannati e restano in carcere. Lui è tornato in Romania, dove lo aspettava la famiglia. Non c’è un gran futuro per chi non ha una gamba. Solo un lavoro come piastrellista. Ed è così che ora Lupu si guadagna da vivere. Giulio De Santis, Cristiana Mangani