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 2007  maggio 16 Mercoledì calendario

A ciascuno il suo codice a barre. La Stampa TuttoScienze 16 Maggio 2007. UNIVERSIT DI SASSARI. Quante specie di esseri viventi esistono sulla Terra? Quante varietà di piante, batteri, funghi popolano il nostro pianeta? Quante coppie di animali dovrebbe ospitare un’arca di Noè in procinto di salpare oggi stesso? Nel corso di oltre due secoli i naturalisti hanno potuto descrivere e classificare circa 1

A ciascuno il suo codice a barre. La Stampa TuttoScienze 16 Maggio 2007. UNIVERSIT DI SASSARI. Quante specie di esseri viventi esistono sulla Terra? Quante varietà di piante, batteri, funghi popolano il nostro pianeta? Quante coppie di animali dovrebbe ospitare un’arca di Noè in procinto di salpare oggi stesso? Nel corso di oltre due secoli i naturalisti hanno potuto descrivere e classificare circa 1.700.000 specie, un numero che probabilmente rappresenta solo una piccola parte della biodiversità esistente. Tuttavia, è proprio la figura del tassonomo «classico» ad esser considerata una specie in via di estinzione, merce rara, con competenze specialistiche sempre più circoscritte. Capita che alcuni specialisti, divenuti negli anni veri e propri punti di riferimento per numerosi colleghi, se ne vadano in pensione senza aver potuto lasciare in eredità agli allievi la propria esperienza. Episodi come questo (sempre più frequenti, a causa della precarizzazione della ricerca!) gettano nel panico la comunità scientifica, poichè molte delle competenze acquisite vanno perdute. La crescente complessità degli studi ecologici richiede un bagaglio cognitivo difficilmente cumulabile da parte di singoli specialisti: quali strumenti possono dunque assistere la ricerca nel campo della biodiversità? Un gruppo di ricercatori dell’Università di Guelph, in Canada, ha sviluppato qualche anno fa una metodica di «classificazione universale» basata sulla sequenza di una porzione del gene mitocondriale cox1. Partendo dall’idea del cosiddetto «codice universale di prodotto» (noto come «codice a barre»), i ricercatori canadesi hanno osservato che alcune sequenze di DNA possono variare in misura limitata nell’ambito della stessa specie, mentre il grado di variabilità aumenta quando si confrontino sequenze di individui appartenenti a specie diverse. Si può così fissare una soglia di variabilità per ciascun gruppo tassonomico, al di sopra della quale dei gruppi di individui non possono più essere considerati come appartenenti alla medesima specie, bensì a raggruppamenti (taxa) super-specifici. Applicando tecniche di analisi bioinformatica sulle sequenze ottenute, campioni ignoti possono essere prontamente classificati, ascrivendoli a specifici taxa. Si riesce così a dare «un nome e un cognome» a qualunque essere vivente. Come nel caso dei codici a barre commerciali, l’uso dei codici a barre specifici richiede la costituzione di banche dati universali, che permettano di attribuire un codice distinto a ciascuna specie. Nasce così nel 2004, sotto il patrocinio della Alfred P. Sloan Foundation, l’iniziativa «Barcode of Life», un consorzio con sede presso lo Smithsonian’s National Museum of Natural History a Washington, a cui sono legati numerosi musei di storia naturale, erbari, organizzazioni scientifiche pubbliche e partner privati. Le applicazioni di questa tecnica di identificazione sono ormai numerose e spaziano dalle specie marine o di acqua dolce alla meiofauna del terreno, dagli uccelli agli insetti tropicali, dalle specie patogene di interesse bioterroristico alla fauna selvatica protetta. Nel caso dei pesci, il progetto «Fish&Chips», finanziato dall’Ue, si propone di attribuire un codice a tutte le specie ittiche, disponendo le sequenze specie-specifiche su un «microarray» (noto anche come DNA chip, da cui il curioso acronimo del progetto) utilizzabile per la rapida identificazione di campioni ignoti. Ma quali potranno essere le implicazioni di questa iniziativa? I difensori del «DNA barcoding» affermano che questa tecnologia darà impulso alle collezioni biologiche, abbreviando i tempi richiesti per l’identificazione delle nuove specie. I detrattori restano scettici e obiettano che l’identificazione effettuata su basi genetiche contribuirà a mettere definitivamente in soffitta la sistematica tradizionale, già in crisi, e sarà facile preda di speculazioni commerciali. Certamente, sussistono aspetti metodologici ancora irrisolti. Ad esempio, il gene cox1 non rappresenta il marcatore ideale per le piante, dato che il suo tasso di sostituzione è troppo lento e non sempre permette il riconoscimento di specie affini. Inoltre, il «DNA barcoding» permette di affrontare un ambito molto circoscritto della tassonomia, in quanto si limita ad attribuire determinate sequenze di DNA a specie note, identificate attraverso metodologie tradizionali (basate, ad esempio, su caratteristiche morfologiche e fisiologiche). In questo contesto la sua funzione è quella di assegnare campioni ignoti a specie già caratterizzate. Laddove però la specie sia ancora indefinita, la tecnica del «DNA barcoding» rivela i suoi limiti, anche se permetterebbe di scoprire nuove specie cosiddette «criptiche», a cui appartengono individui che non si distinguono morfologicamente tra loro ma soltanto su base genetica. Tassonomi e naturalisti, quindi, non temano rischi d’estinzione: il loro contributo resta essenziale e permetterà di frugare ancora per molti anni tra i misteri della biodiversità! QUIRICO MIGHELI