Corriere della Sera 15/05/2007, pag.25 Andrea Garibaldi, 15 maggio 2007
E l’ex killer della Magliana ora aiuta i malati. Corriere della Sera 15 maggio 2007. ROMA. Alla fine, Antonio Mancini, detto «Accattone», l’uomo che girava per le vie di Roma con una Ferrari metallizzata, che sparava guardando in faccia la vittima, che passava serate di cocaina e champagne, adesso pulisce il naso a chi non riesce a farlo da solo, oppure le cosce sudate e il sedere di paraplegici, depressi, operati al cervello
E l’ex killer della Magliana ora aiuta i malati. Corriere della Sera 15 maggio 2007. ROMA. Alla fine, Antonio Mancini, detto «Accattone», l’uomo che girava per le vie di Roma con una Ferrari metallizzata, che sparava guardando in faccia la vittima, che passava serate di cocaina e champagne, adesso pulisce il naso a chi non riesce a farlo da solo, oppure le cosce sudate e il sedere di paraplegici, depressi, operati al cervello. Li solleva, li sistema nel pulmino. Mancini li chiama i «dolenti». Questa vita, che ne contiene almeno tre, è raccontata in un libro ( Con il sangue agli occhi, Rizzoli editore) da Federica Sciarelli, la conduttrice di Chi l’ha visto?. Mancini, che porta ancora i capelli lunghi e ha la faccia scavata del capo indiano, compra sempre, al mattino, l’Unità. Nella banda della Magliana era l’unico a dirsi comunista, chiamò due suoi cani Stalin e Cuba. Gli altri «soci» erano tutti di destra. Ai suoi dolenti Mancini fa sentire la musica dei Metallica o dei Poltergeist. Nella banda della Magliana era l’unico ad amare il rock. Gli altri ascoltavano Celentano, melodie napoletane, Iglesias. Mancini è uno degli ultimi rimasti in vita della banda che gestì la criminalità a Roma alla fine degli anni ’70. Sotto il marchio Magliana si riunirono una serie di bande di quartiere. Mancini veniva da San Basilio. Nel libro ci sono i rapimenti, le sparatorie, gli agguati, i massacri di quelli che il giorno prima erano fratelli. Ci sono i rapporti della banda con uomini dei servizi segreti e le richieste di intervenire nel sequestro Moro e di eliminare il giornalista Pecorelli. C’è il viaggio a Milano con Danilo Abbruciati, a riscuotere, in cambio dei favori, agevolazioni per il boss Turatello. Anni più tardi, venne il pentimento di Maurizio Abbatino, il pressing dei magistrati affinché Mancini si pentisse, il desiderio di vedere un giorno la figlia che stava nascendo. Anche Antonio diventò un «infame», cioè un pentito. Nel marzo ’94, in un’aula di tribunale, disse del «senso di disgusto, vorrei dire di nausea, che ha suscitato in me il rendermi conto che siamo stati usati, strumentalizzati per fini di bassa politica che nulla avevano a che fare né con i nostri interessi né con i nostri obiettivi...». Mancini parla ai magistrati del mitra acquistato da un sottufficiale di polizia e ritrovato nel deposito della banda al ministero della Sanità, parla degli incontri tra il direttore del centro Roma 2 del Sisde e Abbruciati e delle cene con Enrico De Pedis, detto Renatino, Ernesto Diotallevi e il mafioso siciliano Pippo Calò. Renatino è sepolto, per motivi mai spiegati, nella basilica di Sant’Apollinare, a Roma. Finito il tour delle Procure, inizia il terzo tempo di Mancini. Ogni mattina deve farsi vedere in commissariato e tutti i giorni monta sul pulmino del servizio sociale di Rieti per la «Mobilità gratuitamente garantita». Con Michela, che si considera la sua fidanzata e telefona al supermercato, ordina montagne di salsicce. Con Fabrizio, biondino senza contatti col mondo: Antonio prova a coinvolgerlo nei giochi, gli fa sentire il cane che abbaia nel cellulare, gli strappa brandelli di attenzione. Con Filippo, omone di 52 anni, manicomi e farmaci, che ha rubato ad Antonio un cappellino con il Che. Antonio fuma, non scarica mai fino in fondo la tensione. Ma questa è la sua cura per i rimorsi, per la malinconia, per il sangue che ha visto scorrere. Andrea Garibaldi